{"id":10639,"date":"2025-12-19T10:16:10","date_gmt":"2025-12-19T10:16:10","guid":{"rendered":"https:\/\/kritica.it\/?p=10639"},"modified":"2025-12-30T23:03:50","modified_gmt":"2025-12-30T23:03:50","slug":"popolo-meraviglioso-gaza-genocidio-civilta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/kritica.it\/en\/politica\/palestina\/cronache-da-gaza\/popolo-meraviglioso-gaza-genocidio-civilta\/","title":{"rendered":"Hassan and the wonderful people of Gaza"},"content":{"rendered":"<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Nei giorni del <\/em>calm<em> palestinese, dopo il cessate il fuoco, Alhassan Selmi marcia verso nord con migliaia di persone dirette verso case forse distrutte, ma animate da una speranza resistente. Da quel momento nasce <\/em>Hassan e il genocidio<em>, diario dell\u2019assedio scritto con Raffaele Oriani e illustrato da Marcella Brancaforte. Con la fine della tregua, i palestinesi tornano a subire nuove forme di morte e parte un altro esodo, questa volta verso sud, simile a un corteo funebre. Eppure, il popolo meraviglioso continua a resistere: le sue parole, mai d\u2019odio, custodiscono la responsabilit\u00e0 verso le vite che restano e l\u2019eredit\u00e0 da tramandare. <br>L&#8217;amicizia e la solidariet\u00e0 umana che intanto si sono rafforzate fra Alhassan Selmi, Raffaele Oriani e Marcella Brancaforte li porta a proseguire la loro opera di racconto comune. Pubblichiamo un estratto dal loro libro <\/em><a href=\"https:\/\/www.peoplepub.it\/pagina-prodotto\/il-popolo-meraviglioso\">Il Popolo Meraviglioso<\/a><em><a href=\"https:\/\/www.peoplepub.it\/pagina-prodotto\/il-popolo-meraviglioso\"> (People Tracce<\/a>). Ieri 18 dicembre Alhassan Selmi \u00e8 arrivato in Italia, grazie all&#8217;iniziativa di evacuazione del rettore dell&#8217;Universit\u00e0 per Stranieri di Siena Tomaso Montanari. Con lui anche la giornalista Fatena Mohanna. Potranno trovare rifugio e riposo e abbracciare finalmente di persona i loro affetti, trovati e consolidati in questi anni di genocidio e <\/em>calm<em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Il popolo meraviglioso<\/h4>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sono anni di abiezione. E, per chi se l\u2019\u00e8 sentita, di cronaca dell\u2019abiezione. Abbiamo visto cose che non potevamo neppure immaginare. Nei film dell\u2019orrore certe cose non ci sono. A Gaza, s\u00ec. Da due anni, tutti i giorni. Ci sono le immagini, e ci sono le voci. Ci sono le persone e c\u2019\u00e8 quella maledetta sabbia, tutta uguale, che ha preso il posto delle forme ingombranti della citt\u00e0, di tante citt\u00e0 che non ci sono pi\u00f9. Una volta, a Venezia, rimasi colpito dalla determinazione dei residenti che difendevano le loro calli dall\u2019invasione turistica. Non parlavano di citt\u00e0. Se interrogati su ci\u00f2 che volevano proteggere, dicevano sempre: \u201cLa nostra civilt\u00e0\u201d. Da una citt\u00e0 ci si pu\u00f2 spostare: si chiude casa, si trasloca e si va in un\u2019altra citt\u00e0. Ma se muore una civilt\u00e0? Ecco, a Gaza sta scomparendo una civilt\u00e0. Mi ci avvicino senza sapere e senza capire. Ma l\u2019impressione di unicit\u00e0 \u00e8 fortissima, non potrebbe essere pi\u00f9 forte. Siamo di fronte a qualcosa che non c\u2019\u00e8 altrove. Pi\u00f9 la distruggono e pi\u00f9 resiste, pi\u00f9 la inceneriscono e pi\u00f9 produce tracce indelebili. Non so quanto potr\u00e0 sopravvivere di tutto questo, di questa umanit\u00e0, di queste perso1. Il popolo meraviglioso 8 ne, una per una. Ma