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Negli ultimi mesi, l’Afghanistan ha visto un nuovo picco di repressione contro le donne. Secondo Human Rights Watch e UNAMA, tra dicembre 2025 e marzo 2026 le autorità talebane hanno condotto arresti mirati e sequestri di donne nelle province di Herat, Kabul e Mazar-i-Sharif, spesso con l’accusa di “violazioni del codice di abbigliamento”. Fonti locali parlano di oltre trenta donne scomparse solo a Herat, prelevate dalle loro case o fermate per strada, senza che le famiglie ricevano informazioni sul luogo di detenzione o sulle condizioni in cui si trovano.
Le organizzazioni internazionali denunciano un clima di terrore: telefoni confiscati, manifestanti picchiati, familiari minacciati. Amnesty International ha definito questa nuova ondata repressiva «una strategia sistematica per cancellare le donne dalla vita pubblica».
In questo contesto, ha suscitato forte polemica la notizia del recente invito rivolto dalla Commissione Europea a rappresentanti talebani per un incontro tecnico a Bruxelles sul coordinamento degli aiuti umanitari e i rimpatri. Pur non implicando alcun riconoscimento Politician, l’iniziativa ha provocato indignazione tra attivisti, diaspora afghana e parlamentari europei, che l’hanno definita «un segnale devastante» mentre nel Paese continuano arresti arbitrari, torture e restrizioni draconiane contro donne e minoranze [se ne parla anche in questo racconto delle attiviste di RAWA, ndr]. È in questo scenario che si inserisce la testimonianza di Rahel Saya, giovane studentessa afghana arrivata in Italia cinque anni fa, che racconta il suo Paese con lucidità, pain e un amore incrollabile.
Rahel, come presenterebbe l’Afghanistan, dove è nata e vissuta?
Mi permetta anzitutto di dire che sono contenta di avere la possibilità di raccontare un po’ del mio Paese e di quelle che sono state le nostre vite. Spesso sento persone parlare di Afghanistan, alcuni ne conoscono la grande ricchezza e bellezza culturale e paesaggistica, ma molti lo conoscono soprattutto per gli aspetti legati alla guerra, alla situazione delle donne costrette dentro il burqa, al fatto che non possano uscire di casa, che non abbiano diritti.
Tutto ciò purtroppo è vero, è la realtà di oggi, ma da cittadina afghana dico che questo non definisce il vero Afghanistan. L’Afghanistan è un Paese bellissimo, pieno di storia, cultura, montagne e paesaggi mozzafiato. Non è giusto definirlo soltanto attraverso le tragedie di ieri e di oggi, ignorandone la vera ricchezza, l’anima del suo popolo e soffocando la speranza che ancora esiste per il futuro della nazione. Io vengo dall’Afghanistan, che sono stata costretta a lasciare cinque anni fa, nell’agosto 2021. Sono qui in Italia da allora.
Cinque anni lontana dal mio Paese, dalla mia lingua, dalla mia cultura: tutto vive dentro di me, ma fisicamente sono lontana. Vengo dalla città di Bamiyan, e la bellezza del luogo – le montagne, la natura – è la vera immagine del mio Paese. Certo, abbiamo vissuto la storia dei talebani quando presero il potere la prima volta, e poi quando se ne andarono. In quei vent’anni abbiamo sofferto molto, ma avevamo la speranza di un futuro migliore. Tutto questo sogno è stato distrutto in un solo giorno: il 15 agosto 2021, quando i talebani hanno ripreso il potere. Per noi afghani quello è il giorno più buio della nostra storia.
Che ricordi ha del passato e che cosa le hanno raccontato i genitori e i nonni rispetto al passato?
Quando sono stata costretta a lasciare l’Afghanistan avevo solo 21 anni. Quando ho lasciato la mia casa ero incredula, non avevo mai pensato che sarebbe arrivato il momento di doverlo fare. Della prima presa di potere dei talebani non ho ricordi diretti, perché non ero nata. Conosco quel periodo dai racconti dei miei nonni e dei miei genitori: la situazione era talmente difficile che, da bambina, immaginarmela mi faceva paura. Non potevo pensare che un giorno avremmo affrontato di nuovo la stessa realtà, rimanere chiuse in casa, non andare a scuola, non lavorare, non andare all’university. Quando i talebani se ne andarono e gli americani entrarono in Afghanistan, per il nostro popolo fu un momento di speranza; pensavamo di poter respirare, di avere pace, democrazia, tranquillità. In quei vent’anni abbiamo fatto tantissimi progressi, anche se la sicurezza non è mai stata totale. Le donne potevano uscire, studiare, lavorare, avere un ruolo nella società. Abbiamo capito che quella pace non era reale quando i talebani sono tornati per la seconda volta e gli americani ci hanno lasciati soli, forse in una situazione ancora peggiore rispetto alla prima. In quel periodo storico le donne, rispetto alla prima volta, erano molto più attive e presenti nella società. Per questo il ritorno dei talebani è stato ancora più devastante.
