“Un nuovo capitolo nell’ascesa dell’industria militare italiana sui mercati internazionali». È così che Rete Italiana Pace e Disarmo commenta i dati dell’ultima relazione sull’export di materiale bellico, presentata dal Governo al Parlamento, come previsto dalla Legge 185/90. Quest’ultima, una norma promulgata grazie all’impegno di tante realtà della società civile e che regola il controllo sull’esportazione di armi e la trasparenza bancaria nel settore, prevede infatti che l’esecutivo presenti ogni anno alle Camere una relazione che dettaglia autorizzazioni, quantità, tipologie di materiale, paesi destinatari, contratti e intermediari coinvolti. Si tratta di uno degli elementi più innovativi della legge che serve a garantire controllo parlamentare e informazione dell’opinione pubblica sull’export militare italiano.
I dati sull’export di armi italiane nel 2025
In merito a quest’ultimo, la relazione conferma un aumento del 19,14% nelle autorizzazioni rispetto al 2024. Complessivamente nel 2025 il valore delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento ha raggiunto circa 11,141 miliardi di euro, di cui 9,164 miliardi in uscita dall’Italia e 1,977 miliardi in entrata. Il dato che più impressiona, tuttavia, è il notevole aumento nel volume di autorizzazioni registrato negli ultimi quattro anni, ovvero dal 2022 al 2025: «un colossale +87%», sottolinea Rete Pace e Disarmo. Le transazioni bancarie legate all’export di armamenti hanno superato nel 2025 i 14 miliardi di euro complessivi – erano 12 nel 2024 – e il 66,18% delle operazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti: UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank.
Tra le società protagoniste di questo exploit emerge Leonardo, di cui negli ultimi giorni si è discusso molto a causa dell’inaspettato cambio al vertice, con la fuoriuscita dell’AD Roberto Cingolani e l’arrivo di Lorenzo Mariani. Il colosso italiano della difesa copre il 54,09% delle esportazioni militari italiane, una quota in forte aumento rispetto al 27,67% del 2024. Il boom di ordini militari ha rafforzato il posizionamento borsistico della società che, nel corso dello scorso anno, è stata interessata da un aumento del 90% del valore delle sue azioni su base annua. Seguono poi IVECO Defence Vehicles SpA, nuova entrata nella top 4; RWM Italia SpA, produttore di bombe e munizioni, già al centro di polemiche per forniture all’Arabia Saudita usate nello Yemen; e infine MBDA Italia SpA.
Il 62,38% dei flussi di materiale bellico riguarda Paesi extra UE/NATO, un dato «in netta contraddizione con lo spirito e le indicazioni della legge 185/90», sottolinea Rete Italiana Pace e Disarmo. Le autorizzazioni riguardano soprattutto l’Asia occidentale, un’area funestata da sanguinosi moti di guerra che stanno innescando significativi impatti a livello globale. Al primo posto tra i Paesi destinatari nel 2025 emerge infatti il Kuwait, con una singola licenza da circa 2,6 miliardi di euro per forniture navali Fincantieri – una commessa rilevante che distorce pesantemente la distribuzione geografica, gonfiando la quota di quell’area. Seguono Germania, Francia e Regno Unito che confermano la presenza stabile tra i primi destinatari europei. E poi ancora Stati Uniti e Ucraina –– il caso di quest’ultima solleva ancora interrogativi irrisolti riguardanti i criteri stringenti, previsti dalla Legge 185/90, dal Trattato sul commercio di armi e dalla Posizione Comune UE, per le esportazioni verso Paesi in stato di conflitto armato attivo. Si segnalano poi Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Turkmenistan, la cui presenza è preoccupante per la situazione dei diritti umani in quei Paesi. Infine c’è il caso Israele.
