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La rappresentazione della in età classica era un momento di riflessione per la polis – un momento  per eccellenza. Questa è la dimensione che più di tutte il regista catalano Àlex Ollé ha voluto preservare nella sua rivisitazione contemporanea de I Persiani di Eschilo, andata in scena per la prima al teatro greco di Siracusa, il 13 giugno 2026. I suoi Persiani sono infatti lo specchio della frenesia imperiale occidentale che cerca di arrestare il declino della sua supremazia, magnificando la guerra – nella sua mostruosità tecnologica e tecnocratica odierna – come condizione ineluttabile e totalizzante delle società contemporanee. La tragedia si apre con un frenetico consesso militare sotto uno schermo gigante, che nel corso della tragedia amplificherà a più riprese le espressioni più atroci dei protagonisti.

Nello scenario di un teatro millenario, quei Persiani siamo noi, i vivi di oggi: la visione del regista è esplicitata da un set calato nel mondo odierno. Niente coppe d’oro e drappeggi purpurei. Solo un enorme tavolo da gabinetto di guerra e generali in divisa. 

L’ambizione di Ollé, ripoliticizzare la contemporaneità

Le scelte di Ollé non hanno deluso chi, come la sottoscritta, era andata a vedere i Persiani proprio per testare la responsabilità politica di un regista che oggi porta sulla scena una rivalità – quella tra Persiani e Ateniesi – dalla portata simbolica e storica attualissima. Altri spettatori, secondo quanto riportato dalla stampa locale, si sono invece lamentati per l’assenza di una scenografia anticheggiante.

Questo desiderio di antico potrebbe facilmente essere scambiato per culto classicista. In verità, riflette molto bene lo spirito dei tempi; siamo in un momento storico in cui all’arte viene richiesta una funzione meramente commerciale, astorica – o antistorica – e soprattutto apolitica, come se il ruolo dell’arte fosse avulso dalla società e fosse anzi proprio quello di non perturbare la mostruosità del potere politico. Specialmente mentre quest’ultimo ci costringe ad essere spettatori di un ostentato e teatralizzato, il genocidio che Israele sta commettendo contro il popolo palestinese, con il cruciale sostegno di quasi tutti i governi occidentali: un anti-nomos che diventa nomos sulla scena della realtà. 

Proprio per questo è invece necessario cogliere la portata storica e simbolica della messa in scena de I Persiani a Siracusa. Àlex Ollé ha al contempo onorato e sovvertito la lunga ricezione occidentale dell’opera che Eschilo portò in scena alle Dionisiache del 472 a.C. I Persiani sono il dramma che più esemplarmente, tra le tragedie a noi giunte, mette in scena la hybris imperiale, esaltando il pianto del popolo persiano e di Atossa (interpretata sul palco, magistralmente, da Anna Bonaiuto), madre del re Serse, che aveva condotto la sua flotta alla disfatta di nel 480 a.C. nel tentativo di assoggettare le poleis greche, per espandere un impero che già dominava gran parte dell’Asia e si estendeva fino alla Ionia. 

L’impero persiano, modello e nemesi dell’Occidente

Dal diciottesimo secolo in poi, la visione dell’impero persiano – attraverso I Persiani di Eschilo e la Ciropedia di Senofonte – acquisì una specifica funzione nell’immaginario occidentale. Come ha scritto Hamid Dabashi, la Persia diventò il modello dell’ambizione coloniale europea e al contempo la sua nemesi, mentre paradossalmente l’imperialismo europeo cercava di ricostruire una continuità storica millenaria – sulla falsariga di quella persiana – tracciando artificialmente le sue origini nell’antica gloria imperiale di Atene, esaltando la storia locale della , una zona periferica dell’ moderna senza alcun legame storico con Parigi, Londra, Berlino o le altre capitali imperiali. 

