Si è conclusa la prima fase dell’iniziativa promossa dal comitato “Roma sa da che parte stare” per ottenere l’interruzione dei rapporti politici e commerciali che intercorrono fra il Comune di Roma e lo Stato di Israele. Mercoledì 22 aprile sono state consegnate in Campidoglio le 16.000 firme raccolte in tre mesi a sostegno del testo che indica con precisione gli obiettivi del comitato: interrompere ogni relazione con lo Stato di Israele e con aziende israeliane, il che significa – in particolare – cessare lo smercio dei farmaci della multinazionale israeliana TEVA nelle quasi cinquanta farmacie gestite direttamente dall’azienda comunale FARMACAP, fare chiarezza sui rapporti fra la romana ACEA e l’israeliana MEKOROT, l’azienda statale ritenuta responsabile del furto delle acque palestinesi e, non da ultimo, impedire le infiltrazioni di fondi israeliani nei progetti di riqualificazione edilizia della città, a partire dalla vicenda degli ex Mercati Generali di Via Ostiense, una mera speculazione immobiliare, del tutto aliena rispetto ai reali interessi dei cittadini.
Un successo popolare inaudito
La raccolta delle sottoscrizioni sulla proposta di Delibera di Iniziativa Popolare è stata realizzata strada per strada, con banchetti nei quartieri, di fronte a luoghi di lavoro e all’Università, non essendo possibile firmare on line perché il Comune di Roma (a differenza di molti altri, fra cui Milano) non è stato ancora capace di dotarsi di una piattaforma telematica certificata.
Gli attivisti di “Roma sa da che parte stare”, quindi, hanno dovuto raccogliere le firme una per una, sui moduli cartacei risalenti agli ultimi anni del secolo scorso, all’epoca della prima giunta Rutelli e dell’entrata in vigore degli istituti di partecipazione popolare. A questa situazione grottesca, bisogna aggiungere che il meteo non ha dato una mano, perché i tre mesi disponibili per la raccolta delle firme sono stati quelli dell’inverno più piovoso degli ultimi decenni, costringendo ad annullare molti appuntamenti e iniziative. Nonostante queste difficoltà, la Delibera Popolare per l’interruzione dei rapporti fra Roma Capitale e Israele ha raccolto più del triplo delle 5.000 sottoscrizioni richieste per approdare al voto dell’Assemblea Capitolina, stabilendo anche un piccolo record: nella storia trentennale delle Delibere Popolari, è quella che ha avuto il maggior numero di sostenitori. a dimostrazione di quanto sia tuttora diffuso il sentimento di indignazione verso i crimini commessi dal governo di Benjamin Netanyahu.
Cosa potrebbe succedere ora: il boccino è in mano al PD
Terminata con la consegna delle firme la prima fase dell’iniziativa, si aprono diversi scenari. L’Assemblea Capitolina dovrà pronunciarsi sulla Delibera Popolare entro i prossimi sei mesi, almeno se intende rispettare quanto previsto dallo Statuto e dal Regolamento comunali. L’ultima parola, quindi, spetta ai quarantotto Consiglieri comunali eletti nel 2022, e qui le cose si complicano. Le sole forze politiche che hanno sostenuto la raccolta di firme sono il Movimento 5 Stelle (che ha quattro Consiglieri capitolini ed è all’opposizione) e Alleanza Verdi Sinistra, che ha un solo consigliere, che fa parte della maggioranza di centrosinistra. Potere al Popolo, fra i promotori dell’iniziativa, non ha alcun rappresentante in Campidoglio. Tutta la destra è sdraiata su posizioni filoisraeliane e la pensano più o meno allo stesso modo i pochissimi “centristi”. Potrebbero – forse – sostenere con il voto la Delibera Popolare i quattro Consiglieri delle due liste di sinistra all’interno della maggioranza, ma a decidere saranno i diciotto Consiglieri del Partito Democratico, insieme ai cinque della Lista Civica per Gualtieri.
