{"id":9960,"date":"2025-11-01T16:06:54","date_gmt":"2025-11-01T16:06:54","guid":{"rendered":"https:\/\/kritica.it\/?p=9960"},"modified":"2026-01-09T19:13:58","modified_gmt":"2026-01-09T19:13:58","slug":"violenze-sessuali-e-censura-di-stato-in-iran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/kritica.it\/en\/politica\/vicino-oriente\/iran\/violenze-sessuali-e-censura-di-stato-in-iran\/","title":{"rendered":"Nel mezzo delle censure di Stato, anche in Iran prende vita un #MeToo?"},"content":{"rendered":"<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>(Articolo in corso di aggiornamento)<\/em>. La scorsa settimana, sui media affiliati alla magistratura iraniana \u00e8 apparso un breve articolo: &#8220;Un noto attore cinematografico \u00e8 stato arrestato con l&#8217;accusa di stupro&#8221;. Nessun nome, nessun dettaglio, solo la notizia che il caso era &#8220;sotto indagine&#8221;. Poche ore dopo, i social media iraniani erano pieni di ipotesi; praticamente tutti sapevano di chi si trattasse, ma i media nazionali non erano ancora autorizzati a pubblicare il nome: quello di Pejman Jamshidi, 48 anni, ex calciatore e uno degli attori pi\u00f9 noti in Iran. Quel lasso di tempo di poche ore tra la nota ufficiale e l&#8217;esplosione delle voci online ha dimostrato, ancora una volta, in che modo lo Stato iraniano gestisce i casi di violenza sessuale: prima copre, poi restringe il controllo e, se necessario, chiude i media esercitando la censura di Stato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pochi giorni dopo l\u2019articolo, un giornale riformista di Teheran ha pubblicato una lunga intervista alla vittima, una giovane donna che ha dichiarato di essere interessata alla recitazione e che, per questo motivo, aveva accettato l&#8217;invito dell&#8217;attore a parlare di lavoro. Ma, ha detto, lui l&#8217;ha messa in condizione di non potersi difendere e l\u2019ha violentata. Ha aggiunto che l&#8217;ufficio medico-legale dello Stato aveva confermato l&#8217;aggressione quella stessa notte. Nel giro di poche ore, il sito web del giornale \u00e8 stato bloccato per ordine delle autorit\u00e0 giudiziarie. Le quali non hanno fornito alcuna spiegazione formale, ma i media vicini alle istituzioni di sicurezza hanno iniziato ad attaccare: perch\u00e9 era stata pubblicata questa intervista? Perch\u00e9 era stata pubblicata contemporaneamente a un altro caso, un caso di &#8220;sicurezza&#8221; che riguardava il velo obbligatorio? Il sottotesto era molto chiaro: qualsiasi testata che dia voce a una vittima sar\u00e0 punita.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><strong>L&#8217;informazione punita<\/strong><\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Molto rapidamente, hanno motivato il blocco del giornale non &#8220;perch\u00e9 aveva pubblicato l&#8217;intervista&#8221;, ma perch\u00e9 aveva utilizzato la foto di una donna con l&#8217;hijab nell&#8217;articolo. In questo modo, hanno riportato la questione dell&#8217;hijab al centro dell&#8217;attenzione, insinuando: la colpa \u00e8 della vittima. Con una reazione molto dura, un noto conduttore della TV di Stato ha scritto sui social media un post cui attaccava il giornale per aver utilizzato l&#8217;immagine di una donna con l&#8217;hijab, insinuando che la violenza sessuale possa colpire solo donne che non lo indossano o lo indossano in un modo scorretto: &#8220;Sporchi bastardi! Le donne che indossano l&#8217;hijab non sono a vostra disposizione, per usarne l&#8217;immagine come volete. Proprio come il #MeToo era una roba vostra, anche questa \u00e8 una roba vostra. Risolvete la questione tra di voi!&#8221;. Il suo intento era chiaro: insinuare che la vittima fosse una poco di buono, perch\u00e9 una donna che rispetta i costumi non si sarebbe mai potuta trovare in una simile situazione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"746\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1-746x1024.