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Il 27 e il 28 maggio scorsi, circa un migliaio tra attivisti per la Palestina, studenti, organizzazioni politiche e dei lavoratori polacchi, collettivi di opposizione all’accordo di associazione tra Europa e Israele, si sono ritrovati a Varsavia per manifestare contro un evento sulle tecnologie per la difesa e la guerra cibernetica che proprio in quei giorni si stava svolgendo al Presidential Hotel. L’evento era il (blindatissimo) NexTech Warsaw, organizzato dalla tentacolare piattaforma Cybertech Global del giornalista e analista israeliano Amir Rapaport, e supportato dalla lobby ELNET, nota anche in Italia per promuovere e finanziare viaggi di delegazioni parlamentari europee in Israele allo scopo di costruire narrazioni favorevoli del Paese governato da Benjamin Netanyahu.

“La conferenza ripulisce i crimini di guerra di Israele e trae profitto dal conflitto a Gaza”, e ancora, “Varsavia non deve diventare una base per promuovere armi usate contro bambini e civili”, hanno scandito i manifestanti, condannando l’inammissibile partecipazione, tra gli speaker, di ex militari dell’IDF, uno dei quali incolpato di crimini contro l’umanità e genocidio.

La folla di contestatori, inoltre, ha accusato di complicità i governi alleati di Israele e chiesto un embargo totale sulle armi e sanzioni per i criminali di guerra, prima che la polizia, imponentemente schierata all’ingresso dell’hotel, decidesse di intervenire portando via alcuni dimostranti.

Proteste davanti all’hotel Presidential. Fonte: Enjoy your stay.
NextTech Warsaw, l’evento israeliano per il riarmo globale

Mentre in strada accadeva tutto questo, in alcune sale dell’hotel di quaranta piani nel cuore della città si incontravano rappresentanti di governi dell’Europa orientale e della Nato, alti ufficiali delle Forze di Difesa, dell’antiterrorismo e della cybersecurity israeliana e CEO di aziende e start-up che sviluppano tecnologie testate e dispiegate sui campi di battaglia, cioè nei Territori Palestinesi Occupati: alcune di queste già industrializzate, altre in fase di perfezionamento. Tutti impegnati a tessere relazioni, rafforzare alleanze e stringere nuovi accordi; del resto, i temi al centro dell’evento erano quelli che alimentano la folle corsa globale alla sicurezza e al riarmo: guerra e difesa cibernetica, tecnologie militari e dual-use, guerra cognitiva e molto altro.


Qui puoi leggere in inglese il programma di NextTech WarsaW


Trattandosi di un evento di matrice israeliana, oltre la metà dei relatori proveniva, ovviamente, da Tel Aviv e Gerusalemme: tra questi, il direttore dell’Israel National Cyber Directorate, l’Agenzia nazionale per la sicurezza cibernetica, Yigal Unna; l’ex capo dell’Israel Innovation Authority, l’Agenzia governativa che muove l’intero ecosistema dell’innovazione, Aharon Aharon, e l’ex ufficiale di intelligence della Unity 8200 – il corpo d’élite dell’IDF specializzata in cybersecurity – ed ex analista dati per PayPal, Sariel Moshe.

Rafael: il gigante israeliano accusato di complicità nel genocidio a Gaza

Anche il Maggiore Generale dell’IDF oggi in pensione, Yoav Har-Eve, un lungo passato come CEO della Rafael Advanced Defense Systems LTD e un presente come presidente di un’azienda che sviluppa tecnologie per simulare scenari operativi e addestrare virtualmente al combattimento, è stato uno degli speaker del controverso evento. Per la cronaca, la Rafael è tra le maggiori aziende di armamenti di proprietà statale; ha filiali in Europa e negli Stati Uniti, ha appena chiuso un anno da record grazie alla continua crescita della domanda globale ed è, soprattutto, il più grande fornitore alle Forze armate israeliane di missili e droni usati nelle operazioni militari sulla Striscia di Gaza e nella West Bank, ma anche in Libano e Siria.