so che la loro scomparsa sta lasciando una voragine, e dentro questa voragine hanno cominciato a guardare in tanti, milioni di persone di tutto il mondo che non parlano l\u2019arabo, non pregano Allah, non sono mai state in Palestina. Con il giornalista palestinese Alhassan \u201cHassan\u201d Selmi e l\u2019illustratrice italiana Marcella Brancaforte, abbiamo pubblicato il volume Hassan e il genocidio. Gaza, un giornalista e i disegni che l\u2019hanno salvato (People 2025). Racconta lo sterminio da vicino e da lontano, e le sue presentazioni ci hanno permesso di girare l\u2019Italia da Brentonico, in Trentino, a Calvatone, nel Cremonese; da Ambivere, nell\u2019Isola bergamasca, a Marzamemi e Niscemi, in Sicilia. Ovunque, tanta gente che si sporge su quest\u2019abisso in fondo al quale, da due anni, soldati israeliani sterminano civili palestinesi. Gente che guarda e non ci crede, fa domande, tende la mano, si ritrae, non sa bene cosa fare. Hassan dice che di Gaza dobbiamo continuare a parlare. E cos\u00ec scrivo queste righe, inizio un nuovo libro, sempre lontano dagli eventi, ancora appiccicato alla loro eco. Ho fatto il giornalista, ma all\u2019inizio del 2024 ho deciso che il mio mondo non era pi\u00f9 frequentabile e ho cominciato a documentare la \u201cscorta mediatica\u201d che in Occidente \u2013 e in Italia in maniera del tutto particolare \u2013 ha accompagnato e reso possibile questo lunghissimo, centellinato genocidio. Sono in Italia, a Trieste, e, come le piccole folle che incontriamo parlando del nostro libro, guardo incredulo, faccio domande, mi sporgo sulla voragine, non so bene cosa fare. Allo stesso tempo, per\u00f2, sono anche nel Nord di Gaza, faccio ancora il giornalista, documento, rischio la vita, ogni tanto ho la sensazione che non sia un rischio ma un\u2019attesa. Sono qui con i miei compagni, i colleghi e i parenti, tutti in coda in attesa della morte. Quando ho la telecamera in mano, sono un bersaglio dell\u2019esercito israeliano perch\u00e9 vedo e mostro troppo; quando mi ritiro in casa per curare la famiglia, sono un bersaglio perch\u00e9 lo siamo tutti. Io sono la voragine, mi chiamo Hassan e da due anni vivo immerso nel genocidio di Gaza. A ogni boato mi metto a correre, devo arrivare prima di tutti, devo espormi alle macerie, alle grida, al dolore. Sono l\u2019unica contraerea del mio popolo, imbraccio la telecamera e riprendo la scena del crimine. Poi torno in fretta alla base, faccio l\u2019editing, il montaggio, mando il servizio sul satellite e penso agli spettatori cinesi che da quasi due anni mi seguono con trepidazione, rabbia o indifferenza. Immagini e parole sono le nostre uniche munizioni. Questo \u00e8 il mio lavoro, il mio genocidio. Ogni volta che apro bocca, spero di riuscire a completare la frase che sto pronunciando. So che i droni, i caccia o i cecchini dell\u2019esercito israeliano potrebbero incenerirmi ora, proprio ora, lasciando questa virgola senza punto finale. Eppure, io non sono solo la voragine. Sono anche gli sguardi che hanno deciso di specchiarsi nell\u2019orrore di Gaza. Sono Marcella e Raffaele che non si sono girati dall\u2019altra parte. Perch\u00e9 c\u2019\u00e8 un appuntamento con il dolore. Non che manchino appuntamenti del genere, nella vita di tutti i giorni. Ma questa volta \u00e8 tutto il nostro presente a essere invaso da crudelt\u00e0 e sofferenza. Impossibile proseguire come se nulla fosse. Per mesi e anni abbiamo pensato solo a documentare questo schianto, questo tracollo di tutti i valori che, come raramente accade, non