domenica 19/04/2026, 2:27

    Il 17 aprile è la Giornata dei prigionieri palestinesi, o meglio detto “Giornata internazionale di solidarietà con i prigionieri palestinesi”. Parliamo di quasi 10mila persone, circa 9.600 secondo la Palestinian Prisoner’s Society, detenute nelle carceri israeliane. Una cifra aumentata dell’85% rispetto alla realtà precedente l’inizio del genocidio.

    Immaginate che un bambino venga strappato dalle braccia di sua madre e che trascorra anni della propria vita dietro le sbarre, per poi tornare da lei come un uomo consumato da un invecchiamento precoce. Lì, dove non c’è spazio per la debolezza, il dolore cresce in silenzio e una persona viene lasciata sola ad affrontare la fame, l’oppressione e l’attesa. È così che trascorrono gli anni dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane: tra privazioni prolungate e ricordi che non invecchiano.

    La storia di Shadi Abu Sido, giornalista

    Shadi Abu Sido è considerato una delle testimonianze viventi che rivelano la portata delle violazioni all’interno delle prigioni israeliane, poiché la sua esperienza è passata dal coprire gli eventi come giornalista a diventare parte di una delle storie umane più dure. Abu Sido è stato arrestato nel marzo 2024 mentre lavorava come giornalista a Gaza, senza alcuna accusa formale, ed è stato detenuto per mesi in condizioni dure che includevano torture fisiche e psicologiche, oltre alla privazione dei suoi diritti più elementari, tra cui l’accesso a un avvocato o la conoscenza del suo destino. Durante la detenzione, è stato sottoposto a gravi intimidazioni psicologiche, in particolare gli è stato ripetutamente detto che tutta la sua famiglia era stata uccisa, nel tentativo di spezzare la sua volontà, il che in seguito lo ha portato ad affermare di aver perso ogni senso del tempo e dello spazio e di non sapere più dove si trovasse né in che giorno vivesse.

    Dopo il suo rilascio, Abu Sido ha raccontato dettagli scioccanti sulla sua esperienza, descrivendo la prigione come un “cimitero per i vivi” e sottolineando che ciò che ha sopportato gli è sembrato come se l’anima gli fosse stata strappata dal corpo. Ha raccontato di essere stato costretto a rimanere ogni giorno per lunghe ore “in ginocchio, con le mani legate e gli occhi bendati”, in condizioni inimmaginabili, sottolineando che la tortura non era solo fisica ma soprattutto psicologica, poiché le guardie gli ripetevano continuamente che “i suoi figli e le sue donne erano stati uccisi”, causandogli un profondo trauma che è durato fino al momento del suo rilascio.

    Ha aggiunto di essere rimasto scioccato al momento del rilascio quando ha scoperto che la sua famiglia era ancora viva, dicendo: “Onestamente, sono rimasto scioccato quando ho visto i miei figli”, in un momento che riflette la portata dell’inganno psicologico che ha subito. Ha anche espresso lo stato di distruzione che ha vissuto durante la detenzione, dicendo: “Mi hanno strappato l’anima dal corpo, ma quando sono tornato a Gaza, l’anima è tornata”, prima di confrontarsi con la realtà devastante che lo circondava, chiedendosi come fosse possibile ricominciare da capo dopo tutto ciò che era successo.

    La testimonianza di Abu Sido non si limita alla sua esperienza personale, ma si estende a far luce sulle sofferenze dei prigionieri palestinesi in generale. Ha sottolineato che ciò che sta accadendo all’interno delle prigioni «non può essere immaginato dalla mente umana», chiedendo che queste storie vengano condivise con il mondo e che le continue violazioni contro i detenuti vengano denunciate, in un contesto di mancanza di un efficace controllo internazionale.

    Tasneem Al-Hams, arrestata – rapita – per fare pressione sul padre

    La prigioniera rilasciata Tasneem Al-Hams è considerata uno dei casi che hanno attirato ampia attenzione nel contesto degli arresti legati alle pressioni sulle famiglie palestinesi, soprattutto in quanto figlia del noto medico palestinese Marwan Al-Hams. Il suo arresto è avvenuto in circostanze complesse, circondato da molteplici resoconti che suggeriscono che la sua detenzione fosse strettamente legata allo status di suo padre e al suo ruolo medico umanitario, sollevando interrogativi sui reali motivi alla base del suo arresto, in particolare in assenza di qualsiasi annuncio chiaro di accuse personali dirette contro di lei.