La complicità della Rafael nel genocidio a Gaza e i profitti stellari che sta registrando dal 7 ottobre 2023 sono state denunciate da diverse ONG; anche per Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, l’azienda ricoprirebbe un ruolo di primo piano nell’infrastruttura economica che sostiene l’occupazione israeliana.

Invitato un imprenditore accusato di crimini di guerra

A Varsavia, tuttavia, le contestazioni più accese si sono concentrate su un’altra figura: quella dell’imprenditore “prodigio” Jonathan Barkat, un riservista della 55ª Brigata Paracadutisti dell’Esercito ed ex studente della Columbia University sulla cui testa pende una richiesta di arresto per crimini di guerra e genocidio presentata all’autorità giudiziaria polacca da due Organizzazioni per i diritti umani. L’ex militare, invitato dalla Cybertech Global a intervenire sull’“Uso dei droni nei conflitti armati”, ha infatti creato un programma di tecnologie per droni adottato dalle Forze di Difesa Israeliane che ha accorciato la catena di eliminazione di persone e beni protetti, riducendo a pochi minuti il ​​tempo che intercorre tra l’identificazione e la neutralizzazione del “bersaglio”.

La partecipazione di Barkat, accusato della distruzione deliberata della moschea Al-Istiqlal a Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza, è stata commentata con queste parole da Dyab Abou Jahjah, direttore generale della Hind Rajab Foundation, l’ONG che con Initiative Kaktus ha presentato la denuncia penale: “Ospitare un forum in cui individui accusati di crimini di guerra possono interagire liberamente equivale a un’aperta approvazione dell’impunità. Dando a Jonathan Barkat una piattaforma per discutere della potenza dei droni mentre è accusato di aver deliberatamente distrutto una moschea sacra, la conferenza NexTech si trasforma da vertice tecnologico in una piattaforma per insabbiare le atrocità”.

Normalizzare le tecnologie belliche israeliane

Non è certo la prima volta che gli eventi di Cybertech Global e le conferenze di cyber-security e difesa legate a Israele che si svolgono ogni anno in molte parti del mondo (Italia compresa), vengono additati da tante organizzazioni per i diritti umani, attivisti, accademici e persino da dipendenti stessi del settore high-tech, come strumenti di soft power. Ovvero, come veicoli per normalizzare e promuovere quelle tecnologie belliche e di sorveglianza impiegate nella repressione della popolazione palestinese. Pensiamo alle campagne militari che a Gaza avrebbero causato la morte di oltre 70 mila civili21 mila dei quali bambini. Accuse analoghe sono state rivolte di recente anche a Tokio e a Roma.

Dando a Jonathan Barkat una piattaforma per discutere della potenza dei droni mentre è accusato di aver deliberatamente distrutto una moschea sacra, la conferenza NexTech si trasforma da vertice tecnologico in una piattaforma per insabbiare le atrocità

Dyab Abou Jahjah, direttore generale della Hind Rajab Foundation
Il marchio che vende l’esperienza militare israeliana

Per la “Nazione in armi”, o “Fortezza-Israele”, “l’esperienza militare e di sicurezza è diventata un capitale di sicurezza e un marchio” che utilizza per vendere sul mercato internazionale prodotti e idee che “parlano” di qualità, efficacia, professionalità, affidabilità. Ad evidenziare questo concetto è stata l’antropologa Erella Grassiani, professoressa all’Università di Amsterdam, in un saggio del 2017 contenuto nel libro Security/Mobility. Politics of MovementAll’interno di una formula da lei stessa ideata e a cui ha dato il nome di ISE (Israeli Security Experience), Grassiani ha incluso tutto ciò che rappresenta il capitale della sicurezza israeliano: i simboli dello Stato Israeliano e dell’IDF, il valore del suo know-how, una particolare forma di mascolinità sionista e la promozione di una “specifica forma di moralità, competenza ed etica del lavoro”. Ma anche quella “naturalizzazione del legame tra un passato come combattente israeliano e una conoscenza approfondita del terrorismo” che permette, secondo Grassiani, di impiegare “in modo non critico nell’ambito civile” metodi e tecnologie militari, semplicemente “utilizzando categorie di guerra e conflitto all’interno di aree urbane e sovrapponendo il terrorismo alla criminalità”.