sta andando in scena tra le pagine di un libro o nei risvolti della cronaca nera, ma sulla scena grande del mondo. Non succede spesso che un avvenimento segni un\u2019epoca e disponga tutti, volenti o nolenti, attorno a un unico perno storico, politico, etico. Per il nostro tempo Gaza \u00e8 come il fronte occidentale nel 1916, i campi di concentramento nel 1945, il Muro di Berlino nel 1989. Abitiamo e lavoriamo in Italia, siamo il mondo che si stringe attorno alla voragine. E cerchiamo di sopravvivere a Gaza, siamo noi la voragine. Ma se abbiamo deciso di unire e confondere i nostri sguardi, non \u00e8 per raccontare il dolore. Il dolore rende tutti uguali. Ogni essere umano \u00e8 una presenza insostituibile. Ma noi abbiamo capito una cosa. Oltre a tanti, insostituibili esseri umani, a Gaza se ne sta andando una civilt\u00e0. Non una civilt\u00e0 qualunque, proprio questa. Uno scrigno di cose delicate. Muoiono tutti. Donne, bambini, medici, avvocate, scrittrici, studenti, fotografe, professori, infermiere, educatori, giornalisti, psicologhe, cuochi, ingegneri, padri, madri, nonne, nonni, fratelli e sorelle. Cos\u00ec, alla luce del sole, viene liquidata una civilt\u00e0. \u00c8 una cosa straziante, come lo sarebbe a qualsiasi latitudine. Ma qui c\u2019\u00e8 una cosa in pi\u00f9 che vorremmo raccontare. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A Gaza sta scomparendo un popolo meraviglioso. Siamo cresciuti onorando le vittime dell\u2019Olocausto e ci troviamo in tarda et\u00e0 a combattere l\u2019indifferenza per il genocidio. Sui banchi di scuola abbiamo preferito i Troiani ai Greci, la nobilt\u00e0 di Ettore alla tracotanza di Achille, e ci ritroviamo a fare i conti con la boria dei vincitori. Lo stesso sole mediterraneo, la stessa sproporzione, la stessa ineluttabilit\u00e0. Ma a scuola era un singolo eroe ad aprire l\u2019orizzonte oltre vittoria e sconfitta, qui \u00e8 un popolo intero. I mesi e gli anni di Gaza sono talmente intrisi di crudelt\u00e0 e sofferenza che si fa fatica a vedere la nobilt\u00e0 oltre il dolore. Ma la nobilt\u00e0 qui ha contagiato tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, perfino gli asini che continuano a trasportare i vivi e i morti. Per i duri di testa e di cuore, l\u2019identit\u00e0 dei gazawi \u00e8 fissata una volta per tutte alle immagini del 7 ottobre di tanto tempo fa, quando 11 i guerriglieri di Hamas rientrano da Israele con gli ostaggi e una piccola folla li accoglie come dopo una partita di caccia. Immagini davvero terribili. Ma nella Striscia di Gaza in quel momento abitano oltre due milioni di persone, non una piccola folla. L\u2019idea che i gruppuscoli che si accalcano attorno agli ostaggi siano il popolo palestinese \u00e8 fuorviante come il pensiero che l\u2019intero popolo israeliano, se non ebraico, sia ben rappresentato dagli hooligan che esultano a ogni nuovo e pi\u00f9 scandaloso proclama genocidario dei ministri estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Ma anche qui si applica lo stanco doppio standard che tormenta da decenni la nostra cronaca e il nostro immaginario: l\u2019esultanza dei palestinesi ai massacri del 7 ottobre sarebbe il segno della loro identit\u00e0, il furore suprematista degli israeliani occuperebbe invece lo spazio riservato alle teste calde che si annidano in ogni comunit\u00e0. I primi dominano la narrazione, i secondi restano figurine sullo sfondo. I primi vengono maciullati da due anni assieme ad amici, conoscenti, parenti, familiari. I secondi, se vengono in Europa, si