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-9967\" srcset=\"https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1-746x1024.jpeg 746w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1-219x300.jpeg 219w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1-768x1054.jpeg 768w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1-150x206.jpeg 150w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1-450x617.jpeg 450w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/11\/WhatsApp-Image-2025-11-01-at-17.19.33-1.jpeg 933w\" sizes=\"(max-width: 746px) 100vw, 746px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">La copertina del giornale bloccato dalla censura di Stato per aver intervistato una vittima di violenza sessuale (non si tratta della donna in copertina)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel frattempo, la magistratura continuava a dire che il sospettato era in custodia, ma ben presto sono circolate voci secondo cui era stato rilasciato su cauzione e aveva persino lasciato temporaneamente il Paese, laddove a decine di manifestanti, sopravvissuti alla tortura e soprattutto a tante donne protagoniste delle proteste &#8220;Donna, Vita, Libert\u00e0&#8221; \u00e8 stato finora vietato di lasciare il Paese: alcune di loro, anche con gravi lesioni agli occhi causate da fucili a pallini, sono riuscite a malapena a ottenere il permesso di viaggiare per curarsi. Questa discrepanza non ha fatto altro che alimentare rabbia e sospetti: se si tratta di un&#8217;indagine vera e propria, perch\u00e9 il sospettato \u00e8 stato rilasciato cos\u00ec in fretta? E se l&#8217;accusa \u00e8 infondata, perch\u00e9 un giornale viene punito? Questo tipo di contraddizioni si ripetono ogni volta in <a href=\"http:\/\/kritica.it\/en\/tag\/iran\/\">Iran<\/a> e ogni volta la donna finisce per essere ancora pi\u00f9 isolata.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il meccanismo della censura e del controllo <\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo episodio \u00e8 un buon esempio di come viene trattata la violenza sessuale in Iran: non seguendo la logica dell'&#8221;informare per proteggere le donne&#8221;, ma quella del &#8220;contenere il danno politico&#8221;. La struttura \u00e8 solitamente questa:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Primo, la notizia proviene sempre da fonti non ufficiali. I tribunali, la polizia e i pubblici ministeri, a differenza dei casi di droga o di &#8220;hijab scorretto&#8221;, in cui nomi e foto vengono pubblicati immediatamente, nel momento in cui un caso di violenza sessuale coinvolge un uomo famoso o popolare diventano cauti. Dal loro punto di vista, si tratta di &#8220;proteggere la reputazione&#8221;, ma in pratica la prima cosa che scompare \u00e8 il diritto delle donne di sapere. Se non si fa il nome e non si forniscono dettagli, le donne che lavorano con quella persona \u2013 o che potrebbero lavorare con lui \u2013 non hanno modo di proteggersi. Ecco perch\u00e9 la comunit\u00e0 online interviene e rivela il nome. In questo caso, la censura costringe sostanzialmente le donne a diventare informatrici.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Secondo, i media professionali rimangono intrappolati in un doppio vincolo. Il giornale riformista che ha intervistato la denunciante ha fatto esattamente ci\u00f2 che una redazione seria dovrebbe fare: ha messo al centro la parte pi\u00f9 debole, ha citato la perizia forense e ha descritto la pressione a cui erano sottoposte lei e sua madre (il rapporto diceva che i funzionari giudiziari avevano ripetutamente chiesto perch\u00e9 una giovane donna rispondesse alle chiamate di un uomo). Ma nel momento in cui lo ha fatto, il sito \u00e8 stato chiuso. In Iran, nel momento in cui la violenza sessuale tocca un personaggio famoso, viene strappata al &#8220;giornalismo sociale&#8221; e spinta nella zona della &#8220;sicurezza e dell&#8217;ordine pubblico&#8221;. In quella zona non si applicano le normali regole del giornalismo, ma quelle del silenzio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Terzo, lo scopo dell&#8217;intervento \u00e8 quello di calmare l&#8217;opinione pubblica, non di chiarire la verit\u00e0. Un breve arresto, poi la modifica delle condizioni di libert\u00e0 provvisoria, poi il permesso di viaggiare: nulla di tutto ci\u00f2 ci dice se lo stupro sia avvenuto o meno; ci dice solo che le autorit\u00e0 vogliono che l&#8217;ondata di indignazione si plachi. Per le donne, per\u00f2, l&#8217;evento principale \u00e8 stata l&#8217;intervista stessa: il momento in cui una donna si \u00e8 seduta davanti a una telecamera e ha detto: &#8220;Questo \u00e8 successo a me e stanno cercando di zittirmi&#8221;. Chiudere il canale di informazione in quel momento invia alle donne un segnale esattamente opposto: raccontare la propria storia pu\u00f2 costare il posto di lavoro alle persone e mettere a tacere intere redazioni. In altre parole, parlare diventa pi\u00f9 costoso che tacere.