C’è stato un periodo in cui l’Afghanistan era davvero il Paese della bellezza e della cultura. Che cosa racconta chi ha vissuto quel periodo?
Sì. Prima del 1996 ho sentito tanti racconti e ho cercato molto anche su internet. Tra gli anni ’50, ’60 e ’70 le donne erano totalmente uguali alle donne europee, come qui in Italia. Non posso accettare che oggi la nostra situazione sia questa, e non per la prima volta, ma per la seconda. La frase più forte che ho sentito è che l’Afghanistan è stato il primo Paese a dare alle donne il diritto di voto, quando in Italia e in Europa questo diritto ancora non esisteva. Nella mia mente convivono diverse immagini dell’Afghanistan: dal 1950 al 1996, dal 1996 al 2001, dal 2001 al 2021 e quella attuale, dal 2021 a oggi. Il periodo dal 2001 al 2021 non è mai stato facile, ma avevamo la possibilità di uscire, studiare, diventare qualcuno.
Oggi la situazione è la più difficile. Il popolo afghano si sta abituando, ma la crisi peggiora ogni giorno. A Herat, recentemente, hanno sequestrato molte donne. Da due settimane non abbiamo alcuna notizia sul loro destino. Abbiamo organizzato manifestazioni in Europa e a Roma per essere la loro voce. Le hanno prese dicendo che non indossavano l’hijab o la burqa. Sono più di trenta, ma ogni giorno ne prendono altre, a Mazar-i-Sharif, a Kabul. Le donne, pur di sopravvivere, hanno accettato tutto ciò che viene imposto – hijab, burqa, scuole separate – ma ai talebani non bastava mai. Durante una demonstration a Herat, uomini e donne sono stati picchiati, minacciati, privati dei telefoni per impedire che le notizie uscissero dal Paese. Noi dobbiamo raccontare ciò che accade, perché loro non possono.
Torniamo alla tua vita in Afghanistan: cosa studiavi, che vita facevi?
Ho finito la scuola nel 2018 e nel 2020 ho iniziato l’università, seguendo un corso di Political Science and International Relations. Facevo anche activism e collaboravo con Journalists afghani e italiani. È grazie a questi giornalisti che sono riuscita ad arrivare in Italia.
La tua università era solo per donne o mista?
Era mista. Io, come molte altre donne afghane, avevo la possibilità di studiare liberamente. Non tutte le donne nelle 34 province del Paese avevano questo privilegio. Ringrazio la mia Family per avermi permesso di andare a scuola. Amavo il giornalismo perché volevo raccontare le storie delle persone, essere la voce della società, dire la verità senza censura. Sono nata a Bamiyan, cresciuta a Kabul, dove ho iniziato l’università. Poi nel 2021 abbiamo perso tutto. Anch’io, come tante altre donne, ho perso tutto in un giorno.
Tu avevi amici, compagni di studio, vicini di casa uomini. I talebani sono uomini. Cosa è successo a questa parte della società? Perché tanto odio verso le donne, fino a volerle cancellare dalla storia dell’Afghanistan?
Non trovo una risposta. Non sono un’esperta di storia, sono solo una figlia di questo Paese. I talebani mischiano a loro piacimento islam, religione, sharia, hijab, rapporti tra uomini e donne, potere, controllo. Ma l’islam non deve fare paura a nessuno; per chi crede, è un punto di riferimento, una fonte di tranquillità. Non vedo nessuna giustificazione per bloccare metà della popolazione – 15 o 20 milioni di donne – negando diritti fondamentali come camminare, studiare, aprire un libro, fare una passeggiata. Anche gli uomini non sono liberi come prima: devono portare la barba, non possono tagliare i capelli, non possono indossare i jeans. Ma sono comunque molto più liberi delle donne. All’inizio hanno chiuso alle donne le porte delle università e scuole dicendo che c’erano professori maschi. Ma noi avevamo sempre avuto professori uomini e donne, dottori e dottoresse, classi miste. Quando hanno detto che le donne non potevano uscire perché c’erano colleghi maschi, le donne hanno proposto soluzioni anche drastiche, andare a scuola al mattino e lasciare il pomeriggio agli uomini o viceversa; sostituire i professori uomini con professoresse; separare gli spazi, se necessario. Ma non è servito. La situazione peggiora ogni giorno, e da cinque anni le donne vengono forzate a rimanere in casa.
I ragazzi con cui sei cresciuta, come vivono questa oppressione?
Io sono uscita dall’Afghanistan e mi considero fortunata ad essere arrivata qui. Ma ci sono tantissime “Rahel” rimaste lì: ragazze e ragazzi che hanno paura. Due o tre anni fa le donne organizzavano manifestazioni per difendere i loro diritti, e spesso uscivano insieme agli uomini della famiglia: fratelli, padri, compagni di classe. Poi i talebani hanno imposto una legge secondo cui le donne non possono organizzare proteste. Se lo fanno, arrestano l’uomo della famiglia. Questo significa che un padre, un fratello, un marito non può permettere alla figlia, alla sorella, alla moglie di partecipare a nessuna manifestazione.