siedono al ristorante e qualcuno sbuffa, si ritrovano in prima pagina a denunciare l\u2019attacco antisemita. Ma torniamo a Ettore e alla nobilt\u00e0 degli sconfitti. Tutto il dolore del (nostro) mondo si d\u00e0 convegno sotto le mura di Troia per assistere al duello che finisce in scempio e si trasformer\u00e0 in sterminio. Secondo Simone Weil, l\u2019Iliade ha saputo nobilitare la sofferenza in un tempo in cui contava solo la forza: \u00abTutto ci\u00f2 che, nell\u2019intimo dell\u2019anima e nelle relazioni umane, sfugge all\u2019imperio della forza \u00e8 amato, ma amato dolorosamente, a causa del pericolo di distruzione continuamente sospeso\u00bb . A Gaza la distruzione \u00e8 talmente distruttiva, la sofferenza talmente sofferente, lo sterminio talmente infame, la violenza talmente fuori controllo che si stenta a vedere altro. Ma un giorno mi si \u00e8 presentata sullo schermo del computer una foto semplice, drammatica, ultimativa come tutto quanto ci arriva dalla Striscia e dal suo infinito macello. In quest\u2019immagine non c\u2019\u00e8 sangue, non ci sono i corpi fatti a pezzi che da due anni accompagnano gli sbadigli dei nostri media e della nostra politica. \u00c8 una foto sobria di gente in piedi. Un padre abbraccia il figlio ragazzino. Hanno perso ogni cosa, probabilmente sono gli unici sopravvissuti a una distruzione che ha travolto la casa, la tenda o, chiss\u00e0, la mamma, la moglie, i fratelli, i nonni, tutto e tutti. Succede cos\u00ec a Gaza. E succede da tanto tempo. Ma questa foto, le braccia del padre che stringono il figlio, quelle del figlio che stringono il padre, l\u2019illusione di aver raggiunto uno spazio sicuro in cui ci sono solo loro e non pi\u00f9 bombe n\u00e9 sangue, n\u00e9 macerie, n\u00e9 morte, la forza fisica di quell\u2019abbraccio, i muscoli tesi, la sofferenza, il conforto\u2026 Questo padre \u00e8 un monumento. Ha perso tutto, non ha pi\u00f9 nulla, ma non smette di proteggere suo figlio. <\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"aligncenter size-large\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"669\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-669x1024.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-10702\" srcset=\"https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-669x1024.png 669w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-196x300.png 196w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-768x1175.png 768w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-1004x1536.png 1004w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-1339x2048.png 1339w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-150x229.png 150w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-450x688.png 450w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-1200x1836.png 1200w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Immagine-da-IL-POPOLO-MERAVIGLIOSO_TUTTO-pagina-13-scaled.png 1673w\" sizes=\"(max-width: 669px) 100vw, 669px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">\u00a9 Marcella Brancaforte<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se ci fosse giustizia, questa foto sarebbe una delle icone del nostro tempo. Perch\u00e9 per decenni ci siamo illusi di essere tutt\u2019altro, ma in questi due anni siamo tornati lupi che smembrano agnelli. Siamo a Gaza, sotto le mura di Troia. Gli invasori dilagano, esultano, ballano, ridono. Ma ogni nobilt\u00e0 \u00e8 qui, dalla parte dei sommersi. Padre e figlio. Il loro abbraccio \u00e8 talmente assoluto che per un attimo, al sicuro