Mercoledì 1° ottobre 2025, prima serata. All’aeroporto militare di Roma-Ciampino atterra un volo speciale proveniente dalla Giordania e ad accoglierli c’è il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «L’Italia è stata la prima ad avviare un corridoio riservato agli universitari con l’obiettivo di formare la futura classe dirigente palestinese», dichiara davanti alle telecamere. Alle sue spalle, un aereo militare; intorno a lui, un gruppo di giovani donne appena arrivate da Gaza, insieme ai loro familiari.

Quelle diciotto ragazze sono state le prime studentesse palestinesi fatte evacuare in Italia dall’8 ottobre 2023, data di avvio della “soluzione finale” israeliana contro la popolazione di Gaza. Sono arrivate dopo due anni di bombardamenti e sfollamenti forzati, all’esito di un travagliato percorso burocratico, iniziato a maggio 2025. In quel mese il Ministero dell’Università e la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) lanciavano il progetto Italian Universities for Palestinian Students (IUPALS): novantasette borse da 12.000 euro ciascuna e trentacinque atenei coinvolti.

Fin dall’inizio, però, il bando ha mostrato criticità evidenti. Ai vincitori è stato chiesto di frequentare corsi di lingua in presenza in Cisgiordania e di presentarsi al consolato italiano di Gerusalemme per il visto: condizioni formalmente ordinarie, ma di fatto inapplicabili per chi vive nella Striscia, soprattutto in tempi di genocidio. Così, per tutta l’estate 2025 – mentre Israele uccideva centinaia di palestinesi al giorno, direttamente con droni, proiettili e bombe e indirettamente con la carestia forzata – gli studenti sono rimasti bloccati per mesi.

Il silenzio delle istituzioni italiane si è interrotto solo a fine settembre, quando sono partite le prime evacuazioni, negli stessi giorni in cui si è originato il movimento italiano di solidarietà al popolo palestinese “Blocchiamo Tutto”. «Nel mese di ottobre gli arrivi sono proseguiti a piccoli gruppi», racconta Elisa Ragli, referente di un comitato di volontarie nato spontaneamente per coordinare studenti, atenei e istituzioni. «Secondo i numeri ufficiali del Governo, sono stati poco più di cento gli studenti trasferiti complessivamente, tra beneficiari IUPALS e vincitori di altre borse messe a bando dagli atenei». A dicembre è partito l’ultimo volo e da allora le evacuazioni per gli universitari si sono fermate.

Ancora oggi, però, numerosi studenti e studentesse che hanno già vinto le borse, completato le immatricolazioni e soddisfatto tutti i requisiti rimangono bloccati nella Striscia senza indicazioni né percorsi praticabili. «Oggi sono circa 160 i giovani e le giovani – non 38 né 50, come erroneamente riportato da alcuni media – che risultano titolari di borse di studio, già assegnate da università italiane, ma per i quali non esiste alcun corridoio operativo», denuncia Elisa Ragli. «Le Università scrivono ai ministeri, i ministeri rimandano ai consolati, i consolati alla CRUI. È un rimpallo continuo. L’unico momento in cui qualcosa si muove è quando parte la pressione mediatica».

Alcuni studenti avrebbero dovuto essere in Italia già da settembre, eppure non ricevono alcuna comunicazione da mesi. Altri, paradossalmente, sono arrivati in anticipo rispetto al periodo di studio pur avendo ottenuto la borsa in un momento successivo. «È questo che mostra il caos nelle liste», spiega ancora la volontaria. «Alcuni, ammessi a maggio, sono ancora a Gaza; altri, ammessi a novembre, sono già in Italia. Non c’è trasparenza sui criteri: tutto è stato gestito in modo frammentario» (Kritica ha dato voce ad alcuni fra gli studenti che sono riusciti ad arrivare, come Sara Awad, che oggi è a Siena, ndr).