Israele mette in scena la dominazione tecnologica sui palestinesi

Un ragionamento, il suo, ripreso qualche anno dopo dalla ricercatrice del Max Planck Institute, Maya Avis, che nel suo contributo al libro States of Surveillance del 2024, scrive: “Lo Stato israeliano mette costantemente in scena la dominazione tecnologica sui palestinesi attraverso la pubblicazione di informazioni sui successi delle proprie tecnologie avanzate”. Ciò “svolge un ruolo importante nell’autonarrazione di Israele come soggetto in grado di esistere e dominare una regione ostile grazie alla propria eccellenza tecnologica”.

Israele si è cucita addosso, insomma, un marchio di grandissimo successo che le consente di fare affari con tutti i continenti scostando l’attenzione dai crimini che sta commettendo sulla Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano e sugli altri fronti di guerra. È un brand per mezzo del quale può continuare ad auto-proclamarsi epicentro mondiale dell’innovazione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale, forte anche di una altissima concentrazione di start-up pro capite al mondo e di una invidiata capacità produttiva. A dispetto delle dimensioni, Israele è infatti la più grande produttrice di armi al mondo.

Una presentazione riguardante il business israeliano delle imprese Cyber AI. Fonte: Linkedin.
Fonte: Linkedin.
19,2 miliardi di dollari di esportazioni di armi nel 2025

I dati diffusi poche settimane fa dall’International Defense Cooperation Directorate (SIBAT), la Direzione israeliana per la Cooperazione Internazionale in materia di Difesa – invitata anche alla recente ILA Berlin 26 con Rafael, Elbit Systems e altri – ci mostrano che nel 2025 il Paese ha esportato armi e sistemi di sorveglianza per oltre 19 miliardi di dollari (+30% rispetto all’anno precedente), specialmente in Europa (il 36% del totale), nelle regioni Asia-Pacifico (32%), nel Nord Africa, in Medio Oriente, eccetera. E, come ci testimonia la sempre più intensa corsa agli armamenti – ormai considerata da molti governi una necessità imprescindibile –, questa tendenza è destinata a crescere ulteriormente.

Nel 2025, nel clou del genocidio commesso a Gaza, Israele ha esportato armi e sistemi di sorveglianza per oltre 19 miliardi di dollari (+30% rispetto all’anno precedente), specialmente in Europa (il 36% del totale), nelle regioni Asia-Pacifico (32%), nel Nord Africa, in Medio Oriente, eccetera.

Tuttavia, se le guerre del presente vengono combattute con missili, droni e sistemi di sorveglianza, quelle del futuro probabilmente si giocheranno sempre più sul terreno del controllo tecnologico e cognitivo.

L’Esagono di alleanze e l’esportazione del potere tecnologico-cognitivo

Nell’ultimo numero della rivista italiana di geopolitica Limes, l’analista dell’Institute for National Security Studies (INSS), Kobi Michael, ha scritto: “Nel discorso di apertura alla riunione di governo del 22 febbraio 2026, Binyamin (sic) Netanyahu ha delineato pubblicamente per la prima volta il suo piano per una nuova architettura regionale: un «Esagono di alleanze» concepito per unire Asia, Africa ed Europa”, che “riconfigura l’ambiente operativo israeliano, evolvendo dagli accordi diplomatici e dalla deterrenza bilaterale verso un’architettura multidimensionale che integri sicurezza, connettività infrastrutturale e cooperazione geoeconomica. […] Netanyahu fa leva sulla forza tecnologica di Israele per consolidare la propria visione. A suo avviso, l’intelligenza artificiale e l’informatica quantistica «sono il presente, non il futuro»”.