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quarto, la versione ufficiale lascia la vittima nel vuoto. Anche nelle brevi dichiarazioni non si faceva menzione di servizi di protezione, consulenza o garanzie di sicurezza per la donna che ha presentato la denuncia. Tutta l&#8217;attenzione era concentrata sul fatto che &#8220;il caso \u00e8 sotto indagine&#8221; e che &#8220;il nome del sospettato non sar\u00e0 reso noto&#8221;. Nessuno ha detto se lei potesse portare avanti la sua denuncia senza pressioni da parte della famiglia o delle forze dell&#8217;ordine. Questo silenzio non \u00e8 casuale. In Iran, affrontare lo stupro a livello legale \u00e8 ancora legato a concetti come &#8220;onore&#8221;, &#8220;castit\u00e0&#8221; e &#8220;ordine pubblico&#8221;, non a concetti come consenso, sicurezza e diritto delle donne di lavorare e vivere. Ecco perch\u00e9 la vittima deve fornire spiegazioni eccessive per essere creduta, mentre l&#8217;imputato pu\u00f2 nascondersi dietro il silenzio ufficiale. Questa asimmetria emerge in quasi tutti i rapporti indipendenti sulla violenza sessuale in Iran.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quinto, la chiusura del giornale diventa la vera notizia. In questo caso, nel momento in cui il sito web del giornale \u00e8 stato bloccato, tutti hanno capito che la storia della donna era &#8220;pi\u00f9 pericolosa&#8221; dell&#8217;accusa contro l&#8217;uomo. Il sistema mediatico preferisce nascondere il racconto di una donna sulla violenza sessuale piuttosto che rischiare di esporre la posizione di un personaggio pubblico amato o delle istituzioni che lo sostengono. \u00c8 proprio questo il motivo per cui molte donne iraniane smettono di sporgere denuncia: vedono che anche se parlano, a essere punita \u00e8 la redazione, non l&#8217;uomo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Un #MeToo all&#8217;orizzonte?<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un Paese in cui lo Stato trasmette ogni giorno immagini di donne senza velo per esporle al pubblico ludibrio e mostrare il proprio potere di repressione nei loro confronti, lo stesso Stato si ricorda improvvisamente di &#8220;proteggere la reputazione&#8221; quando si trova di fronte al racconto di uno stupro da parte di una donna e chiude i media. In altre parole, il corpo femminile attiene alla sfera del pubblico finch\u00e9 lo Stato vuole disciplinarlo; lo stesso corpo ritorna fra le mura del privato nel momento in cui vuole parlare di violenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il finale di questa vicenda di cronaca non \u00e8 ancora stato scritto. Il sospettato \u00e8 libero e i giornali lo danno al sicuro in Canada; il caso \u00e8 tecnicamente ancora in corso; la testata messa a tacere potrebbe tornare online, oppure no. Intanto, una seconda donna si \u00e8 fatta avanti con la stessa accusa nei suoi confronti: sta prendendo vita un iniziale #MeToo anche in Iran. Una cosa \u00e8 gi\u00e0 chiara: la censura \u00e8 parte integrante del modo in cui vengono gestiti i casi di violenza sessuale in Iran, e non \u00e8 un caso. La censura impedisce alle donne di imparare le une dalle altre, di sapere come sporgere denuncia, di sostenersi a vicenda e di scoprire quali uomini hanno trasformato il loro status in abuso. E finch\u00e9 questo ciclo continuer\u00e0, ogni nuovo caso seguir\u00e0 lo stesso copione: voci, fughe di notizie, pressioni, silenzio.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">PHOTO CREDITS: <a href=\"https:\/\/commons.wikimedia.org\/wiki\/File:Two_black_burkas_Iran_%28Unsplash%29.jpg\">Wikimedia Commons<\/a><\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\"><a href=\"https:\/\/kritica.it\/en\/2025-campaign\/\">Se hai apprezzato questo articolo, partecipa alla nostra campagna di sostegno, aiutaci a far vivere e crescere Kritica! <\/a><\/h2>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><a href=\"https:\/\/kritica.it\/en\/2025-campaign\/\"><img decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Donazioni-1-768x1024.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-9754\" srcset=\"https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Donazioni-1-768x1024.png 768w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Donazioni-1-225x300.png 225w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Donazioni-1-150x200.png 150w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Donazioni-1-450x600.png 450w, https:\/\/kritica.it\/wp-content\/uploads\/2025\/10\/Donazioni-1.png 1080w\" sizes=\"(max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/a><\/figure>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Iran, i casi di violenza sessuale subiscono censura di Stato, per isolare le donne le une dalle altre. 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