Friday 07/08/2026, 4:47
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Nel suo libro‑inchiesta PFAS, un disastro annunciato (Marietti Editore), la giornalista indipendente ricostruisce una storia italiana di omissioni, responsabilità e silenzi, ma soprattutto di persone: operai, medici, ricercatori, famiglie in un territorio avvelenato da sostanze chimiche e abbandonate a sé stesse. L’abbiamo intervistata a poche settimane di distanza dalla condanna a 11 su 15 degli imputati del processo penale contro i dirigenti di Miteni, l’azienda considerata la principale responsabile dell’inquinamento da PFAS al mondo.

Ci porti dentro il caso PFAS, partendo dalla definizione. Di che cosa stiamo parlando?  

I PFAS sono un acronimo: sostanze per- e polifluoroalchiliche. Sono sostanze chimiche inventate dall’uomo, quindi non presenti in natura, create per fini industriali tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale negli . Vengono utilizzate in moltissimi prodotti: dai cavi dei telefonini, alle batterie elettriche, dai vestiti, alle pentole. Rendono le coperture impermeabili, ignifughe, resistenti a tutti gli stress possibili; per questo sono adatte ai cavi elettrici e a rendere antiaderenti le padelle. Sono però sostanze che, non essendo naturali, una volta immesse nell’ambiente interferiscono con il metabolismo. Da una ventina d’anni sono considerate interferenti endocrini: si sostituiscono al nostro sviluppo ormonale fingendosi ormoni, ma danneggiano il sistema endocrino. Sono correlati in modo certo, dalla scientifica internazionale, a tumori del rene e del testicolo, oltre che a patologie come ipercolesterolemia e preeclampsie.

Che dimensioni ha la produzione?

Il brevetto dei primi Pfas è stato acquistato con il tempo da decine di società produttrici. Quindi ora la produzione è mondiale. In Italia avevamo due poli produttivi: uno è ancora attivo, l’altro è stato fatto fallire. Sono ubiquitarie perché presenti in moltissimi prodotti e utilizzate ovunque. E malgrado le industrie produttrici sapessero già dagli anni ‘70 — grazie ad analisi fatte sui propri operai — che comportavano danni alla , non sono mai state denunciate come tali. Le aziende non hanno mai fatto mea culpa. Solo alla fine degli anni ‘90, negli Stati Uniti, sono state applicate le prime restrizioni. Oggi la situazione è di allerta sanitaria, o quantomeno di attenzione, nei Paesi industrializzati. Ma non c’è una vera presa in carico.

Quando parte la sua inchiesta giornalistica?

Il mio lavoro nasce dal desiderio di dare al lettore una visione completa, perché con un singolo articolo possiamo raccontare solo un pezzettino. L’inchiesta andava fatta perché, malgrado le sostanze fossero conosciute anche dagli enti pubblici, i dati sulla loro presenza nell’ambiente e nella salute umana non sono mai stati resi pubblici. In Italia la produzione di dati è difficile da reperire, spesso perché non vengono pubblicati. L’inchiesta riguarda le industrie italiane: in Veneto c’era Miteni, poi fallita e condannata per disastro e avvelenamento delle acque; la “sorella maggiore”, che pagava Miteni per la produzione, è ancora attiva ad Alessandria e si chiamava Solvay, nche se ora ha cambiato nome in . Ho indagato su entrambe: quando nascono, chi le fa nascere, chi gestisce la consapevolezza del danno e lo protrae finché non viene scoperto. E poi ho indagato sugli enti pubblici che sapevano e non hanno comunicato alla popolazione; considero questa assenza di trasparenza un danno per tutti. 

Laura Fazzini

Il libro‑inchiesta nasce anche da un mio bisogno personale: seguo questa storia di inquinamento dal 2019. Sono tanti anni, e a volte mi sembra di essere ancora all’inizio.

Come si è sviluppata la sua indagine?

