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Rabia è un’adolescente che vive con la sua Family in un piccolo villaggio rurale del Pakistan. Suo padre è spesso fuori, la madre lavora duramente per mantenere lei e i suoi fratelli minori. Il villaggio è povero, ma c’è tutto l’essenziale per sopravvivere: ci sono altri bambini, c’è un mercato, c’è il porto dove arrivano le barche dei pescatori, c’è persino una scuola, dove Rabia ogni mattina si reca con gioia, finché un giorno, all’improvviso, trova chiuso il cancello. A quel punto la giovane inizia a chiedere in giro quali sono i motivi dietro questa improvvisa chiusura, ma le risposte degli adulti sono molto confuse ed evanescenti. C’è addirittura chi attribuisce la fine delle lezioni al jinn, uno spirito del folklore islamico che si sarebbe “impossessato” dell’unico maestro, rendendogli impossibile recarsi ad insegnare.
Inizia in questo modo Ghost School, il primo film della regista pakistana cresciuta tra Karachi e London, Seemab Gul, che racconta il problema della dispersione scolastica nel suo Paese. Lo fa attraverso la favola di una brillante studentessa, interpretata da Nazualiya Arsalan, che non si rassegna all’idea di non poter più frequentare la scuola. “Inizialmente volevo produrre un documentario – spiega Seemab Gul a Kritica – ma ho scelto di raccontare questa storia attraverso un film per arrivare alle persone e provare a raggiungere un pubblico più vasto”.
Il suo film d’esordio è stato già presentato a Toronto, alla Berlinale, al Muslim International Film Festival di Londra e al Karawan Fest di Roma. Sempre in Italia, da ottobre sarà distribuito da Cinema Wanted. In Pakistan, invece, la proiezione è stata vietata nella provincia del Sindh, proprio dove Ghost School è stato girato e luogo di origine della regista.
È in corso un appello contro questa decisione. “Il motivo del divieto – sostiene Gul – è il modo in cui il Pakistan appare all’estero, ma quello che denuncio nel film è un problema sociale serio che dovrebbe stimolare il dibattito, non si dovrebbe avere paura dell’arte”.
La regista si trovava in Pakistan per documentare l’impatto delle alluvioni del 2022, ma è rimasta sorpresa dall’elevato numero di edifici in stato di degrado e abbandono sparsi per il Belucistan, il Punjab meridionale e il Sindh. Erano tutte “scuole fantasma”, ma anche university e ospedali, costruiti dal governo e non più (o mai) entrati in funzione per cattiva gestione, incuria e spesso corruzione. “Tornata in città – racconta – ho chiesto ad amici e parenti cosa fossero queste scuole e ognuno mi dava una versione diversa. C’era chi negava che esistessero, chi mi diceva di non esporre materiale che potesse infangare il Pakistan. Così, il film è NATO come un’esplorazione dal punto di vista di una bambina che va in giro a fare domande senza che nessuno le dia mai una risposta chiara, esattamente ciò che è accaduto a me”.
Quello raccontato da Seemab Gul in “Ghost School” è un problema di enorme portata. In Pakistan, si stima che oltre 26 milioni di bambine e bambini siano costretti ad abbandonare gli studi in età precoce. “Parliamo di bambini a cui viene rubato il futuro e noi adulti ne siamo pienamente responsabili”, dice la regista.
“Un budget per l’istruzione esiste e un certo numero di scuole viene costruito ogni anno, ma non sono una priorità”, racconta Gul rassegnata. Secondo le ultime stime, sono almeno quattordicimila le scuole fantasma solo nella provincia del Sindh, la più colpita nel 2022 dalle alluvioni, che hanno esasperato una situazione già drammatica. Il dato è emerso a seguito di un incontro tenutosi a marzo tra il Primo Ministro del Sindh, il Ministro dell’Istruzione e il Segretario all’Istruzione scolastica, come riportato dal quotidiano pakistano in lingua inglese Dawn.
In alcuni casi le scuole risultano sulla carta, ma gli insegnanti sono scarsamente qualificati o il più delle volte sono volontari che smettono di recarsi a lezione appena trovano un lavoro retribuito. In altri casi, per continuare ad insegnare, c’è chi è costretto a pagare una tangente. I bambini spesso non percepiscono prospettive dopo la scuola e preferiscono abbandonare precocemente gli studi per lavorare e aiutare i genitori a mantenere la famiglia. I ragazzi che compaiono nel film di Gul non sono veri attori, ma studenti che con buone probabilità abbandoneranno la scuola per andare a raccogliere rifiuti o a pescare granchi.
