Questo articolo, originariamente pubblicato su Tribune il 7 dicembre 1945 e intitolato “Freedom of the park”, vede Orwell attento osservatore delle contraddizioni di una democrazia britannica formalmente liberale in cui, tuttavia, il dissenso e la pluralità d’idee sono garantite solo se l’opinione pubblica vigila costantemente su di esse; e si trovano immediatamente a rischio nel momento in cui la società abbassa la guardia, o inizia a normalizzare la criminalizzazione delle idee avverse.

La traduzione di tutti i brani e gli articoli della nostra rubrica Orwell è affidata alla traduttrice letteraria Anna Martini.


Qualche settimana fa, cinque persone che vendevano giornali davanti a Hyde Park sono state arrestate dalla polizia per ostruzione [un reato assimilabile all’odierno “blocco stradale”, NdT]. Condotte in tribunale, sono state giudicate tutte colpevoli; quattro hanno dovuto sottoscrivere un impegno di buona condotta per sei mesi e l’altro è stato condannato a una multa di quaranta scellini o un mese di reclusione. Ha preferito scontare la pena.

I giornali che stavano vendendo erano Peace NewsForward e Freedom, e altre pubblicazioni analoghe. Peace News è l’organo della Peace Pledge Union, Freedom (chiamato fino a poco fa War Commentary) quello degli anarchici; quanto a Forward, il suo orientamento politico sfida ogni definizione, comunque è marcatamente di sinistra. Nella sentenza, il giudice ha dichiarato di non essere influenzato dal carattere delle pubblicazioni in vendita; gli interessava soltanto l’ostruzione, e il fatto che l’illecito, tecnicamente, fosse stato commesso.

Questo solleva alcune questioni importanti. In primo luogo: come si pone la legge, riguardo a questa materia? A quanto ho potuto scoprire, vendere giornali per la strada costituisce tecnicamente blocco stradale, in ogni caso se non ti sposti quando te lo dice la polizia. Quindi qualsiasi poliziotto, se gliene venisse la voglia, potrebbe legalmente arrestare qualsiasi ragazzino che venda l’Evening News per strada. Ovviamente non succede, quindi la legge viene applicata a discrezione della polizia.

E come decide, la polizia, di arrestare un uomo piuttosto che un altro? Comunque sia stato per il giudice, fatico a credere che in questo caso la polizia non sia stata influenzata da considerazioni politiche. Prendersela con persone che vendevano proprio quei giornali è una coincidenza un po’ troppo strana.

Se avessero arrestato anche un venditore di Truth, o del Tablet, o dello Spectator o anche del Church Times, sarebbe più facile credere alla loro imparzialità.

La polizia britannica non è come la gendarmerie continentale o la Gestapo, ma non credo la si diffami affermando che in passato è stata ostile alle attività di sinistra. In genere ha mostrato una certa tendenza a prendere le parti di quelli che considerava i difensori della proprietà privata. Fino a tempi recentissimi, “rosso” e “illegale” sono stati quasi sinonimi, ed era sempre il venditore del Daily Worker, poniamo, e mai quello del Daily Telegraph, poniamo, a essere scacciato e generalmente vessato. A quanto pare può succedere, almeno ogni tanto, anche sotto un governo laburista.

Una cosa che mi piacerebbe sapere – una cosa di cui si parla pochissimo – è: quali cambiamenti si operano nel personale amministrativo quando cambia il governo? Un agente di polizia che associ vagamente l’idea di “socialismo” a qualcosa di illegale, la penserà allo stesso modo quando è il governo stesso a essere socialista?

Quando si insedia un governo laburista, mi domando, che succede alla sezione speciale di Scotland Yard? E ai servizi segreti militari? Nessuno ce lo racconta, ma i sintomi che osserviamo non fanno pensare a un gran rimescolamento delle carte.

Comunque, il punto essenziale dell’episodio sta nel fatto che si arrivi a disturbare i venditori di giornali e opuscoli. Quale particolare minoranza venga scelta – pacifisti, comunisti, anarchici, testimoni di Geova o la Legione dei Riformatori Cristiani che di recente ha affermato che Hitler è Gesù Cristo – è un problema secondario. È sintomatico che queste persone siano state arrestate in quel preciso luogo. Non è permesso vendere pubblicazioni all’interno di Hyde Park, ma per molti anni i venditori di giornali hanno stazionato fuori dai cancelli, distribuendo pubblicazioni legate ai raduni all’aperto che si tenevano un centinaio di metri più in là. Lì si è venduto ogni tipo di foglio, senza interferenze.

Il grado di libertà di stampa che esiste in questo paese è spesso sopravvalutato. Tecnicamente c’è grande libertà, ma il fatto che buona parte della stampa sia nelle mani di pochi dà luogo a qualcosa di molto simile alla censura di stato. D’altronde, la libertà di parola è reale. Su un palco, o in determinati spazi aperti come Hyde Park, si può dire quasi qualunque cosa e, forse più importante, nessuno ha paura di esprimere la propria opinione in un pub, sul tetto di un autobus e così via.

Il punto è che la relativa libertà di cui godiamo dipende dall’opinione pubblica. La legge non garantisce protezione. I governi fanno le leggi, ma che siano applicate, e il comportamento della polizia, dipendono dall’aria che tira nel paese. Se a un gran numero di persone interessa la libertà di parola, ci sarà libertà di parola anche se la legge la proibisce; se l’opinione pubblica è indolente, le minoranze scomode saranno perseguitate, anche se esistono leggi che le proteggono. Il calo del desiderio di libertà individuale non è stato netto quanto avrei previsto sei anni fa, quando cominciava la guerra, tuttavia un calo c’è stato. L’idea che a certe opinioni non si possa dar voce senza correre rischi si sta diffondendo. La mettono in circolazione gli intellettuali che confondono le acque non distinguendo l’opposizione democratica dalla ribellione aperta, e si riflette nella nostra crescente indifferenza alla tirannia e all’ingiustizia in altri paesi. E anche chi si dichiara favorevole alla libertà di opinione, in genere rinuncia a certe rivendicazioni quando sono i suoi avversari a trovarsi sotto processo.

Non voglio sostenere che l’arresto di cinque persone per aver venduto innocui giornali sia chissà quale calamità. Vedendo ciò che accade oggi nel mondo, non sembra il caso di mettersi a strepitare per un minuscolo incidente come questo. Comunque non è un buon segno che fatti del genere succedano a guerra ormai finita, e sarei di certo più felice se questo e la lunga serie di episodi simili che l’hanno preceduto riuscissero a suscitare un autentico clamore popolare, invece che un lieve palpito in qualche pagina della stampa di opposizione.

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!
Leave A Reply