Quindi sono le famiglie stesse oggi a esortare le donne a restare silenti?
È importante dirlo: non tutti gli uomini afghani sono talebani, ma gli uomini afghani oggi hanno paura. Nessun padre vuole che la figlia venga arrestata. E nella nostra cultura, se una ragazza viene portata via, spesso la famiglia non la riaccoglie più. Pochi giorni fa ho condiviso la frase di una ragazza afghana a cui il padre aveva detto “Se ti arrestano, non tornare più a casa”. Se una figlia viene portata via, nessuno sa dove la conducono, cosa le fanno, e non c’è modo di cercarla e se viene rilasciata, a casa trova le porte sbarrate. È disperazione pura. Sono in contatto con molte persone in Afghanistan, che mi raccontano quanto sia difficile vivere così, quanta paura hanno, ma anche quanto sperano in un cambiamento. Non sono tutti talebani: sono persone intrappolate in una situazione che appare senza possibilità di uscita.
I talebani dicono di agire in nome della religione islamica; cosa ne pensano i credenti Muslims dell’Afghanistan?
Nella mia famiglia non mi hanno mai raccontato cose come quelle che sentiamo oggi. La fede, la religione, l’islam erano sempre presentati come qualcosa di bello. Io vengo da una famiglia musulmana e resterò una figlia musulmana. Quando ero giù di morale, dicevo a mia madre che non capivo perché. Lei mi esortava sempre a pregare, a parlare con Dio”. Per me l’islam è sempre stato questo: un punto di riferimento, una fonte di tranquillità. Questa è la differenza tra la fede vera e chi usa la religione come arma.
Come percepisci il modo in cui gli italiani vedono l’Afghanistan?
In questi cinque anni ho incontrato molte persone che conoscono tantissimo dell’Afghanistan, anche più di me. Altri sanno poco, soprattutto i giovani, e lo capisco: se io fossi rimasta in Afghanistan, forse non avrei avuto molte informazioni sull’Italia. Molti italiani conoscono l’Afghanistan soprattutto per la guerra, per le tragedie, per le immagini dolorose. Meno per la cultura, la storia, la bellezza.
In tutto questo, come giudichi l’operato della comunità internazionale?
Secondo me la comunità internazionale ha lasciato andare la situazione. È vero che arrivano aiuti umanitari – cibo, servizi essenziali – ma sui diritti umani non vedo nessun risultato. Da cittadina afghana non vedo nessun miglioramento, nessun supporto reale. La responsabilità è della comunità internazionale, delle organizzazioni, dei Paesi, dei leader mondiali. I civili non hanno potere: solo la politica può cambiare la situazione. E il mio Paese è l’unico al mondo in cui le donne non hanno nessun diritto, nemmeno quelli fondamentali.
Come vivi l’attuale clima di aperta ostilità verso i Migrants?
Non so se posso dire di viverlo direttamente, ma essere rifugiata o migrante non dipende solo da ciò che qualcuno ti dice in faccia. Quando senti che c’è un discorso ostile verso i rifugiati, tu ti senti parte di quel discorso. Veniamo da Paesi, culture, mondi diversi. Anche il colore della pelle conta: se sei donna bianca è un discorso, se sei donna nera un altro; se sei uomo bianco o uomo nero cambia ancora. Dipende dalla società in cui arrivi, dalla zona, dal contesto. Quando si parla di migrazione, non è solo un discorso individuale: è un discorso generale. Se un migrante fa qualcosa di male, rappresenta tutti, anche chi fa del suo meglio per integrarsi. Io voglio imparare, rispettare la cultura italiana, integrarmi. Fuggire non è una cosa brutta: è una necessità. Il Paese che ti accoglie forse non sarà mai il tuo Paese, ma tu cerchi di farne parte.
Torniamo all’Afghanistan dei tuoi ricordi.
Ho tanti ricordi belli. Il mio cantante preferito è Dawood Sarkhosh: ha scritto molte canzoni d’amore per il Paese. Quando sei lontana, ti fa sentire più vicina alla tua terra. Ricordo i viaggi che ho fatto attraversando l’Afghanistan, la gentilezza del mio popolo. Ricordo quando, dopo 14 o 15 anni, sono tornata a Bamiyan, la mia città, quella dei Buddah. La bellezza delle montagne, il lago di Bamiyan, quell’acqua blu intensissima. Ho viaggiato in molte città afghane, tutte tra montagne e verde. Sono immagini che resteranno sempre con me.
Come vedi il futuro del tuo Paese?
Ho una certezza, nessuna situazione rimane per sempre com’è. Ho imparato che “la speranza è l’ultima a morire”. Spero che la situazione dell’Afghanistan cambi il più presto possibile.
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