Con “questa affermazione”, ha continuato Michael su Limes, Netanyahu intende “plasmare il potere tecnologico-cognitivo di Israele in un modo del tutto inedito. Se finora lo Stato ebraico ha esportato attrezzature per la sicurezza e l’intelligence, la prossima dimensione è l’esportazione del potere tecnologico-cognitivo”.

Start-up Nation: il mito che legittima il militarismo autoritario

Ma torniamo al presente. Start-up Nation, o Nazione delle Start-up è il nomignolo con cui Israele è ovunque conosciuta da qualche decennio. È una parola che riesce a incantare il mondo con la sua narrazione di resilienza economica, tecno-progresso, democrazia e prosperità sociale ma che esclude totalmente, allo stesso tempo, tutte le dimensioni più oscure e problematiche del progetto d’Israele: dal colonialismo al militarismo fino alla deriva securitaria. 

La Start-up Nation non è una “storia di genio imprenditoriale quanto un mito accuratamente costruito per legittimare il militarismo autoritario e le politiche economiche neoliberali”, scrive lo studioso francese Clément Segal, ricercatore/attivista dello European Network Against Racism (ENAR), nel saggio Techwashing and fascist politics. A case study of Israel’s “Start-up” Nation  (“Techwashing e politica fascista. Un caso di studio su Israele, la Nazione delle Start-up”, pubblicato in un report del Transnational Institute scaricabile qui). Secondo questa lettura, sarebbe invece un mito elaborato per accelerare il progetto coloniale, rafforzare gli interessi economici propri e delle multinazionali partner (a scapito dell’economia palestinese), per “erodere le norme democratiche, calpestare le libertà fondamentali e utilizzare come capro espiatorio gruppi sociali razzializzati o marginalizzati”.

La Start-up Nation non è una “storia di genio imprenditoriale quanto un mito accuratamente costruito per legittimare il militarismo autoritario e le politiche economiche neoliberali”, bensì un mito elaborato per accelerare il progetto coloniale, rafforzare gli interessi economici propri e delle multinazionali partner (a scapito dell’economia palestinese), per “erodere le norme democratiche, calpestare le libertà fondamentali e utilizzare come capro espiatorio gruppi sociali razzializzati o marginalizzati”.

Il libro del 2009 e la nascita di Startup Nation Central finanziata da Paul Singer

È stato un bestseller uscito nel 2009, Start-up Nation: The Story of Israel’s Economic Miracle, a rendere popolare il termine e, secondo Segal, “a fare di più per il branding del Paese di qualsiasi campagna governativa ufficiale”. Il libro presentava il servizio militare come il trampolino di lancio per aspiranti tecnologi, con soldati che diventano imprenditori del campo di battaglia”, ma si guardava bene dal menzionare “i 3,8 miliardi di dollari annui provenienti dagli USA che sostengono l’economia israeliana, né i 310 miliardi di dollari (adeguati all’inflazione) di assistenza economica e militare totale dal 1948”, o perfino la stessa occupazione dei Territori Palestinesi. 

Successivamente alla sua pubblicazione, e a distanza di qualche anno dal programma ministeriale israeliano Brand Israel, varato per spostare l’attenzione internazionale dalla seconda Intifada, allora in corso, verso narrazioni positive e virtuose del Paese, “fu fondata la Startup Nation Central (SNC), una sedicente «ONG indipendente e apolitica» che promuove l’ecosistema tecnologico israeliano nel mondo. In realtà”, spiega Clément Segal nella sua ricerca, “SNC è finanziata al 95% da un miliardario statunitense: Paul Singer, figura centrale nei circoli neoconservatori, grande donatore repubblicano e di Trump in modo particolare (ha contribuito con una ricchissima donazione alla recente sconfitta elettorale di Thomas Massie, uno dei pochi deputati repubblicani critici verso Trump e verso Israele, ndr), stretto alleato di Netanyahu ed ex datore di lavoro” alla Elliott Investments, da lui fondata, di uno dei due autori del libro.