    I resoconti durante la sua detenzione indicano che Tasneem è stata arrestata sul posto di lavoro in circostanze improvvise, con riferimenti a metodi indiretti utilizzati nell’operazione di arresto. Ciò riflette uno schema ricorrente in casi simili, in cui i familiari di personaggi pubblici vengono presi di mira al fine di esercitare una pressione psicologica e morale sui loro parenti. Sebbene non tutti i dettagli siano stati confermati ufficialmente in modo univoco, questa narrazione è entrata a far parte del contesto mediatico che ha circondato il suo caso durante la detenzione.

    Nel corso del tempo, il suo caso si è evoluto in una questione umanitaria piuttosto che individuale, soprattutto tra le ripetute richieste di rilascio e le esortazioni a proteggere i civili da arresti che potrebbero essere determinati da fattori al di là della responsabilità individuale. La sua detenzione ha scatenato un dibattito più ampio sull’impatto della prigionia sulle famiglie palestinesi, in particolare quando l’obiettivo è un membro di una nota famiglia di medici o di operatori umanitari, il che intensifica il peso psicologico su tutta la famiglia.

    Dopo il suo rilascio, Tasneem è tornata a far parte di un quadro più ampio che riflette l’esperienza della detenzione in Palestina, dove la storia non finisce nel momento della libertà, ma continua a lasciare effetti psicologici e sociali a lungo dopo il rilascio. Il suo caso rimane una testimonianza di un periodo complesso in cui le dimensioni umanitarie e politiche si intrecciano, lasciando un profondo impatto sulla vita sia degli individui che delle loro famiglie.

    Le torture come normalità

    Il caso del prigioniero rilasciato Muath Al-Halo (40 anni) è un’altra dimostrazione della natura delle politiche affrontate dai prigionieri palestinesi all’interno dei centri di detenzione israeliani, che – secondo la sua testimonianza e quelle di altri ex prigionieri – non si limitano alla detenzione in sé, ma si estendono in un quadro sistematico di pressione fisica e psicologica volto a spezzare la volontà del prigioniero e a isolarlo da qualsiasi senso di sicurezza o stabilità. Egli indica che la fase iniziale dell’arresto è spesso accompagnata da metodi duri, tra cui interrogatori violenti sul campo, restrizioni strette, bendature prolungate e costrizione dei prigionieri in posizioni fisicamente estenuanti durante il trasporto o l’interrogatorio, tra urla e minacce costanti da parte dei soldati.

    Secondo le testimonianze di prigionieri rilasciati in contesti simili, una delle forme più evidenti di trattamento all’interno delle prigioni è l’umiliazione deliberata, che include perquisizioni fisiche degradanti, l’uso di cani poliziotto durante le irruzioni e i trasferimenti, nonché percosse, spintoni e continui abusi verbali, che creano uno stato costante di intimidazione psicologica. Anche l’isolamento viene utilizzato come misura punitiva, in cui i detenuti sono rinchiusi in piccole celle chiuse per lunghi periodi senza contatto umano, il che porta a un grave stress psicologico e a un senso di completo isolamento.

    Altre pratiche segnalate includono la privazione del sonno causata da luci intense o rumori costanti, compreso l’uso ripetuto di suoni forti all’interno delle celle, nonché restrizioni alle pratiche religiose e l’impedimento ai detenuti di svolgere normalmente i propri rituali, aggiungendo una dimensione spirituale alle sofferenze quotidiane all’interno del carcere. Alcuni detenuti subiscono anche restrizioni alla libertà di movimento, all’igiene e al cibo, insieme a perquisizioni improvvise e ripetute che aumentano la tensione e l’instabilità.

    Queste testimonianze – compresa quella di Muath Al-Halo – riflettono un quadro più ampio della vita carceraria, in cui l’ambiente di detenzione diventa uno spazio di pressione continua che non mira semplicemente alla reclusione, ma a influenzare lo stato psicologico a lungo termine del detenuto, lasciando effetti duraturi anche dopo il rilascio, sia sulla salute mentale che sulla capacità di tornare alla vita normale.

    Le testimonianze dei detenuti rilasciati rivelano una dura realtà della prigionia che lascia profondi effetti fisici e psicologici, che persistono anche dopo il rilascio. Questi resoconti evidenziano la portata della sofferenza all’interno delle carceri e confermano che l’esperienza della detenzione non termina con il rilascio, ma che le sue conseguenze continuano a influenzare gli ex detenuti nella loro vita quotidiana.


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    CREDITI FOTO: © Marco Di Gianvito/ZUMA Press Wire/ANSA – 21 febbraio 2025, Roma: Cittadini e attivisti partecipano a una manifestazione a sostegno della Palestina davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. «Israele continua a trattenere i corpi di 665 palestinesi, tra cui: 59 bambini, 9 donne, 67 morti nelle prigioni israeliane. 1550 corpi sepolti vicino al campo di tortura di Sde Teiman», recita il cartello.

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