dietro alla mia scrivania, comodamente assorto davanti al computer, mi scappa di pensare una cosa che non dovrei: \u201cChe fortuna quel ragazzino, vorrei avere la forza di quel padre\u201d.Hassan non \u00e8 al sicuro. Non \u00e8 mai al sicuro. Fino a un certo punto ci ha raccontato delle tante morti che l\u2019esercito israeliano infligge al suo popolo: le bombe, i droni, i cecchini, la fame, la sete, le malattie, il terrore. Poi le tante morti lo hanno accerchiato e ha cominciato a viverle in prima persona: durante i nostri collegamenti si sentono le mitragliate, lui trattiene il respiro, sussurra \u00ab\u00e8 un drone\u00bb, si rimette a parlare. Ma \u00e8 sempre pi\u00f9 magro, la fame avanza e chi non lo vede da oltre un mese si spaventa per gli zigomi sempre pi\u00f9 sporgenti e le orbite sempre pi\u00f9 incavate. Si ferma nel bel mezzo di un discorso, si tocca le tempie, ha mal di testa, voglia di lasciarsi andare. Eppure, Hassan ci dice una frase delle sue. Anni di violenza e privazioni portano i giovani della Striscia a esprimersi con una seriet\u00e0 e una precisione che i loro coetanei d\u2019Occidente non hanno. \u00c8 come se non avessero tempo n\u00e9 testa per le boutade di un momento. Hassan, quindi, dice cos\u00ec: \u00abNon preoccupatevi per me. Se non fossi palestinese, vorrei essere palestinese\u00bb. Gi\u00f9 il cappello, amico nostro. Sembra assurdo, ma chiunque abbia seguito il popolo della Striscia in questi due anni di tortura sa che non sono solo parole. \u00c8 il popolo meraviglioso che esiste e resiste. Lottano per sopravvivere, ma tengono fede alla propria verit\u00e0. I grandi come i piccoli. Marcella si stupisce sempre della compostezza dei bambini in casa di Hassan. Dice che hanno un\u2019altra educazione. Non c\u2019\u00e8 da fare troppa teoria, ma sotto occupazione si diventa grandi sin da piccoli. Un video mostra la corsia di un ospedale invasa dal solito caos di feriti e parenti. C\u2019\u00e8 un bimbo di otto o nove anni ricoperto di polvere di macerie. E, vicino a lui, un altro bimbo pi\u00f9 piccolo a sua volta ricoperto di polvere di macerie. Li hanno appena salvati, sono miracolosamente tutti interi ma 15 sanguinano, hanno gli occhi fuori dalle orbite e non capiscono ancora perch\u00e9 sono dove sono. Avranno visto morire la madre, il padre, le sorelle, i fratelli? Non lo sappiamo, ma in tanto dolore l\u2019obiettivo coglie un piccolo gesto di grazia. Il bimbo grande sa che ora non \u00e8 pi\u00f9 un bimbo. \u00c8 ricoperto di calcinacci, ha una flebo nel braccio, la testa fasciata, probabilmente sente dolore dappertutto, ma ha un fratello piccolo e sa quello che deve fare: si avvicina, gli poggia le mani sul capo, lo stringe e lo bacia. Meriterebbero un monumento anche loro, i bambini cresciuti in fretta di Gaza. E lo meriterebbero i pi\u00f9 grandi che, con un minimo gesto al riparo dalle bombe, asciugano le lacrime ai pi\u00f9 piccoli. Sono sicuro che Hassan ha in mente anche loro quando dice \u00abse non fossi palestinese, vorrei essere palestinese\u00bb. Si pu\u00f2 ammirare un popolo per come soffre? Da ormai due anni ci arrangiamo e, grazie alla comunicazione tra pari dei social media, bypassiamo la reticenza della stampa tradizionale e seguiamo in diretta l\u2019annientamento di una civilt\u00e0. \u00c8 un guardare colpevole, e conforta poco sapere che sarebbe pi\u00f9 colpevole rifiutarsi di guardare. Si prova a farne qualcosa, di tutto questo guardare. Hassan raccomanda di \u00abcontinuare a parlare di Gaza\u00bb, noi continuiamo anche se non ne possiamo pi\u00f9. Di pensare, analizzare, giudicare e parlare. Siamo il viandante di Lucrezio che osserva il naufragio da terra. Solo che non \u00e8 un naufragio, \u00e8 un genocidio compiuto da nostri amici, cugini, fratelli, e dovremmo tutti imbarcarci per andare a fermarlo. \u201cSalite a bordo, cazzo!