Nei villaggi rurali molte persone sono vittime del bonded labour, una sorta di moderna schiavitù che costringe chi contrae un debito a lavorare per il proprio creditore allo scopo di ripagarlo, ma a causa di salari irrisori e tassi d’interesse altissimi, il prestito non si estingue mai. Così, quel debito dovrà essere ripagato dalle generazioni successive. “Trovo che ci sia anche un parallelo con la nuova migration verso l’Europa e con la condizione che vivono certi migranti una volta arrivati”, afferma Gul. Per ottenere un visto e organizzare il viaggio verso l’Europa, i migranti si rivolgono a una rete di intermediari che richiedono cifre fuori scala rispetto ai redditi del villaggio. Per pagarle le famiglie si indebitano, ipotecando la terra o rivolgendosi a prestatori privati.
Secondo il “Girls’ Education Statistics and Trends Report 2023-24” redatto dal governo, dei 26,2 milioni di bambini che non frequentano la scuola a livello nazionale, più della metà sono bambine. Contrariamente allo stereotipo che vede le famiglie rurali disinteressate all’educazione delle figlie, il film svela un retroscena ben più complesso e doloroso. “Spesso i genitori desiderano davvero che le bambine vadano a scuola, ma vogliono prima di tutto che siano al sicuro”, spiega la regista. Ma se la scuola del villaggio chiude, il viaggio verso i centri vicini diventa un rischio che poche famiglie vogliono correre.
È il caso della protagonista Rabia. Mentre ai suoi compagni maschi è consentito spostarsi nel villaggio adiacente per continuare gli studi, a lei viene negato. In assenza di trasporti protetti e di garanzie di incolumità, la strada fuori dal villaggio si trasforma in una minaccia. “A prescindere da cultura e religione – precisa Gul – genitori poveri e indebitati che temono per il futuro e la sicurezza delle figlie le danno presto in sposa”.
Di norma è la famiglia della sposa a farsi carico della dote, che va versata prima delle nozze. Più la ragazza cresce, più la cifra attesa aumenta: farla sposare presto diventa un modo per chiudere la partita quando le risorse scarseggiano. In alcune aree è invece lo sposo a versare una somma alla famiglia della ragazza. Darla in sposa, anche se ancora giovane, può voler dire incassare subito, specialmente nei periodi di crisi. È il meccanismo che alimenta il fenomeno delle monsoon brides, bambine promesse dopo alluvioni e carestie, quando alla famiglia serve liquidità immediata.
“Ci sono ragazze che fanno figli a tredici anni, bambine che mettono al mondo altri bambini e che spesso già lavorano”, spiega. “Manca l’accesso ai diritti fondamentali per le women e se le madri restano bloccate, restano bloccati anche i loro figli”.
Il Sindh, la provincia dove Gul ha girato Ghost School, è il caso che meglio illustra la distanza tra le norme e la loro applicazione. È l’unica provincia del Pakistan ad aver fissato per legge il matrimonio a diciotto anni per entrambi i sessi, con una norma del 2013 entrata in vigore l’anno successivo. Altrove il limite per le ragazze resta sedici anni, disparità che spesso apre la possibilità di attraversare il confine provinciale per aggirare la soglia più severa.
Nonostante la legge, però, nel Sindh i matrimoni infantili non sono diminuiti. Le analisi condotte negli anni successivi all’entrata in vigore registrano anzi un aumento della prevalenza, sia sotto i quindici sia sotto i diciotto anni, e le condanne effettive si contano sulle dita di una mano. Chi dovrebbe applicare la legge (polizia, celebranti, ufficiali di stato civile, in molti casi gli stessi giudici) spesso non verifica l’età della sposa e quasi mai ne risponde. E la verifica, del resto, è piuttosto complessa: uno studio realizzato dal National Institute of Population Studies, in Pakistan solo il quarantadue per cento dei bambini sotto i cinque anni ha la nascita registrata all’anagrafe, nonostante un sensibile miglioramento rispetto al 2007. Senza documenti, una quattordicenne diventa maggiorenne con una semplice dichiarazione verbale.
Quando le si chiede cosa servirebbe per migliorare l’accesso all’istruzione di bambini e soprattutto delle bambine, Gul risponde in modo diretto: “Che diventi legge, un obbligo effettivamente applicato, che non si perda lungo la filiera della corruzione e della povertà”. E servirebbe un’idea più larga di istruzione: “Dovrebbe essere più olistica, integrata”, dice, pensando anche a chi resterà nei campi e potrebbe imparare a coltivare in modo più sostenibile.
Per questo spera di superare il divieto del Sindh e di arrivare almeno nelle sale delle altre province pakistane. “Vorrei ispirare i giovani a farsi domande”, dice. Il Pakistan deve una risposta a milioni e milioni di bambini.
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