Il Ramadan è arrivato nella Striscia di Gaza mentre persistono condizioni umanitarie ed economiche molto difficili, dopo anni di guerra e distruzione che hanno colpito migliaia di famiglie e infrastrutture. Riporta alla memoria anche il Ramadan del 2024 e del 2025, quando gli abitanti hanno dovuto sopportare la paura, la fame e la devastazione delle bombe, e le tavole dell’iftar, un tempo imbandite, sono state sostituite da pasti modesti, appena sufficienti a sostenerli. Durante quelle notti, il rumore dell’artiglieria non era solo un segnale per rompere il digiuno, ma un costante promemoria che la guerra non si fermava nemmeno nel mese più sacro.
Molte famiglie hanno perso le loro case e sono state costrette a trasferirsi ripetutamente, lasciando tende e rifugi come testimoni di un Ramadan diverso, dove le preghiere si mescolavano alle lacrime e anche fornire un semplice pasto diventava una lotta quotidiana.
Quasi tutte le famiglie di Gaza hanno subito una perdita: un fratello o una sorella, un padre o una madre, o addirittura un’intera famiglia cancellata dal registro civile. Secondo le ultime statistiche ufficiali, dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 fino al febbraio 2026, più di 71.400 palestinesi sono stati uccisi a Gaza, tra cui oltre 21.000 bambini, mentre circa 171.300 sono rimasti feriti, secondo il Ministero della Salute, che raccoglie i dati dagli ospedali e dai centri di emergenza.
Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, le vittime continuano a causa delle violazioni e delle operazioni in corso, con centinaia di altri decessi documentati negli ultimi mesi. Studi indipendenti pubblicati su riviste scientifiche suggeriscono che queste cifre potrebbero essere significativamente più alte, stimando oltre 75.000 morti dirette durante i primi mesi di guerra fino all’inizio del 2025, oltre a migliaia di morti indirette causate dalla carestia e dalla mancanza di assistenza sanitaria.
Il primo giorno del Ramadan nel campo profughi di Nuseirat, la scena davanti a noi era particolarmente dura. All’ora dell’iftar (il pasto del tramonto che spezza il digiuno), i residenti sfollati si sono riuniti attorno a modesti tavoli allestiti tra le tende, ma la partecipazione era tutt’altro che completa; a ogni tavolo mancavano una o due persone e, in alcuni casi, un’intera famiglia era stata sterminata, lasciando un solo sopravvissuto. La chiamata alla preghiera non era solo un segnale per rompere il digiuno, ma un momento di pesante silenzio, mentre i presenti ricordavano coloro che se n’erano andati e fissavano i posti vuoti che erano diventati parte dell’ambiente. Le preghiere si mescolavano alle lacrime e il cibo semplice servito era un duro promemoria della portata della perdita che aveva colpito quasi tutte le famiglie.
Ramadan di lutto e solitudine
Tra questi volti c’è quello di Khaled Ali, un ventenne che ha perso tutta la sua famiglia all’inizio della guerra, quando aveva diciotto anni. Oggi vive da solo in una tenda fatiscente, cercando di gestire la vita quotidiana senza il sostegno della famiglia. Dice che il Ramadan era sempre il mese più atteso dell’anno, pieno di incontri, calore e risate intorno alla tavola, ma ora è uno dei mesi più difficili per lui. “Contavo i giorni che mancavano al Ramadan per rompere il digiuno insieme”, dice con voce sommessa. “Ora rompo il digiuno da solo”. Per lui, il digiuno non è più solo una questione di fame o sete, ma porta con sé il peso della solitudine e dell’assenza dei volti che un tempo davano significato a questo mese. Così, il Ramadan a Gaza si è trasformato da celebrazione spirituale a prova quotidiana di resistenza, mentre i sopravvissuti si aggrappano ai ricordi che rimangono in una realtà diversa da qualsiasi Ramadan precedente.
A pochi metri di distanza, la quarantenne Munira Al-Zoubi siede in silenzio. Ha perso due dei suoi figli nella guerra, mentre suo marito rimane intrappolato sotto le macerie ancora oggi. Racconta che il Ramadan era un mese di ritrovo, in cui preparava i piatti che i suoi figli amavano ogni anno, ma ora prepara solo un pasto semplice, appena sufficiente per coloro che sono rimasti. Indicando i posti vuoti intorno a lei, dice: “Preparo il cibo come se dovessero venire, ma so che non lo faranno”. Per lei, il Ramadan non è più un mese di feste, ma un mese in cui ricordare i nomi che recita in ogni preghiera.
Tra le tende, il piccolo Amr Nawas, di dieci anni, non chiede più delle lanterne o dei vestiti per l’Eid, ma quando arriveranno gli aiuti. Dice che ciò che gli manca di più è rompere il digiuno con suo padre, ucciso in guerra. Cerca di apparire forte davanti a sua madre, ma ammette che il suono della chiamata alla preghiera ora gli ricorda l’ultimo iftar che hanno condiviso prima del bombardamento. A un’età così giovane, il significato del digiuno è cambiato da gioiosa tradizione familiare a esperienza piena di perdita e paura dell’ignoto.
La solidarietà nelle difficoltà persiste
Le difficoltà della vita quotidiana continuano per i residenti di Gaza durante il Ramadan. I prezzi nei mercati sono aumentati notevolmente, le scorte alimentari essenziali sono scarse e la maggior parte delle tende non ha accesso all’elettricità dall’inizio della guerra, rendendo la preparazione dell’iftar e del suhoor una sfida quotidiana. Molti fanno affidamento su piccoli generatori o pannelli solari limitati, che sono insufficienti a soddisfare anche le esigenze di base, costringendo i residenti a trascorrere la notte in condizioni di oscurità quasi totale. Tuttavia, nonostante queste difficoltà, i segni di solidarietà rimangono. I volontari e le famiglie condividono il cibo che hanno, assicurandosi che i vicini possano almeno rompere il digiuno insieme, preservando lo spirito del Ramadan anche nella sua forma più semplice. In mezzo a queste sofferenze, i sopravvissuti si aggrappano ai rituali del mese sacro, mantenendo la pazienza e la speranza mentre cercano di conservare una parvenza di umanità tra la distruzione e l’assenza dei propri cari.
Nonostante tutte le perdite e il dolore, il Ramadan a Gaza rimane un mese di resilienza e umanità. Tra l’oscurità delle tende, il cibo scarso e la mancanza di elettricità, i sopravvissuti si sforzano di mantenere le tradizioni del mese, traendo forza dai ricordi di coloro che se ne sono andati e condividendo con gli altri il poco cibo e calore che hanno. Qui, il Ramadan è diventato un messaggio di resistenza e solidarietà nelle condizioni più difficili, una vivida testimonianza della capacità umana di pazienza e speranza nonostante tutto.











