giovedì 28/05/2026, 15:25

Riceviamo e pubblichiamo con piacere una lettera di Elisabeth Di Luca, attivista di Freedom Flotilla Coalition, riguardo al racconto mediatico seguito al sequestro degli attivisti da parte dello Stato d’Israele.


A ottobre scorso ho partecipato alla missione della flotilla e quando siamo tornati abbiamo inondato il web dei racconti su cosa ci avevano fatto. Abbiamo raccontato le condizioni del sequestro, le umiliazione, le violenze sessuali e la risposta di politici italiani ed europei è stata il silenzio. Nessuna indignazione istituzionale. Solo il vuoto mediatico che ci ha ingoiato, nell’indifferenza di giornali e politica. 

Oggi che una nuova flotilla è stata fermata,  sembra non si parli d’altro. 

Cosa è  cambiato questa volta? i filmati, diffusi da Israele stessa e Netanyahu che prende le distanze dai metodi usati contro gli attivisti. E improvvisamente i politici europei si sono svegliati, e arrivano condanne e preoccupazioni espresse con tono grave. 

La stessa violenza, con due reazioni completamente opposte. Cosa ci dice questo? Che il problema non era l’ignoranza di ciò che era avvenuto ma chi stava veicolando l’informazione e con quale scopo: quando le testimonianze venivano solo dagli attivisti, era politicamente conveniente non parlare. La parola di chi ha subito non bastava e non perché non fosse credibile ma perché prendere posizione avrebbe avuto un costo troppo alto: avrebbe significato entrare in conflitto con Israele e Stati Uniti, con un sistema di alleanze che nessun governo europeo vuole mettere in discussione. E non sta mettendo in discussione. Neanche ora. 

La differenza oggi è che Netanyahu vuole creare una distanza pubblica da quei metodi – qualunque ne sia la ragione -, e allora i politici europei hanno avuto il permesso di indignarsi. Anzi, l’indignazione è quasi obbligatoria.

La testimonianza umana vale meno di un’autorizzazione dall’alto. Eppure, sembra che passi quasi inosservato che la parola delle vittime non sia stata sufficiente a fare aprire bocca a nessun rappresentante istituzionale. Che ci voglia il carnefice stesso a fare  un passo indietro affinché l’Europa si senta legittimata a commentare. Questa volta il vuoto mediatico risucchia l’evidenza di una resa morale totale travestita da prudenza diplomatica.

E anche all’interno del movimento per la Palestina, invece di fare luce su questa situazione per mostrare i veri confini del sistema, ci si ferma solo ad interrogarsi su dove sia il limite di ciò che è tollerato:  la vita di un attivista europeo sulla flotilla vale mediaticamente più di quella di mille palestinesi. È una doppia morale che va certamente nominata e denunciata perché svela il razzismo strutturale del sistema. Ma fermarsi lì ha un limite: rimane una critica morale al sistema, non una lezione politica su come combatterlo.

Il punto che il movimento dovrebbe far emergere adesso con forza, è che non servono appelli alla coscienza ma leve sul potere, e dovrebbe usare questo esempio lampante per smontare un’illusione in cui per mesi siamo state tutte intrappolate: non è una questione di visibilità, è una questione di pressione. Le istituzioni si sono mosse quando è diventato politicamente costoso tacere perché la variabile non è mai stata l’informazione ma il calcolo del potere, e oggi ne abbiamo finalmente le prove: i corpi occidentali non sono bastati, perché la violenza è tollerata se sdoganata dall’alto e non è tollerata quando richiede di schierarsi contro chi detiene il potere. I politici europei non seguono la coscienza ma la corrente, e la corrente la determinano Washington e Tel Aviv.

La flotilla di questo mese potrebbe essere il momento per dire chiaramente: abbiamo visto come funziona. Adesso sappiamo cosa serve.

Il racconto da solo non basta. Serve costruire un rapporto di forza tale per cui il silenzio diventi impossibile — non aspettare che qualcuno dall’alto conceda il permesso di indignarsi.

Se questa conclusione entrasse nel senso comune, cambierebbe l’orizzonte dell’azione. Non si tratterebbe più di testimoniare meglio, di documentare di più, di far vedere ciò che accade sperando che qualcuno intervenga. Chi già lotta lo sa. Ma questo episodio è la prova più lampante da offrire a chi aspetta ancora che siano le istituzioni a muoversi: non arriveranno — non per mancanza di informazioni, ma per calcolo. E saperlo è il primo passo per smettere di rivolgersi a loro e iniziare a costruire una pressione tale per cui il silenzio e la complicità abbiano un prezzo reale — economico, politico, sociale.

Questa vicenda, in poche settimane, ha mostrato più chiaramente di molti libri di teoria politica come funziona davvero il sistema. Non è una notizia confortante. Ma è una notizia utile.

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