Il cuore della strategia di techwashing

La SNC nasce “non solo per contrastare il movimento BDS” ma anche come strumento di reputational diplomacy e “per portare avanti la strategia di Benjamin Netanyahu di integrare il complesso militare-tecnologico israeliano nei mercati globali, in particolare collocando ex ufficiali […] della Unity 8200 in ruoli chiave nelle principali aziende tecnologiche, affinché i boicottaggi diventassero strutturalmente impossibili”. 

È grazie alla strategia del techwashing che Israele sancisce il successo del proprio racconto. Attraverso la celebrazione, l’esaltazione della supremazia tecnologica-militare e imprenditoriale, Israele è, difatti, ancora in grado di “smacchiare” un’immagine politica e una reputazione sociale lordate dalle accuse di genocidio ed ecocidio e dalla realtà del colonialismo di insediamento che, come è stato approfondito da molti studi sul settler colonialism, è alla base del progetto sionista. Un progetto, cioè, di costruzione di uno Stato ebraico esclusivo su tutta la Palestina storica (e ormai anche oltre, verso il Grande Israele, ndr), attraverso l’appropriazione della terra sottratta ai nativi, la loro eliminazione e sostituzione con comunità di coloni che rivendicano una sovranità egemonica. Motore rombante di questa strategia è quella sorta di diplomazia pubblica, o, per meglio dire, di propaganda governativa conosciuta come hasbara, che nella sua versione “potenziata” digitalmente diventa hasbara 2.0.

Techwashing: esempi di espansione del dominio coloniale

Esempi di techwashing funzionali a un’espansione del dominio coloniale sono, secondo Segal, Wadi Joz, conosciuta come la Silicon Wadi di Israele; Atarot, con la fabbrica della Coca Cola e, non ultimo, il piano di ricostruzione high-tech della Striscia di Gaza: “Gaza 2035”.

“SNC è il cuore della strategia di techwashing”, continua l’autore nel saggio pubblicato lo scorso febbraio: il Paese “esporta un raffinato manuale dell’innovazione per attirare investitori, corporation e governi”, tanto di democrazie liberali quanto di regimi autoritari. Sostenuto da ELNET (European Leadership Network), dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e da altri gruppi di lobby bipartisan, Israele “ospita decisori politici, organizza tour per delegazioni aziendali, invia imprenditori all’estero e conclude accordi commerciali che fondono innovazione e diplomazia, trasformando il miracolo high-tech israeliano in uno scudo geopolitico. Persino durante il genocidio, start-up israeliane operavano negli Emirati Arabi Uniti sotto l’ombrello di SNC”.

Diplomazia dello spyware e accordi di armi in Africa

Il suo ecosistema high-tech è diventato un vero e proprio strumento di politica estera e la sua retorica della Start-up Nation ha ispirato governi di tutto il mondo. “Dalla French Tech agli stati baltici e alle partnership rumene per la sicurezza informatica. In Africa, la fusione tra alta tecnologia, aiuti e militarismo è ancora più evidente”, sottolinea il ricercatore di ENAR: “Israele ha firmato accordi di cooperazione con Kenya e Rwanda, mentre aziende come Netafim (agricoltura) e Mekorot (acqua) operano come estensioni della politica statale. Progetti presentati come innovazione umanitaria, tra cui l’iniziativa Green Horizon nel Sud Sudan, sono serviti da copertura per accordi di armi del valore di 150 milioni di dollari a entrambe le parti in guerra, a dispetto degli embarghi internazionali. Nel frattempo, la diplomazia dello spyware israeliana ha aperto la strada alla normalizzazione con Paesi africani e Stati arabi attraverso gli Accordi di Abramo: Pegasus [il software progettato da NSO Group per infiltrarsi negli smartphones, nda] è stato venduto ai governi del Marocco, del Ghana, all’Egitto, agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita, facilitando la repressione globale di giornalisti e giornaliste e di difensori dei diritti umani”.