Ho iniziato nel 2019, e siamo nel 2026. Anche solo mettere insieme territori diversi è complesso: il Veneto aveva una sua produzione e una sua gestione, il Piemonte un’altra. Ho sempre voluto seguire entrambe le realtà perché mi sono resa conto che gli impianti produttivi non vivono da soli, ma c’è un disegno nazionale e sovranazionale. Sono sostanze particolari da produrre, non le può fare chiunque: servono operai molto specializzati, che si fanno concorrenza tra loro. Ho seguito gli operai, i medici del lavoro che li avevano in carico. Sono sostanze che hanno ricadute sanitarie dopo molti anni, paragonate all’amianto: il corpo le assorbe, le trattiene, non le espelle, e ti danneggiano a distanza di venti o trent’anni. Non muori subito: è un danno cronico.

Raccontare questi sessanta anni — la produzione in Italia inizia nel 1967 — significa raccontare una popolazione esposta che cresce con paure e incertezze. “Se nessuno mi dice niente, significa che va tutto bene”: è la comunicazione che spesso si sceglie per tenere la popolazione ignorante e tranquilla. La fortuna è che quando, nel 2013, il Consiglio Nazionale delle Ricerche — su mandato europeo — analizza queste sostanze e consegna al Ministero dell’Ambiente, della Salute e alla Regione Veneto un dossier che dice che metà Veneto è pieno di Pfas nell’, scattano le reazioni delle associazioni ambientaliste. Persone che sanno cosa chiedere e come muoversi.

Quindi dal 1967 al 2013 non c’era mai stato nulla?

Nulla. Zero. E sono tanti anni. Le sostanze richiedono molta acqua per essere prodotte, come tutta la chimica. L’industria venne costruita nel 1967 in provincia di Vicenza sopra una falda enorme, una ricarica di falda che riforniva 350 mila persone. Si posizionarono in cima alla filiera idrica di tre province, la captarono e la usarono a fini industriali in un periodo senza normativa ambientale: erano autorizzati a farlo. Ma chi sa che sta danneggiando, dovrebbe fermarsi. Non lo faranno per quasi 50 anni. Dal 1967 al 2013: quarantasei, lunghissimi, anni!

The prime reazioni, quindi, arrivano dalla società civile, dalle associazioni?

Sì. Le associazioni, soprattutto Legambiente Veneto, capiscono subito che se l’ambiente è inquinato lo siamo anche noi: mangiando, bevendo, vivendo. Poi ci sono medici veneti, uno in particolare, Vincenzo Cordiano, ematologo. Ha molti pazienti gravissimi nella zona più colpita e afferma un a responsabilità di queste sostanze. Studia, si espone, organizza assemblee pubbliche serali aperte a tutti, lanciando l’allarme. Da lì viene ostracizzato: carriera bloccata, cambio di ambulatorio. Invece di ascoltare le sue istanze, lo zittiscono.

Come giornalista ho cercato, pian piano, di andare dalle famiglie, di farmi conoscere, capendo come raccontare la loro situazione, valorizzando la parte umana del racconto. È la parte più bella del nostro lavoro: entrare nelle case di persone che si raccontano, nonostante abbiano una vita difficile; e cercare di fare un lavoro degno e utile, al servizio della comunità.

Qual è stata la risposta delle autorità?

La reazione degli enti pubblici è stata una sorta di muro di gomma, un susseguirsi ricorrente di “non sappiamo, non ne siamo a conoscenza”. È vero che non c’erano studi pubblici, è vero che gli enti sono senza soldi e personale specializzato. Anche Confindustria tuttora fatica enormemente: in tredici anni avrà fatto due o tre comunicati dicendo che sono sostanze chimiche che non dovrebbero esserci. Confindustria, Federchimica e i portatori di interesse della parte produttiva non li ho mai potuti incontrare.

Perché?