Nel 2025 oltre 22 milioni di materiali militari italiani verso Israele
Lo scorso 14 aprile la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che il governo italiano ha sospeso il rinnovo del Memorandum d’Intesa fra Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, un documento di cooperazione importante con notevoli implicazioni sia sul piano della ricerca e sviluppo dell’industria militare e cybersecurity, sia sul piano della cooperazione in materia giudiziaria, pubblicato integralmente su Kritica.it. Se è vero che la mossa dell’esecutivo — un «primo passo positivo» la definisce Rete Pace e Disarmo — blocca il quadro politico‑militare di cooperazione, d’altra parte l’export di armi resta invece disciplinato — e già fortemente limitato, almeno sulla carta — dalla legge 185/1990 e dalle decisioni UAMA, l’Autorità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento. E di linea teorica si è costretti a parlare dato che, come dimostrato da diverse inchieste giornalistiche e documentato nel dossier Made in Italy per l’industria del genocidio — di cui avevamo scritto su Kritica.it —, il nostro Paese ha continuato a fornire sistematicamente a Tel Aviv sistemi d’arma e carburante, utilizzando come snodi cruciali le stesse infrastrutture italiane, tra cui porti e aeroporti. Una conferma che arriva anche dai dati ufficiali. Rete Pace e Disarmo sottolinea, dunque, la necessità di una «revisione completa di tutti gli accordi e le interdipendenze tecnologico-militari con Israele, incluse le forniture in entrambe le direzioni».
Per quanto, infatti, lo Stato ebraico non compaia tra i destinatari di nuove autorizzazioni individuali di esportazione nel documento consegnato al Parlamento e l’UAMA abbia confermato la sospensione delle nuove licenze in ragione delle caratteristiche dell’intervento militare israeliano a Gaza, i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane — che certifica le consegne effettive tramite le dichiarazioni doganali — confermano che le spedizioni fisiche di materiali d’armamento autorizzate da licenze emesse prima dell’ottobre 2023 non si sono fermate. Le operazioni di trasferimento definitive verso Israele nel 2025 risultano infatti essere 228. A queste si aggiungono 296 operazioni di riesportazione. Complessivamente, nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani.
Inoltre anche nel 2025 il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene da Israele (circa 85 milioni di euro su 1,977 miliardi totali), a conferma che gli interscambi militari tra i due Paesi non si sono interrotti nonostante la guerra in corso a Gaza, sottolinea Rete Pace e Disarmo. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di quest’ultima, intervistato da Radio Onda d’Urto, ha dunque ribadito la necessità che il nostro governo faccia passi concreti oltre le mere mosse di facciata, lavorando «insieme ad altri governi, all’attivazione dell’articolo 2 dell’accordo tra Unione Europea e Israele che prevede, in caso di mancato rispetto dei diritti umani, di bloccare anche questa intesa. Non basta il pezzettino nazionale, bisogna fare la voce grossa, insieme a paesi che l’hanno già chiesto, a livello di UE», ha chiosato Vignarca.
Una crescita strutturale e preoccupante
I dati che emergono dalla relazione annuale consegnata al Parlamento sono confermati anche dall’analisi condotta dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), che documenta come nell’ultimo quinquennio le esportazioni di armi dell’Italia siano aumentate del 157%, portando il Paese dal decimo posto tra i maggiori esportatori nel periodo 2016-2020 al sesto nel periodo 2021-2025. Secondo l’istituto, oltre la metà delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente (59%), mentre il 16% all’Asia e all’Oceania e il 13% all’Europa. Già nel rapporto precedente (2020‑2024 vs 2015‑2019) il SIPRI registrava per l’Italia un incremento dell’export di circa il 138%, a conferma di una tendenza strutturale e non episodica. Se da un lato questa “virata militare” del nostro Paese genera profitti e rendimenti azionari più alti della media per le aziende del settore della difesa, d’altra parte — sottolineano studi critici, come quelli di Sbilanciamoci, ed economisti eterodossi — questo non si traduce automaticamente in un aumento della produttività media del paese né della qualità dell’occupazione complessiva.
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È nata a Lecce, dove vive. Si è laureata in Sociologia all’Università di Milano Bicocca e ha frequentato la Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande. È autrice di “Capitalismo feroce”, pubblicato da People, e tiene l’omonima rubrica settimanale su Ossigeno.net. Collabora con The Post Internazionale.