Il lungo lascito di questa mimesi oggi assume toni grotteschi e sinistri, mentre l’impero statunitense, pilotato dalle ambizioni regionali di Israele, medita la distruzione del suo alter ego strategico, l’Iran, ma scopre nello stretto di Hormuz, proprio come i Persiani a Salamina, i limiti del proprio dominio imperiale. Oggi Salamina si trova a Hormuz.

non aveva certo potuto prevedere di portare I Persiani in scena in coincidenza con l’umiliazione storica che gli Stati Uniti si sono cercati da soli – attaccando l’Iran in preda alla vanagloria e sperando di cogliere alla sprovvista un nemico preparatissimo – ma aveva di certo ben presente il contorno ideologico dell’ansia imperialista che ha animato la spedizione. 

La guerra a tutti i costi del potere e la protesta popolare contro la guerra compongono una dicotomia che sorregge lo sviluppo dell’intera tragedia. Il dramma si apre con gli slogan di una manifestazione contro la guerra che si odono in lontananza, si compone attorno al racconto del messaggero sopravvissuto a Salamina (Giovanni Sartori, in una interpretazione eccezionale), ed è scandita da intermezzi che richiedono allo spettatore qualche secondo per capire che non si tratti di irruzioni esterne, ma di parte integrante della messa in scena: una vedova di guerra, giovane cassiera, denuncia la ‘patria’ – pura retorica – per averle portato via il suo sposo; un gruppo di manifestanti tra il pubblico mostra uno striscione con su scritto “NO ALLA GUERRA”; infine, a chiudere l’ultimo atto, una madre vaga per la città, cercando un figlio di cui non le resta neppure il feretro da piangere, mentre sullo sfondo Serse e Atossa, dopo il pianto della disfatta, voltano pagina, godendosi una cena elegante. Un finale perentorio per ricordare a tutti noi che a pagare il prezzo della guerra sono sempre e solo i poveri. 

Mentre i sostenitori del invocano il ripristino della leva obbligatoria per i nostri figli e già tagliano fondi alla sanità, alla e alla ricerca in nome della guerra che verrà, ciò che li muove non è un reale nemico all’orizzonte, ma la rinnovata simbiosi tra complesso militare-industriale ed espansione del capitalismo finanziario e delle intelligenze artificiali, che su Gaza ha appena testato le sue ultime “innovazioni”, pronte a generare nuovi profitti estendendosi ad altri fronti.

Il meta-teatro e la politica fuori dalla scena

Ma la dimensione metateatrale della prima de I Persiani ha di gran lunga superato ciò che il copione stesso prevedeva. Ad accogliere gli spettatori di fronte alla cancellata del parco archeologico, una manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese ha aperto la discesa che conduce al teatro greco. Scendendo verso l’emiciclo, una cospicua e insolita presenza di forze dell’ordine (non equiparabile alle altre serate) faceva da cordone agli spettatori; forse lì a domare i pacifici manifestanti, forse a proteggere ranghi ben più alti.

La spettatrice d’onore che concedeva interviste di fronte al palco prima dell’inizio era infatti l’attrice britannica Helen Mirren, distintasi nelle ultime settimane per aver rivelato l’eccitazione provata durante un viaggio in Israele nel 1967 nel vedere, a fronte della popolazione palestinese cacciata via dalle proprie case, il nascere della piccola colonia sionista europea nel cuore del Levante arabo. Ad accompagnarla in pompa magna il sindaco di Siracusa, con tanto di fascia tricolore, eletto con il partito  di Carlo Calenda, tra i più ferventi sostenitori del riarmo. A chi nel pubblico ha provato fastidio di fronte a cotanto parterre resta almeno il piacere di aver visto questi spettatori d’onore diventare – a loro insaputa e loro malgrado – parte della scena, con un ruolo ben preciso: almeno per una volta costretti a osservare, senza il potere di censurare o denigrare, una protesta che, con la finzione teatrale, ha messo a nudo tutta la loro reale hybris – una vera tragedia per la polis globale, per tutti noi. 

Questa è, d’altronde, la funzione della tragedia greca che Ollé ha fedelmente osservato: rappresentare il conflitto tra hybris e dikē (giustizia). Con buona pace di chi non tollera che sia ancora viva l’anima politica dell’arte.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link.

CREDITI FOTO: Marina Calculli

Autore

  • Marina Calculli

    Docente di politica internazionale all'Università di Leiden, in Olanda.

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