Rispondono solo con comunicati stampa scritti. Nei rarissimi eventi pubblici in cui parlano — cinque in tredici anni, io ero presente a tutti — dal palco dicono che si impegnano, che puntano alla “sostenibilità”. Ma quando vai sotto al palco e chiedi un’intervista, ti rimandano all’ufficio stampa, al social media manager, e poi non ti richiamano mai. Il libro, da questo punto di vista, è un’autodenuncia: è monco, ci sono delle assenze. Racconto molti protagonisti, ho dato spazio a tutti quelli che negli anni mi hanno accolto, ma non c’è la parte industriale. Lo scrivo nel libro: è la mia visione delle cose, ma è brutto perché noi abbiamo il dovere di cercare essere imparziali. Se una parte non si presta alle interviste, come facciamo ad offrire un quadro completo?

Ha raccolto testimonianze di persone che si sono ammalate?

Sono tutte ammalate. Come dicevo, queste sostanze hanno correlazione certa con due tumori; la scienza sta andando avanti e li sta collegando ad altri, ma finché non c’è il parere Iacr non si può dire. Ci sono però patologie diffusissime, come l’ipercolesterolemia: tu dici “ce l’abbiamo tutti”, sì, ma lì inizia a 15 anni. E poi c’è un altissimo numero di aborti nella zona rossa: i Pfas bloccano lo sviluppo del feto, e questo è dimostrato. Io considero anche questa una malattia. Tutte le persone che racconto nel libro sono malate, anche se non hanno un tumore.

Nel 2021, presso il Tribunale di Vicenda si è aperto un processo penale contro 15 imputati, tutti dirigenti delle tre società (Mitsubishi, Miteni, ICIG) che avevano gestito Miteni dal 1988 al 2018. I capi di accusa sono disastro ambientale doloso, avvelenamento delle acque, bancarotta fraudolenta e gestione illegale di rifiuti. La sentenza in primo grado è stata emessa il 26 giugno 2026, con 11 condanne che arrivano alla somma di 140 anni di carcere. Cinque anni, quindici imputati, undici condannati, 350 parti civili. Il giudice ha riconosciuto che a circa 300 famiglie andava risarcita anche la “paura di ammalarsi”.

È una formula ricorrente nei ambientali: la popolazione chiede risarcimento perché vive nella paura. Vivere a casa tua sapendo che l’acqua del rubinetto è inquinata e ti avvelena, vivere con la paura di morire tra dieci anni mentre hai figli piccoli… È una malattia. E non devi essere tu a trasferirti: devono essere loro a curarti.

“Loro” sono gli enti pubblici che sapevano. Dal 2006 i ministeri Salute e Ambiente incontrano le industrie sei volte, chiamati dall’Europa che chiede risposte. Le istituzioni li ricevono, ma non fanno mai analisi proprie: accolgono sempre le analisi interne, dove si dice che va tutto bene. Quando presento il libro mi chiedono: “Ci sarebbe stata una sliding door possibile?”. La risposta è sì. Se nel 2006 ci fosse stata una persona nei ministeri che decideva di prendersi la responsabilità di effettuare nuove analisi.

Qualcuno si distingue in questo muro di omertà?

Le persone che lavorano con coscienza, come i due ricercatori di IRSA CNR e , lo hanno capito subito. Nel 2008, trentenni, ricevono il mandato dal Ministero dell’Ambiente di capire se in Italia ci sono i Pfas. Li trovano sia nei fiumi sia nell’acqua potabile veneta e quando nel 2011 comprendono l’anomalia chiedono più tempo per indagare, allargare il campo delle ricerche e arrivare a tutte le possibili zone contaminate. Si espongono, fanno assemblee serali, e tuttora vanno avanti. In Italia c’è un’omertà tremenda, anche scientifica: le grandi industrie pagano parte della scienza per produrre studi di parte. In Italia gli studi dimostrano che “le sostanze ci sono, ma non fanno male”. Nel resto del mondo dicono il contrario. Ti chiedi: perché in Italia va tutto bene e altrove no? Basta andare in Francia: gli scienziati francesi dicono che i Pfas vanno eliminati subito, che non devono entrarvi in contatto né i bambini, né i pazienti oncologici, né le donne incinte. In Italia invece no. Perché?

Perché, di fronte a notizie che riguardano la salute di tutti, non si ribaltano i tavoli? Perché non si fanno trasmissioni con politici che urlano? Perché tutto viene accettato?

