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Sui cartelli compare la sagoma di uno scarafaggio. «Se siamo scarafaggi, allora siamo milioni», si legge su uno degli striscioni esposti a Jantar Mantar, il luogo simbolo delle manifestazioni a Nuova Delhi. Quello che fino a pochi mesi fa era un insulto è diventato il simbolo di un movimento che riunisce studenti, laureati e giovani disoccupati, accomunati dalla stessa convinzione: nell’India che cresce economicamente, trovare un lavoro stabile è sempre più difficile.
Tutto ha avuto inizio lo scorso maggio, quando il Presidente della Corte Suprema ha definito i giovani disoccupati “cockroaches”, scarafaggi. La provocazione ha spinto un giovane attivista, Abhijeet Dipke, a lanciare una proposta online: “Che succede se tutti gli scarafaggi si riuniscono?”. Le numerose risposte gli hanno fatto capire di aver toccato un nervo nevralgico delle nuove generazioni indiane, così ha aperto un sito internet e pagine social con il nome satirico di Cockroach Janta Party, un richiamo al partito di Modi Bharantiya Janta Party. Lo slogan “Un partito politico per le persone che il sistema ha lasciato indietro” ha poi attirato anche attivisti e genitori stanchi di un sistema fortemente carente e corrotto e, in meno di due settimane, il movimento contava già 22 milioni di followers. Dai primi giorni di giugno la protesta si è spostata sulle strade, soprattutto quelle della capitale indiana, dove i manifestanti si sono accampati nel quartiere di Jantar Mantar. Alcuni di loro hanno iniziato uno sciopero della fame, al quale si è unito anche l’attivista Sonam Wangchuk, scienziato ed educatore, una figura molto rinomata nel Paese.
La protesta ha raggiunto un nuovo punto di tensione il 20 luglio, quando i manifestanti intenzionati a marciare verso il Parlamento sono stati fermati dalle forze dell’ordine, che hanno utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e bastoni di bambù per disperdere il corteo. Le immagini di agenti intenti a colpire i manifestanti sono state documentate da diverse agenzie di stampa, tra cui Reuters. Gli scontri, quel giorno, hanno provocato almeno cento feriti. Nei giorni successivi le proteste sono proseguite e, alla domanda dei giornalisti se avessero paura, i giovani hanno risposto di no: sono tanti, sono uniti e sono arrabbiati. Cartelli dai messaggi potenti e spesso satirici, come “Ve la state prendendo con la generazione sbagliata”, “Fuck Fascism” o “Il Governo mente più del mio ex” stanno facendo il giro del mondo.
Da dove nasce la rabbia che ha portato migliaia di giovani indiani a scendere in piazza? Per comprenderla bisogna partire dalle profonde disuguaglianze che attraversano il Paese.
L’India è una federazione composta da 28 Stati e 8 territori dell’Unione, amministrati direttamente dal governo centrale, ma la distanza economica e sociale tra uno Stato e l’altro è enorme. Accanto a Stati con economie dinamiche e redditi tra i più alti del Paese, come Goa e Karnataka, esistono aree dove milioni di persone vivono ancora con risorse estremamente limitate, come Bihar e Madhya Pradesh. Le differenze riguardano non solo la ricchezza prodotta ma anche l’accesso alle infrastrutture, all’istruzione, alla sanità, ai servizi pubblici e alle opportunità lavorative.
Il divario è evidente soprattutto tra le zone rurali e quelle urbane. Nelle città si concentrano università, aziende tecnologiche e nuove opportunità professionali; nei villaggi, invece, anche raggiungere una scuola può diventare una sfida quotidiana.
Per molte famiglie indiane, però, l’istruzione rimane il principale strumento per cambiare il proprio destino. Che si tratti di una famiglia benestante o di una famiglia con poche risorse, il sogno resta spesso lo stesso: permettere ai figli di studiare abbastanza da ottenere un lavoro qualificato, magari come medico o ingegnere, e garantire così un futuro migliore all’intero nucleo familiare.
