{"id":11617,"date":"2026-02-26T12:42:33","date_gmt":"2026-02-26T12:42:33","guid":{"rendered":"https:\/\/kritica.it\/?p=11617"},"modified":"2026-02-26T12:44:24","modified_gmt":"2026-02-26T12:44:24","slug":"darkness-at-noon-by-arthur-koestler","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/kritica.it\/en\/cultura\/orwell\/buio-a-mezzogiorno-di-arthur-koestler\/","title":{"rendered":"\u201cDarkness at Noon\u201d by Arthur Koestler"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>La recensione di\u00a0<\/em>Buio a mezzogiorno<em>\u00a0di Arthur Koestler scritta da George Orwell appare sul\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.newstatesman.com\/\">New Statesman<\/a><em> il 4 gennaio 1941. Il romanzo dello scrittore ungherese era uscito pochi mesi prima, in Inghilterra, dove Koestler aveva trovato rifugio dopo aver peregrinato, in fuga dalla Germania nazista, prima in Unione Sovietica e poi in Francia. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Buio a mezzogiorno<em> ebbe una eco importante come romanzo di denuncia del totalitarismo sovietico, ma Orwell \u2013 che sulla produzione di Koestler torner\u00e0 anche in un saggio successivo pi\u00f9 ampio nel 1944, contenuto nel volume <\/em>Critical Essays<em> \u2013 analizza con sguardo critico e non indulgente l\u2019opera dell\u2019autore, il cui percorso politico personale non sar\u00e0 privo di contraddizioni anche molto serie. Non soltanto perch\u00e9 dopo essersi iscritto al Partito Comunista nel 1931 approder\u00e0, sul finire della sua esistenza, a posizioni apertamente antirivoluzionarie e antisocialiste, ma anche per la disinvoltura con cui, nei suoi anni giovanili, si era rivolto al sionismo, trasferendosi in Palestina nel 1926 in cerca di fortuna come scrittore e giornalista. A Berlino ricoprir\u00e0 anche la pi\u00f9 che controversa posizione di segretario del partito sionista revisionista <\/em>Hatzohar<em>, fondato da Ze\u2019ev Jabotinsky, padre spirituale dell\u2019estrema destra israeliana di Benjamin Netanyahu, ammiratore di Benito Mussolini. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Orwell non ritiene Koestler un grande autore, e si mostra attento (ancor di pi\u00f9 nei <\/em>Critical Essays<em>) a cogliere le involuzioni antirivoluzionarie e antisocialiste del suo pensiero. Ma individua anche il nucleo di interesse autentico dell\u2019opera, quello di uno sguardo dall&#8217;interno sulla realt\u00e0 dello stalinismo, sulle dinamiche terribili che operano nel Partito come grande architettura umana. <\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Come sempre, la nostra rubrica Orwell \u00e8 affidata alla bravura della traduttrice letteraria <a href=\"http:\/\/kritica.it\/tag\/Anna-Martini\">Anna Martini<\/a>. <\/em><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>Per che cosa combatto?<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il signor Arthur Koestler dovrebbe saperne qualcosa, di prigioni, avendovi trascorso una porzione ragguardevole degli ultimi quattro anni. Prima la lunga detenzione in una delle fortezze di Franco, con il rumore dei plotoni d\u2019esecuzione che rimbombava attraverso i muri venti o trenta volte al giorno; poi circa un anno di internamento in Francia; quindi la fuga in Inghilterra e un nuovo internamento nel carcere di Pentonville \u2013 dal quale, comunque, \u00e8 appena stato rilasciato senza condizioni. Inutile dire che non \u00e8 mai stato accusato di alcun reato specifico. Oggigiorno, in zone sempre pi\u00f9 ampie della Terra, le persone vengono incarcerate non per ci\u00f2 che&nbsp;<em>fanno<\/em>&nbsp;ma per ci\u00f2 che&nbsp;<em>sono<\/em>, o meglio: per ci\u00f2 che le si sospetta di essere. Nondimeno, il signor Koestler pu\u00f2 rallegrarsi con s\u00e9 stesso per essere caduto, sinora, solo in mani dilettanti. L\u2019Inghilterra lo ha incarcerato, \u00e8 vero, ma poi lo ha rilasciato senza costringerlo a confessare di aver avvelenato pecore, sabotato ferrovie o congiurato per assassinare il Re.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&nbsp;Questo suo romanzo, frutto di esperienze personali, racconta la prigionia, la confessione e la morte di uno dei vecchi bolscevichi, personaggio composito, con tratti sia di Bucharin sia di Trockij. Gli avvenimenti nel libro seguono il corso normale. Rubashov, uno degli ultimi superstiti del Comitato Centrale del Partito Comunista originario, viene arrestato, accusato di crimini incredibili, nega tutto, lo torturano e lo giustiziano con un colpo di pistola alla nuca. La storia finisce con una giovane, nella cui casa Rubashov aveva soggiornato, che si domanda se denunciare il padre alla polizia segreta per ottenere un alloggio per s\u00e9 e il futuro marito. L\u2019interesse del libro, comunque, risiede quasi interamente nella contesa intellettuale fra tre uomini: lo stesso Rubashov e i due funzionari della GPU [pronunciato&nbsp;<em>Ghepe\u00f9<\/em>, era il Direttorato politico