Non lo so. Forse per lo stesso motivo per cui non siamo tutti a Gaza a salvare bambini. Perché non ci ribelliamo al fatto che non sia legale abortire quando abbiamo leggi che ce lo consentirebbero? Non riesco a rispondere. Ad Alessandria, Solvay paga il laboratorio di chimica dell’istituto tecnico, il restauro dei ponti, il centro vaccinale, le palestre. Mi metto nei panni delle amministrazioni che si trovano tra il dovere di assumersi responsabilità e la paura di non ricevere più fondi. Sono tutti impauriti. Il nostro lavoro ci consente di svegliare anche coscienze dormienti. Senza questo lavoro io non starei bene con me stessa. So che molti politici ora si stanno muovendo, forse perché vedono che finalmente i grandi media ne parlano. 

Secondo lei oggi c’è più consapevolezza sulle questioni ambientali?

Sì, secondo me c’è. I giovani credono negli ideali, poi spesso li vedono non concretizzarsi e li perdono. Ma la rivoluzione c’è, grazie alla scienza che si è mossa e alle pressioni sociali. Questi due ricercatori del Cnr non vanno alle conferenze accademiche, ma alle assemblee dei Fridays for Future. Dicono: “Io ti porto la scienza, tu diventi lo strumento della scienza”. Se a diciotto anni vai dal medico e dici: “Ho paura degli interferenti endocrini”, quella è una rivoluzione. Ciascuno ha il diritto di pretendere i propri diritti. L’ambiente è di tutti: esci in strada e sei nel tuo ambiente. I piccoli passi fatti da scienza, politica e società consentono la vera rivoluzione.

Che reazioni sta sortendo il libro?

Il mio non è il primo libro sui Pfas: ce ne sono altri tre o quattro. È il primo però — ci tengo a dirlo — che è stato riconosciuto e sentito come anche proprio da chi c’è dentro: associazioni, alcuni politici, molti medici. Le presentazioni, tutte in Veneto finora, nascono dalla richiesta di chi ha letto il libro. È molto emozionante: è la prima volta che restituisco quanto mi è stato dato in sette anni. Ci sono state reazioni imprevedibili da parte di politici che mi hanno detto che erano all’oscuro di questa vicenda. Ogni giorno ricevo messaggi di persone che dicono di essere riusciti a capire una situazione che ignoravano. A livello nazionale, molti medici si stanno svegliando: sono le sentinelle. Mi auguro di non scrivere più un libro così. Mi auguro che chi ha sbagliato chieda scusa: nemmeno gli undici condannati l’hanno fatto. Chiedere scusa è un atto di coraggio. Io lo faccio con i miei figli: quando sbaglio, chiedo scusa. È la lezione più importante. Questa è la chiusa del libro: ci siamo resi conto, chiediamoci scusa, e stimoliamo le alternative. Perché ci sono già.


© Kritica – Riproduzione parziale (non più di metà articolo) consentita, inserendo il link e citando la fonte all’inizio.

CREDITI FOTO: Gruppo Facebook Mamme NO PFAS.

Author

  • Asmae Dachan

    Giornalista indipendente, fotografa e scrittrice italo-siriana. È docente a contratto di Arabo multimediale e Arabo per la cooperazione internazionale all’Università degli Studi di Macerata e consigliere dell’Ordine dei Giornalisti delle Marche. Collabora con diverse testate, occupandosi, in particolare, di Medio Oriente e diritti umani. Ha lavorato in Siria, Giordania, Turchia, Belgio, Grecia, Inghilterra, Etiopia e Tanzania. È Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, ambasciatrice di Pace dell’Università della Svizzera per la Pace e volontaria soccorritrice della Croce Rossa Italiana. È creatrice e autrice del blog Diario di Siria – “Scrivere per riscoprire il valore della vita umana” e del podcast “Siria, guerra e gelsomini”.  È autrice di romanzi e sillogi poetiche premiati e segnalati in diversi concorsi. La sua ultima opera è "Siria, il giorno dopo. Le ferite e le speranze", Add editore, 2026.

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