NOTA DI REDAZIONE: Una prossima edizione di CyberTech Europe è prevista a Roma a metà ottobre prossimo. Roma ospita ogni anno, presso la Nuvola di Fuksas all’EUR, l’edizione europea della CyberTech Conference. Al momento non è possibile accreditarsi come giornalisti per riportare l’evento. Si può solo iscriversi come “Media Partner”, e l’iscrizione comporta firmare l’accettazione a ricevere notifiche, pubblicazioni e newsletter relative al gruppo CyberTech e all’attività di difesa militare israeliana provenienti dal grupppo CyberTech, inclusi Arrowmedia Israel LTD, Cybertech Singapore (CYSING) Pte.LTD, Cybertech Mena e Cybertech USA.


Dopo aver letto, nella sua ricerca, che “la Nazione delle Start-up è un caso esemplare di come la tecnologia può essere impiegata per ripulire la violenza statale, deviare le critiche, consolidare alleanze transnazionali fasciste e di estrema destra” e – aggiungiamo, basandoci sul suo lavoro – reprimere ogni Intifada in nome della pace e della “salvezza del mondo”, chi scrive ha deciso di contattare Clément Segal per farsi spiegare alcune cose. Per esempio, in quale modo il sionismo high-tech promuoverebbe la pace.

Come Israele usa l‘idea di Start-up Nation per il peacebuilding

«Israele usa la narrazione di Nazione delle Start-up per svolgere attività di peacebuilding, di costruzione di pace, e lo fa, per esempio, con istituzioni come lo Shimon Peres Peace and Entrepreneurship Center. Sul loro sito dichiaravano, prima del 7 ottobre, che 12 mila bambini di Gaza erano stati “salvati” e curati in ospedali israeliani. C’è poi la questione della pace economica e l’idea che il capitalismo high-tech possa portare prosperità e pace ai palestinesi». Segal mi ricorda che ad esprimere questo concetto è stato lo stesso Netanyahu in un discorso tenuto nel 2009 alla Bar-Ilan University di Ramat Gan.

«Strumentalizzando il concetto teologico ebraico di Tikkun Olam [riparazione del mondo, nda], Israele dichiara di salvare il mondo grazie al suo predominio tecnologico in settori che vanno dall’agricoltura alla salute al cibo, dall’AI alla cybersecurity». 

All’autore chiedo poi quali elementi possono aiutare l’opinione pubblica occidentale a separare l’immagine di eccellenza tecnologica dalla realtà dell’occupazione, dell’apartheid, del genocidio/ecocidio a Gaza e dell’attuale guerra nel Golfo Persico.

«L’innovazione e la tecnologia servono a depoliticizzare alcuni palestinesi, soprattutto la borghesia: il neoliberalismo funziona come strumento di depoliticizzazione nei Territori Palestinesi Occupati», mi risponde. «Istituzioni come FMI, Banca Mondiale, Stati Uniti e Israele cercano di creare un palestinese economicamente “soddisfatto”, e quindi difficilmente disposto a mettere in atto forme di resistenza. Un esempio emblematico è Rawabi, una città palestinese costruita dal miliardario Al-Masri con il sostegno israeliano e qatariota: presentata come segno di modernità, cancella le tracce dell’occupazione e sostituisce la coscienza nazionalista collettiva con il consumismo. In realtà, a beneficiarne è soprattutto l’economia israeliana».