Tra le studentesse beneficiarie ancora in attesa di una risposta concreta dall’Italia c’è Alaa Al-Zebda, vent’anni, diplomata nel 2023 e decisa a studiare medicina. Si iscrive all’università al-Azhar di Gaza, ma non riesce nemmeno a iniziare: il principale ateneo della Striscia è stato raso al suolo dall’esercito israeliano già nel gennaio 2024. Da allora l’intero sistema educativo di Gaza è stato ridotto in macerie dall’esercito israeliano: una strategia che numerosi accademici hanno definito “educidio” (educide). Anche la casa di Alaa viene bombardata e diversi familiari vengono uccisi. In poco più di un anno è sfollata quattordici volte. A ottobre ottiene la borsa IUPALS per Medicina a Milano, ma resta intrappolata nella Striscia con il primo semestre già perso.

«Mi sono iscritta all’università, ma non ho potuto fare nemmeno un passo verso il mio sogno», scrive. «La guerra è stata più veloce di me, ha distrutto la mia università e rubato i miei sogni». Racconta una quotidianità fatta di privazioni: «Non c’è elettricità stabile, non c’è internet affidabile, l’acqua è difficile da trovare». Eppure insiste: «Ogni volta che guardo me stessa mi ripeto che la mia occasione arriverà. Abbiamo urgente bisogno di essere evacuati per poter raggiungere le nostre università e riprendere gli studi, non per restare ad aspettare».

Mohammed, vent’anni, era tra i migliori studenti del suo liceo. Prima dello sterminio di Gaza era stato ammesso a studiare all’estero con una borsa di studio completa ma poi sono iniziati i bombardamenti, i valichi sono stati chiusi e quell’opportunità è svanita. Lui, però, non si è arreso: nonostante l’uccisione di suo padre e di sua sorella, e il collasso totale delle condizioni di vita a Gaza, ha continuato a tentare. Per 27 giorni consecutivi Mohammed è rimasto intrappolato con la sua famiglia nella loro casa di Gaza City, sotto assedio dei carri armati israeliani. Vivevano nascosti, senza elettricità, con pochissima acqua e cibo insufficiente. A un certo punto i tank hanno aperto il fuoco contro lui e un vicino: il vicino è stato colpito sette volte. Mohammed è sopravvissuto senza ferite fisiche ma, specifica, “per puro caso”.

In seguito presenta domanda per borse di studio internazionali in Europa, ottenendo numerose ammissioni ufficiali. Ancora una volta, però, la chiusura dei valichi gli ha impedito di partire. Una dopo l’altra, quelle possibilità sono state cancellate, lasciandolo bloccato nella Striscia. Alla fine è stato ammesso al programma IUPALS in Italia, annunciato come comprensivo di corridoi di evacuazione per gli studenti. Ha completato tutte le procedure richieste e ricevuto la conferma formale dell’assegnazione. Eppure il suo nome non è mai comparso nelle liste di evacuazione, senza spiegazioni e senza tempistiche. I mesi sono passati. Ha perso un intero semestre accademico aspettando.

«Ho fatto tutto ciò che mi è stato chiesto. Sono stato selezionato. Sono stato ammesso. Ciò che mi separa dal mio futuro non è il merito, è l’accesso. Non sto aspettando una nuova opportunità. Sto aspettando di poter accedere a quella che ho già conquistato.»

Yousef Shahwan, ventitrè anni, si è visto sfumare più volte il futuro. Nell’ottobre 2023 si stava preparando a rappresentare la Palestina a una conferenza tecnologica a Dubai: progetto pronto, valigia fatta. Poi il genocidio ha bloccato tutto. Il valico si è chiuso e, per la prima volta nella sua vita, si è messo tra lui e il suo futuro.

All’inizio del 2024 vince una borsa competitiva in Qatar, con ammissione universitaria e visto già rilasciati, ma ancora una volta il confine resta chiuso: perde due semestri e alla fine il finanziamento viene revocato. Nonostante lo sfollamento della famiglia e la vita in tenda, riprova ancora. Si candida per un master in Ingegneria elettronica in Italia, viene accettato, aspetta per mesi l’inizio delle lezioni. Anche questa volta resta fermo.

«Questa borsa non è solo studio. È una possibilità di vita dignitosa, un futuro per la mia famiglia, un modo per restituire qualcosa al mio Paese. Credo che la conoscenza non debba scomparire nell’oscurità. Deve poter brillare, costruire vite, far crescere le comunità.

Chiedo solo che gli studenti di Gaza non vengano lasciati indietro: non perché mancano di capacità, ma perché sono intrappolati».


CREDITI FOTO: ANSA/TELENEWS

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