{"id":11130,"date":"2026-02-02T15:28:38","date_gmt":"2026-02-02T15:28:38","guid":{"rendered":"https:\/\/kritica.it\/?p=11130"},"modified":"2026-02-02T15:28:40","modified_gmt":"2026-02-02T15:28:40","slug":"gli-scontri-di-piazza-e-la-grammatica-interiorizzata-del-potere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/kritica.it\/en\/politica\/mobilitazioni\/gli-scontri-di-piazza-e-la-grammatica-interiorizzata-del-potere\/","title":{"rendered":"Street clashes and the internalised grammar of power"},"content":{"rendered":"<p class=\"wp-block-paragraph\">Viviamo in una fase storica in cui la violenza non \u00e8 pi\u00f9 soltanto uno strumento del potere, ma il suo linguaggio ordinario. Guerre permanenti, repressione del dissenso, genocidio normalizzato, brutalit\u00e0 amministrativa: tutto concorre a produrre un clima in cui l\u2019uso della forza viene percepito come inevitabile, persino \u201cnaturale\u201d. In questo contesto, anche i movimenti antagonisti rischiano di interiorizzare la grammatica del potere che combattono. La violenza, da evento eccezionale, diventa abitudine; da trauma, si trasforma in rituale. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il potere e la pulsione: perch\u00e9 la violenza seduce\u00a0<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Dal punto di vista psicosociale, la violenza esercita una funzione precisa: riduce la complessit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nelle fasi di angoscia collettiva, il conflitto viene semplificato in dicotomie primitive: noi\/loro, amici\/nemici, bene\/male. La violenza offre una scarica immediata alla frustrazione, una forma di godimento regressivo che placa temporaneamente l\u2019impotenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma questo stesso meccanismo \u00e8 la fonte principale della forza del potere. Il potere non teme la rabbia: la governa. Non teme lo scontro: lo organizza. Trae energia da ogni dinamica che produca paura, caos, dolore, polarizzazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano psichico, lo scontro violento in piazza attiva dinamiche di identificazione proiettiva: l\u2019altro viene ridotto a pura funzione nemica, e ogni gesto diventa giustificabile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 la stessa struttura mentale che consente ai regimi di disumanizzare interi popoli.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Forze dell\u2019ordine e alienazione: l\u2019eccezione che si ritorce<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le forze dell\u2019ordine occupano una posizione psichicamente instabile. Sono chiamate a incarnare la legge, ma subiscono a loro volta l\u2019arbitrio del potere. Difendono l\u2019ordine, ma vivono spesso in condizioni materiali e simboliche di precariet\u00e0. Qui si inserisce la dinamica dell\u2019eccezionalismo securitario, oggi sempre pi\u00f9 modellato su pratiche e dottrine importate da contesti coloniali e di occupazione. L\u2019indottrinamento \u00e8 necessario proprio perch\u00e9 l\u2019identificazione non \u00e8 naturale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando un apparato deve spiegare ossessivamente a s\u00e9 stesso perch\u00e9 ci\u00f2 che fa \u00e8 giusto, significa che una frattura interna \u00e8 gi\u00e0 aperta. Questo produce dissonanza cognitiva e scissione: da un lato il ruolo, dall\u2019altro l\u2019esperienza umana concreta. Ed \u00e8 in questa frattura che, talvolta, emergono esitazioni, disapplicazioni, simpatie latenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La violenza richiesta dall\u2019alto non \u00e8 neutra: lascia tracce. E chi \u00e8 costretto a esercitarla scopre spesso di essere, a sua volta, oggetto dell\u2019eccezione.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">L\u2019infantilismo antagonista e il desiderio di sostituzione<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una parte dei movimenti antagonisti continua a interpretare lo scontro come prova di autenticit\u00e0 politica. Questa postura ha una forte componente immaginaria: lo scontro come scena epica, il nemico come figura totale, la violenza come rito identitario.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui agisce spesso un desiderio di sostituzione: non abolire il potere, ma prenderne il posto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non estinguere la logica dell\u2019oppressione, ma invertire i ruoli.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 una dinamica ben nota: chi non elabora il trauma finisce per ripeterlo, identificandosi con l\u2019aggressore. Questo tipo di radicalit\u00e0 \u00e8 funzionale al sistema che dice di combattere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Produce minoranze rumorose, facilmente isolabili, criminalizzabili, utilizzabili come prova della \u201cnecessit\u00e0\u201d della repressione. <\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La non-violenza come scelta adulta e conflittuale<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Radicalizzare il rifiuto della violenza non significa negare il conflitto. Al contrario: significa assumerlo fino in fondo, senza scorciatoie pulsionali. La non-violenza non \u00e8 pacificazione, ma sottrazione strategica. \u00c8 il rifiuto di partecipare a una messinscena che rafforza il potere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano psichico, \u00e8 una posizione adulta: tollerare la frustrazione, rinunciare al godimento immediato dello scontro, mantenere aperta la complessit\u00e0. Una piazza che rifiuta la violenza disinnesca la narrazione emergenziale. Costringe lo Stato a mostrarsi per ci\u00f2 che \u00e8: un potere che colpisce anche quando non \u00e8 provocato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Solidariet\u00e0 di classe e diserzione comune<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La dicotomia \u201cpiazza contro divisa\u201d \u00e8 una semplificazione funzionale al potere. Essa cancella il fatto che entrambi i soggetti appartengono, con ruoli diversi, alla stessa struttura di sfruttamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riconoscere l\u2019umanit\u00e0 oltre la divisa non \u00e8 indulgenza morale. \u00c8 un atto politico che introduce una faglia simbolica nell\u2019apparato repressivo. La diserzione non avviene per eroismo individuale, ma quando diventa psichicamente pensabile. Quando l\u2019identificazione con il popolo diventa pi\u00f9 forte di quella con l\u2019ordine impartito. Il rifiuto collettivo dello scontro apre questa possibilit\u00e0. Non garantisce risultati immediati, ma lavora in profondit\u00e0, sul tempo lungo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Estinguere la logica dell\u2019oppressione<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vera vittoria di un movimento non \u00e8 la sconfitta fisica del suo avversario. \u00c8 la perdita di legittimit\u00e0 del potere che lo comanda. La rivoluzione non \u00e8 un cambio di guardia, ma una trasformazione del campo simbolico: la violenza smette di apparire inevitabile, l\u2019obbedienza smette di sembrare naturale, lo scontro perde la sua aura seduttiva.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Disertare la violenza non \u00e8 rinuncia. \u00c8 una forma pi\u00f9 esigente di lotta. Non rispondere alla violenza significa rifiutare di diventare ci\u00f2 che ci opprime. Disertare il conflitto fisico \u00e8 il primo passo per vincere quello politico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A portion of antagonistic movements sees conflict as a test of political authenticity. 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