Il sionismo high-tech è un modello esportabile? gli domando; e, se lo è, vede esempi concreti, oggi, al di fuori di Israele, in cui l’innovazione tecnologica e le politiche illiberali convergono in modo simile?

«Strumentalizzando il concetto teologico ebraico di Tikkun Olam, “riparare il mondo”, Israele dichiara di salvare il mondo grazie al suo predominio tecnologico in settori che vanno dall’agricoltura alla salute al cibo, dall’AI alla cybersecurity». 

Clément Segal, ricercatore e attivista dello European Network Against Racism (ENAR)
Il modello esportabile: tecnofascismo globale e imitazione del sionismo high-tech

«Sì, è un modello assolutamente esportabile. Il ricercatore finlandese Antti Tarvainen sostiene, ad esempio, che colonialismo e ideologia dell’innovazione siano fra loro profondamente intrecciati. Confrontando la Silicon Valley e la Silicon Wadi israeliana, egli mostra come entrambe si basino su miti ed eroi per giustificare la violenza coloniale, dai cowboy e dai pionieri ai moderni imprenditori del tech. L’aspetto più pericoloso, per Tarvainen, è che questi modelli vengono oggi imitati a livello globale, con altri Paesi che riproducono inconsapevolmente le proprie mitologie coloniali sotto la sembianza del progresso. Posso farti gli esempi dell’Arabia Saudita con il progetto NEOM; della Bitcoin City in El Salvador; il tecnofascismo negli Stati Uniti, incarnato da figure libertarie come Peter Thiel ed Elon Musk e, più in generale, dal movimento neo-reazionario; le città e comunità Prospera, Praxis e Afropolitan; il caso di Javier Milei in Argentina, che ha spesso elogiato il modello israeliano della Start-up Nation, così come in passato aveva fatto Jair Bolsonaro; i legami diretti tra il modello israeliano e alcune correnti del tecnofascismo».

Una infografica realizzata da Clément Segal sul modo in cui Israele si propone come salvatrice del mondo
Una infografica realizzata da Clément Segal sul modo in cui Israele si propone come salvatrice del mondo

È chiaro, insomma, che la pratica del techwashing sta trasformando anche le nostre democrazie. Quale spazio d’azione resta ai cittadini? Possiamo costruire un’alternativa?

Imperativo di resistenza: costruire alleanze contro il tecnofascismo

«Dobbiamo capire che la tecnologia non è solo uno strumento, ma anche un fine politico. È un progetto politico in sé, è la quintessenza dell’ultra-neoliberismo che amplifica le disuguaglianze. Dobbiamo capire che la parola “progresso” viene usata come miraggio e che è assolutamente necessario costruire alleanze tra movimenti sociali (clima, diritti digitali, migrazione, antirazzismo, genere) per contrastare il tecnofascismo e riappropriarci della tecnologia, così da poter cominciare a immaginare modelli alternativi di governance tecnologica».


© Kritica – Riproduzione parziale dell’articolo consentita per non oltre la metà, citando all’inizio il link e la fonte.

Autore

  • Monica Zornetta

    Giornalista professionista, saggista, autrice.
    Ha scritto di mafia, terrorismo, criminalità per il Corriere della Sera e Narcomafie; ha collaborato con L’Espresso, 7Sette, Rai Storia; è oggi una delle firme di Avvenire, Domani, La Lettura. Tra i suoi libri: "A casa nostra. Cinquant'anni di mafia e criminalità in Veneto", "La resa, ascesa, declino e pentimento di Felice Maniero", "Ludwig", "Terrore a Nordest" (con G. Fasanella), "Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia" (con P. Camuffo).
    Ha partecipato al “Dizionario enciclopedico delle mafie in Italia” (a cura di C. Camarca) e al libro “Una generazione scomparsa. I mondiali in Argentina del 1978” (di D. Biacchessi). Ha collaborato con C. Lucarelli e D. Iannacone. Del suo lavoro hanno scritto quotidiani e riviste europee e latino-americane.

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