\u201d viene da urlare ai potenti che da due anni si rimandano l\u2019un l\u2019altro parole vuote per evitare di produrre fatti significativi. Noi guardiamo, che possiamo fare? Guardiamo e ammiriamo. Anche io e Marcella ascoltiamo e ammiriamo. Hassan si collega dal Nord di Gaza, parla con noi, parla con le piccole, anche minuscole folle che lo vengono ad ascoltare quando presentiamo il nostro libro e la mostra BeMyVoice con i pensieri suoi e i disegni di Marcella. Parla di tutto, ma \u00e8 sempre lo stesso copione: i morti di oggi sono i morti di ieri, quello di Gaza \u00e8 un genocidio senza troppi crescendo, perch\u00e9 il culmine dell\u2019orrore \u00e8 stato raggiunto gi\u00e0 il primo giorno, con intere famiglie sigillate sotto i solai di cemento delle loro case. Ma Hassan dice anche un\u2019altra cosa: vorremmo vivere una vita normale, senza pozze di sangue per le strade quando andiamo al mercato. Vorremmo semplicemente una vita senza occupazione. Parla tanto, Hassan, in occasioni anche molto diverse tra loro. Dice tante cose e dopo un po\u2019 \u00e8 impossibile non notarlo: non gli ho mai sentito dire una parola d\u2019odio contro i suoi aguzzini. Viene in mente James Baldwin, il grande intellettuale di Harlem, quando parla del rapporto del nero con il bianco americano: \u00abQuello che desidera il nero \u00e8 solo che il bianco gli stia alla larga, e che soprattutto stia molto alla larga dai suoi bambini\u00bb . Tutto qua. O forse nemmeno: in realt\u00e0 ad Hassan basterebbe che alla larga stessero i caccia, i tank, i droni, i cecchini. Per il resto, dopo due anni di genocidio, mai una maledizione, mai un\u2019imprecazione, mai nemmeno un aggettivo contro gli israeliani, nemmeno contro i soldati israeliani. Dice solo che vorrebbe una Terrasanta in cui tutti possano vivere in pace. E a me viene da pensare che s\u00ec, \u00e8 possibile ammirare un popolo per come soffre. Quando la sofferenza \u00e8 troppo vicina alla nobilt\u00e0, vicina da confondersi, vicina da sparire l\u2019una dietro l\u2019altra, qualcosa nel mondo si ferma, e qualcuno decide di scendere. Abbiamo visto troppe cose in questi due anni e, come dice sempre Hassan, abbiamo visto \u00abtroppe modalit\u00e0 di morte\u00bb. A Gaza si muore per bombe, droni, fame, sete, malattie, tra le macerie, sui pavimenti d\u2019ospedale o tra la sabbia dei cosiddetti centri di distribuzione degli aiuti alimentari. In qualcuno, tutto questo provoca assuefazione; in altri, rabbia, livore, voglia di fare e non sapere che fare. Ci sono libri che parlano di questo fare, e anche noi che scriviamo e disegniamo queste pagine ci siamo inventati il fare delle mostre d\u2019arte e degli incontri, dei meeting che portano la sofferenza di Gaza nei teatri, nelle sale civiche e nei circoli della provincia italiana. Ma questo libro non parla di fare. Vogliamo raccontare di un popolo meraviglioso. Anche quando la meraviglia \u00e8 troppo vicina alla sofferenza, vicina da confondersi e fermare il mondo. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cCan one admire a people for how they suffer?\u201d. \u201cThe Wonderful People\u201d tells the story of Gaza over the past two years with radical 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