mercoledì 06/05/2026, 11:46

Il 6 e 7 maggio, oggi e domani, il mondo della scuola tornerà in piazza in occasione dello sciopero nazionale proclamato dall’Unione Sindacale di Base (USB), a cui hanno aderito anche Cobas Scuola e, su specifici segmenti della mobilitazione — in particolare sulla riforma degli istituti tecnici — la FLC CGIL. Al centro della protesta si intrecciano alcuni dei nodi più rilevanti per il futuro dell’istruzione: il rifiuto della crescente militarizzazione delle scuole e dell’economia di guerra, insieme alla contestazione delle riforme che stanno ridisegnando l’istruzione secondaria, dagli istituti tecnici e professionali alle nuove Indicazioni per i licei. Contro quella che il sindacato di base USB definisce la “scuola classista” del ministro Giuseppe Valditara, sono previste manifestazioni e presidi in numerose città italiane, con un concentramento principale a Roma e iniziative diffuse su tutto il territorio nazionale.

La presenza fissa dell’apparato militare nelle scuole

«La prima rivendicazione dello sciopero che abbiamo lanciato è legata al tema della militarizzazione», spiega Lorenzo Giustolisi di USB Scuola nazionale, che vede guerra, scuola e mercato del lavoro come parti di «un unico processo» di disciplinamento. Sul punto, il secondo dossier (del 2024) dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università descrive una presenza ormai strutturata dell’apparato militare nei percorsi educativi, con modalità diverse tra primo e secondo ciclo: nelle scuole dell’infanzia e del primo ciclo prevalgono iniziative simboliche – celebrazioni, giornate commemorative, lezioni con personale militare, visite a caserme e contatto con mezzi e strumentazioni – mentre nella secondaria di secondo grado il coinvolgimento diventa più diretto, con percorsi di formazione scuola-lavoro (i cosiddetti PCTO) in strutture militari o nell’industria bellica, incontri su sicurezza e geopolitica e visite a basi NATO o fiere di armamenti.

In questo quadro si inserisce anche la campagna internazionale “We Do Not Enlist”, promossa in Italia dalle organizzazioni giovanili OSA e Cambiare Rotta, richiamata da USB come punto di convergenza tra mobilitazioni studentesche e sindacali. «Parliamo di un rifiuto complessivo: non solo della coscrizione, ma della guerra come orizzonte di vita e come modello di società. La scuola non può diventare un ingranaggio di questo meccanismo», osserva Giustolisi, sottolineando come il conflitto non sia più percepito come esterno: «Oggi la guerra entra dentro le scuole, nei programmi, nelle politiche educative, nella retorica pubblica».

Il liceo con Leonardo dentro

A Roma, peraltro, il caso del Liceo Digitale dell’IIS Carlo Matteucci di Roma rappresenta uno degli esempi più fulgidi di ampliamento dello spazio bellico nella scuola pubblica. Nato su proposta della Fondazione Leonardo e sviluppato in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, il progetto si inserisce nel quadro normativo dell’autonomia scolastica e dei già nominati PCTO. Qui la collaborazione non si limita all’orientamento o agli stage: Leonardo entra direttamente nella didattica, con il “Laboratorio Leonardo” svolto in orario curriculare, la presenza di esperti aziendali in aula e percorsi strutturati di tutoraggio e stage nel triennio. Il risultato è un modello ibrido in cui risorse pubbliche si combinano con infrastrutture industriali, senza una netta separazione tra formazione e produzione. Formalmente resta un liceo scientifico – all’interno di uno storico Istituto tecnico – ma nella pratica si configura come una sperimentazione quinquennale centrata su intelligenza artificiale, coding e inserimento progressivo nel mondo del lavoro.

La riforma degli istituti tecnici: addestrare allo sfruttamento

Il riordino, con i nuovi quadri orari e il rafforzamento del modello 4+2,  che prevede un percorso ridotto a quattro anni di scuola seguito da due anni negli ITS, rafforza il legame tra istruzione e mondo del lavoro, accentuando il legame tra scuola e sistema produttivo e aumentando i percorsi professionalizzanti e riducendo lo spazio dato alle discipline di base. «È una riforma paradigmatica», afferma Giustolisi, «perché riduce le materie di base, accorpa i saperi, taglia ore e contenuti, mentre aumenta tutto ciò che ha a che fare con l’addestramento professionalizzante». Il risultato, nella sua lettura, è un indebolimento della funzione critica della scuola e una progressiva subordinazione alle esigenze immediate delle imprese. «Non si tratta di orientamento, ma di selezione di classe: gli studenti dei tecnici e dei professionali vengono indirizzati verso percorsi che li rendono manodopera qualificata ma priva di autonomia culturale».

Stravolti anche i licei

Alla riforma dei tecnici si affianca quella delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: il testo ministeriale rafforza la centralità della storia d’Italia e dell’Occidente, elimina la geostoria e introduce l’intelligenza artificiale senza una formazione strutturata per il personale. Secondo il sindacato non si tratta di un aggiornamento neutro, ma di una ridefinizione culturale dell’istruzione: «si restringe lo sguardo storico e si svuotano gli strumenti critici per leggere il presente», osserva Giustolisi, denunciando un impianto più identitario e selettivo.

«Da anni assistiamo a una ridefinizione in senso neoliberale: quella che viene chiamata modernizzazione è in realtà una riduzione della scuola a luogo di addestramento. Si parla di competenze, ma si svuotano i saperi critici» continua il sindacalista. La scuola, prosegue, viene sempre più pensata come produttrice di «capitale umano», cioè forza lavoro flessibile e adattabile, rinunciando alla sua funzione di formazione di cittadini consapevoli. «Non possiamo leggere separatamente la riforma dei tecnici e le nuove linee guida dei licei: sono due facce dello stesso progetto. È una scuola che gerarchizza, che assegna ruoli diversi in base alla provenienza sociale e che perde progressivamente ogni capacità emancipativa».

In questo quadro, la mobilitazione del 7 maggio si presenta come un tentativo di ricomposizione del conflitto dentro e fuori la scuola. «Uno degli elementi più significativi di questa fase è la saldatura tra studenti e lavoratori», conclude Giustolisi. «Pensiamo che sia possibile costruire un passaggio intergenerazionale di lotta e di valori, perché il rifiuto di questo modello di scuola è condiviso da chi la vive ogni giorno. Il 7 maggio è un passaggio in questa direzione: tenere insieme il rifiuto della guerra, la critica alle riforme e la difesa di una scuola pubblica capace di emancipare, non di selezionare».

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