Per arrivare a quel traguardo il percorso è lungo e costoso. Gli studenti che vivono in aree remote, dai territori desertici del Rajasthan alle regioni montuose di Jammu e Kashmir e Himachal Pradesh, devono affrontare grandi sacrifici per frequentare la scuola e prepararsi agli esami di ammissione universitari. Molti trascorrono anni studiando per superare test estremamente competitivi, mentre le loro famiglie sostengono costi economici elevati e rinunciano spesso al contributo lavorativo dei figli. È proprio qui che nasce una parte del risentimento: quando anni di sacrifici vengono vanificati da un sistema percepito come corrotto e imprevedibile.
Negli ultimi anni diversi scandali hanno coinvolto i concorsi pubblici e gli esami di ammissione universitari. In alcuni casi le prove sono state annullate dopo la scoperta di fughe di notizie e compravendite illegali dei test. Un episodio eclatante si è verificato nel Bihar nel 2024, quando una prova di ammissione a medicina è stata cancellata dopo che le tracce dell’esame erano state diffuse illegalmente e vendute sul mercato nero a 10 lakhs, il corrispettivo di 877mila euro.
Cosa chiedono le giovani generazioni in piazza? La prima richiesta è politica, e si è conclusa con una significativa vittoria: il movimento esigeva le dimissioni del ministro dell’istruzione, ritenuto responsabile di non aver saputo prevenire né gestire le criticità di un sistema educativo segnato da scandali, inefficienze e mancanza di trasparenza. E le ha ottenute: Dharmendra Pradhan si è infine dimesso il 25 luglio, segnando così una sconfitta importante anche per il governo di Narendra Modi.
Ma le dimissioni di un politico corrotto sono il punto di partenza, non di arrivo. Gli studenti chiedono il risarcimento danni alle famiglie i cui figli si sono tolti la vita a causa delle pressioni di un sistema che ha fallito nel tutelarli. Chiedono poi maggiori controlli sui NEET (National Eligibility cum Entrance Test), i test nazionali di idoneità e ammissione alle facoltà di medicina, su cui dovrebbe sorvegliare la National Testing Agency. Il movimento, collegandosi alla richiesta di maggiore trasparenza e accountability del potere attuale, amplia le proprie istanze anche ad altri aspetti: una maggiore rappresentanza delle donne sia nel Parlamento che nel Governo con una quota femminile almeno del 50%; maggiore indipendenza e neutralità dei media ed indagini sui media filogovernativi; tutela dell’integrità del voto, ovvero pene severe per chiunque elimini o manipoli i voti degli elettori; stop agli incarichi politici per i giudici della Corte Suprema dopo il pensionamento per garantire l’indipendenza della magistratura; il divieto di cambiare partito dopo essere stati eletti, fenomeno conosciuto come party hopping e molto diffuso in India, e di ricoprire incarichi pubblici per 20 anni.
Questi punti, quindi, pubblicati sul manifesto del movimento, rivelano un malessere più ampio e, soprattutto, ambizioni più ampie: la richiesta di un sistema democratico più trasparente, rappresentativo ed equo. Dopo aver annunciato le dimissioni del suo ministro, Modi ha diffuso un video online in cui promette un intervento personale per affrontare le problematiche denunciate dagli scarafaggi e ha garantito che anche la richiesta di risarcimento alle famiglie degli studenti suicidi sarà accolta.
Il movimento ha acconsentito a fermare le manifestazioni, per adesso. Nonostante ciò, la dimensione delle richieste va ormai ben oltre quelle iniziali. In piazza sono comparsi riferimenti a figure rivoluzionarie come Che Guevara; parte del movimento sembra collegare le proprie rivendicazioni a una critica più ampia dei modelli di potere della destra. Sono emblematici gli slogan femministi e la presenza, alle manifestazioni, di esponenti della comunità LGBTIQ+. Resta da capire se la prima, circoscritta vittoria sarà considerata sufficiente a rientrare nella normalità; se questo movimento riuscirà ad uscire dai confini indiani o se rimarrà una protesta generazionale circoscritta, come è stato per il Nepal nel 2025, per il Bangladesh nel 2024 e lo Sri Lanka nel 2022.
Una domanda rimane aperta: potrebbe essere proprio dall’India, il Paese più popoloso del mondo e una delle democrazie più complesse del pianeta, che emergono i segnali di cambiamento politico destinati a offrire un’alternativa ai poteri di destra?
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