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Dall’inizio del 2026 fino alla metà di luglio, secondo un rapporto pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) almeno 77 palestinesi, tra cui 18 children, sono stati uccisi dalle forze israeliane o dai coloni israeliani. Le cifre riflettono una situazione sempre più instabile nella West Bank occupata. Per noi cittadini palestinesi, le misure militari coordinate e l’escalation della violenza dei coloni stiano creando condizioni che equivalgono a uno sfollamento forzato.
Dal 7 ottobre 2023, la Cisgiordania occupata è soggetta a restrizioni generalizzate alla libertà di movimento. Le autorità israeliane hanno ampliato una rete di posti di blocco militari, barriere stradali e cancelli di ferro che separano città, paesi, villaggi e campi profughi palestinesi. Queste barriere vengono aperte e chiuse a discrezione dell’esercito israeliano, compromettendo gravemente la vita quotidiana.
Oggi, secondo fonti palestinesi, in Cisgiordania si trovano quasi mille posti di blocco e cancelli. Quelle che un tempo venivano presentate come misure di sicurezza sono diventate un sistema di punizione collettiva. Pendolari, pazienti, alunni, anziani trascorrono spesso diverse ore in attesa ai posti di blocco, a volte per più di sette ore, in condizioni climatiche avverse durante tutto l’anno.
Parallelamente a queste restrizioni alla circolazione, gli attacchi dei coloni si sono intensificati drasticamente. Sotto la protezione delle forze israeliane, i coloni hanno esteso le loro attività in tutta la Cisgiordania, prendendo di mira le comunità palestinesi dai distretti settentrionali a quelli meridionali.
Una popolazione sfollata
Secondo i dati palestinesi, tra il 7 ottobre e la metà del 2026, 56 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco dei coloni, mentre molti altri sono rimasti feriti. I residenti palestinesi accusano i coloni di incendiare case, moschee, terreni agricoli e veicoli, di appropriarsi di proprietà private e di rubare il bestiame appartenente agli agricoltori palestinesi, spesso alla presenza di soldati israeliani.
I palestinesi sostengono che questi attacchi facciano parte di una politica più ampia volta a rendere la vita insopportabile e a costringere le comunità ad abbandonare le proprie terre.

L’Ufficio centrale di statistica palestinese afferma che circa 40mila palestinesi sono stati displaced people con la forza dai campi profughi nella Cisgiordania settentrionale, tra cui Jenin e Tulkarm, a causa delle operazioni militari in corso e dei ripetuti attacchi dei coloni.
Lo sfollamento si è esteso anche alle comunità rurali. Secondo quanto riferito, più di cinquanta comunità beduine e di pastori palestinesi sono state costrette ad abbandonare completamente le proprie case a causa della continua violenza dei coloni e di quello che i palestinesi descrivono come un clima coercitivo imposto dall’occupazione israeliana.
I recenti eventi nel villaggio di Tell illustrano le crescenti tensioni. Secondo le testimonianze palestinesi, decine di coloni hanno tentato di impadronirsi di terreni agricoli di proprietà privata, provocando scontri in cui sono stati uccisi quattro palestinesi e due soldati israeliani. In seguito a ciò, le autorità israeliane hanno imposto chiusure generalizzate in tutta la Cisgiordania, inasprito le restrizioni ai posti di blocco e lanciato retate di arresti su larga scala. I residenti palestinesi riferiscono inoltre che i coloni hanno sfruttato l’incidente per istituire ulteriori avamposti di insediamento.
Dal punto di vista dei palestinesi è impossibile effettuare qualsiasi distinzione tra i coloni e il governo israeliano: il movimento degli insediamenti gode di un sostegno Politician diretto; a riprova del sostegno ufficiale, sappiamo che essi ricevono arms da fuoco ai coloni sotto l’egida del ministro israeliano della Sicurezza Nazionale.
Volontari per l’autodifesa
A causa della scarsa protezione disponibile, molti villaggi palestinesi hanno organizzato gruppi di vigilanza notturna composti da volontari per difendere le proprie comunità. I residenti si affidano alle reti telefoniche, agli altoparlanti delle moschee e alle sirene di emergenza per avvertire dell’avvicinarsi di attacchi da parte dei coloni.
Un piccolo numero di volontari internazionali e di attivisti israeliani per la Pace continua ad affiancare le comunità palestinesi vulnerabili, documentando gli attacchi e garantendo una presenza protettiva. Alcuni di loro sono stati aggrediti, arrestati o espulsi mentre svolgevano questo lavoro.
Per i residenti palestinesi, uno degli aspetti più gravi della violenza è lo stretto coordinamento tra coloni e forze israeliane. Durante molti episodi, testimoni oculari riferiscono che i soldati israeliani sparano con munizioni vere, gas lacrimogeni e granate stordenti contro i civili palestinesi mentre i coloni proseguono i loro attacchi.
Anche l’assistenza medica ne ha risentito. Fonti palestinesi riferiscono che le forze israeliane impediscono spesso alle ambulanze di entrare nei villaggi durante le incursioni militari o gli attacchi dei coloni, ritardando le cure ai feriti. In altri casi, i palestinesi feriti sarebbero stati arrestati direttamente dalle ambulanze, mentre le squadre mediche di emergenza sono state a loro volta oggetto di attacchi.
Anche i giornalisti che coprono gli eventi in Cisgiordania hanno dovuto affrontare rischi crescenti. I reporter palestinesi descrivono ripetute aggressioni e sparatorie da parte dei coloni, mentre alcune testate internazionali hanno ridotto la copertura sul campo a causa delle preoccupazioni per la sicurezza in seguito agli attacchi contro le troupe giornalistiche straniere.
La demolizione delle abitazioni
Allo stesso tempo, dal 7 ottobre Israele ha notevolmente accelerato la demolizione delle abitazioni palestinesi. Spesso alle famiglie viene concesso solo un breve lasso di tempo per portare via i propri effetti personali prima che i bulldozer demoliscano le loro case. Le autorità israeliane citano generalmente la mancanza di permessi di costruzione, mentre i palestinesi sostengono che ottenere tali permessi sia praticamente impossibile nell’ambito dell’attuale sistema urbanistico. Le demolizioni lasciano spesso intere famiglie senza tetto e incapaci di ricostruire.
Per molti palestinesi, gli sviluppi in corso in tutta la Cisgiordania occupata evocano ricordi dello sfollamento di massa del 1948. A più di settant’anni di distanza, sostengono, lo stesso schema di sfollamento forzato sta riemergendo in un clima di continuo silenzio internazionale.
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CREDITI FOTO: Eyad Hamad