dello stato, in russo&nbsp;<em>Gosudarstvennoe politi\u010deskoe upravlenie<\/em>. Fu la polizia segreta del regime sovietico fino al 1934, NdT], Ivanov e Gletkin, che si occupano del suo caso. Ivanov appartiene alla stessa generazione di Rubashov e durante il procedimento viene improvvisamente epurato e giustiziato senza processo. Gletkin, invece, appartiene alla nuova generazione cresciuta dopo la Rivoluzione, in completo isolamento sia dal mondo esterno, sia dal passato. \u00c8 il \u201cbravo uomo di Partito\u201d, esemplare quasi perfetto del grammofono umano. Ivanov non crede sul serio che Rubashov abbia commesso le assurdit\u00e0 di cui \u00e8 accusato. L\u2019argomento che usa per indurlo a confessare \u00e8 che si tratta di un ultimo servizio richiestogli dal Partito. La gente del popolo, spiega lui, non riesce a comprendere che la \u201cdeviazione\u201d \u00e8 di per s\u00e9 un crimine; di conseguenza, occorre inventare crimini di un tipo che la gente possa capire: omicidio, sabotaggio ferroviario e via dicendo. Gletkin usa il medesimo argomento, ma con un atteggiamento alquanto diverso. Non si capisce mai se creda o no alla colpevolezza di Rubashov; o, per esser pi\u00f9 precisi, nella sua mente non esistono distinzioni tra colpa e innocenza. L\u2019unica forma di critica che riesca a concepire \u00e8 l\u2019omicidio. Dal suo punto di vista, chiunque sia capace di formulare un pensiero irrispettoso su Stalin, inevitabilmente tenterebbe di assassinarlo. Dunque, sebbene il tentato omicidio forse non ci sia stato, si pu\u00f2 ritenere che sia avvenuto; esso esiste, come il prolungamento non tracciato di una linea retta. La forza di Gletkin sta nel totale distacco dal passato, che lo rende non soltanto privo di compassione, ma anche privo di immaginazione o di conoscenze scomode. D\u2019altro canto, la debolezza dei vecchi bolscevichi sta nell\u2019essere rimasti europei nell\u2019animo, pi\u00f9 affini alla societ\u00e0 da loro rovesciata che alla nuova razza di mostri da loro creata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando Rubashov cede e confessa, non \u00e8 tanto a causa della tortura \u2013 ha sofferto di peggio per mano dei nazisti, senza confessare \u2013 quanto per un completo senso di vuoto interiore. \u201cMi sono chiesto\u201d dice al processo, quasi con le stesse parole di Bucharin: \u201cPer che cosa combatto?\u201d Per che cosa, davvero? Da tempo ha perduto ogni diritto di protestare contro la tortura, le carceri segrete, la menzogna organizzata e cos\u00ec via. Ammette che quanto gli sta succedendo \u00e8 conseguenza delle proprie azioni; sente perfino una certa ammirazione per Gletkin, il quale \u00e8 probabilmente il genere di creatura subumana che serve a traghettare la rivoluzione nella sua fase attuale. I processi di Mosca sono stati un orrendo spettacolo, ma se ci si ricorda la storia dei vecchi bolscevichi, \u00e8 difficile provare compassione per loro come individui. Hanno impugnato la spada e di spada sono periti, e si pu\u00f2 presumere che lo stesso accadr\u00e0 a Stalin, sempre che non vada incontro a una morte prematura, come Lenin.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per quanto questo sia un romanzo brillante e brillantemente scritto, mi pare pi\u00f9 prezioso per l\u2019interpretazione delle \u201cconfessioni\u201d di Mosca da parte di una persona che conosce bene dall\u2019interno i metodi totalitari. L\u2019aspetto pi\u00f9 spaventoso di questi processi non \u00e8 tanto il fatto che siano avvenuti (queste sono cose ovviamente necessarie in una societ\u00e0 totalitaria) quanto il fervore con cui gli intellettuali occidentali li hanno giustificati. I corrispondenti di giornali liberali si sono dichiarati \u201ccompletamente soddisfatti\u201d delle confessioni di uomini tirati fuori dal buio, in certi casi, dopo anni di isolamento; un eminente avvocato \u00e8 giunto a teorizzare che la perdita del diritto di appello fosse un gran vantaggio per l\u2019accusato! I casi trattati in Spagna nello stesso periodo, con identiche accuse ma senza confessioni, sono stati insabbiati con cura o mistificati dalla stampa di sinistra. Certo, gli imputati nei casi russi erano stati ovviamente torturati o minacciati di tortura, ma \u00e8 probabile che la spiegazione sia pi\u00f9 complessa. Il signor Koestler pensa, come Souvarine, che \u201cil bene del Partito\u201d sia stato forse l\u2019argomento definitivo; in effetti il suo libro somiglia a un pamphlet dilatato, <em>Cauchemar en URSS<\/em> [\u201cIncubo in URSS\u201d, pamphlet di Boris Souvarine (1937) sui processi di Mosca e sulle confessioni nelle purghe staliniane, NdT)]. Da un punto di vista letterario, \u00e8 un notevole passo avanti rispetto ai suoi lavori precedenti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Orwell analyses Koestler's work with a critical, unsparing eye, the latter's career being riddled with significant 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