La situazione, quindi, non è affatto semplice, e occorre spiegarne il motivo, soprattutto ai lettori che non risiedono a Roma. A conti fatti, i contenuti della Delibera Popolare sono gli stessi del documento unitario presentato da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli nell’aprile 2025, che comprende lo stop alla fornitura di armi e sanzioni contro il governo israeliano. Il punto è che il PD romano non è allineato su quelle posizioni, tanto che, nel luglio scorso, impedì la votazione in Assemblea Capitolina di una mozione, presentata dalla Capogruppo dei 5 Stelle Linda Meleo, che riprendeva esattamente gli obiettivi di quel documento unitario, calandoli nella realtà cittadina. Dopo la pausa estiva, la scena si è ripetuta: martedì 17 settembre i Consiglieri del PD hanno bocciato anche la richiesta – sempre del Movimento 5 Stelle – di esporre la bandiera palestinese sulla facciata del Campidoglio. Si fanno sentire, però, l’indignazione e la rabbia di moltissimi romani: nella serata del 17 settembre, migliaia di studenti escono in corteo dall’Università e arrivano nel centro di Roma, mentre molti militanti e simpatizzanti dello stesso PD protestano vigorosamente.
A caldo, su Kritica chi scrive riportava che “a distanza di poche ore, la capogruppo del PD Valeria Baglio (la stessa che aveva impartito ai consiglieri l’ordine di scuderia per bocciare la mozione 5 Stelle) proclama il “Contrordine, compagni” e annuncia che giovedì 18 settembre il partito presenterà e farà votare in aula Giulio Cesare… Indovinate un po’: una mozione per esporre la bandiera palestinese in Campidoglio, dopo che il Sindaco si era malamente smarcato, sostenendo di non essere coinvolto nella vicenda, di competenza esclusivamente consiliare. Non esattamente una dichiarazione coraggiosa (…). Ci sarebbe da ridere per non piangere, ma a Roma è così: una città di quasi tre milioni di abitanti il cui governo locale è tenuto sotto scacco da una comunità che conta meno di quattromila aderenti, che pur definendosi “ebraica” rappresenta meno di un quarto dei cittadini ebrei romani, e che è notoriamente schierata a destra, al punto di poterla considerare un’ambasciata parallela del governo di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich.”
Per il Partito democratico romano è il momento della verità
La stessa situazione potrebbe ripresentarsi con la Delibera Popolare. Il PD romano è più un comitato di affari che un’organizzazione politica. È il partito dei costruttori (che a Roma si chiamano palazzinari), delle finte cooperative che negli anni sono state strumento e protagoniste della privatizzazione dei servizi pubblici e della precarizzazione del lavoro, un partito che mal sopporta persino le timide aperture a sinistra di Elly Schlein. Un partito che si giova del sentimento antifascista per mantenere la gestione di potere e sottopotere. Un partito tanto legato alla comunità ebraica – che nella Capitale non solo è saldamente filoisraeliana, ma tende in modo spiccato verso l’estrema destra – da assegnare ad un suo esponente, Tobia Zevi, l’Assessorato al Patrimonio e alle Politiche Abitative, ruolo centrale nell’amministrazione di una metropoli.
Tutto questo non significa che i giochi siano chiusi, perchè sarebbe infantile pensare che gli oltre 200.000 voti presi nel 2021 al primo turno dal PD e dalla Lista Civica di Gualtieri siano tutti di provenienza lobbistica e clientelare. Esiste realmente un “popolo di sinistra” che si rivolge idealmente al PD, più che altro – riteniamo – per l’assenza di alternative credibili; un settore di popolazione profondamente colpito dalla violenza genocida del governo israeliano e che non intende esserne complice. Va detto, per amore di verità, che anche esponenti del PD in molti Municipi romani sono espressione di quel settore, tanto è vero che hanno contribuito attivamente a promuovere mozioni per la sospensione dei rapporti con lo Stato di Israele.
Ora è arrivato il momento della verità: la Delibera Popolare, con le migliaia di cittadini che l’hanno sottoscritta, richiama tutti alla coerenza e alla responsabilità, perché in Assemblea Capitolina non si potrà giocare a nascondino e si vedrà da quale parte si sceglie di stare. Come è stato detto durante tutta la campagna di raccolta delle firme, di fronte ad un genocidio l’alternativa è netta: o lo combatti, con ogni mezzo necessario, o sei complice.
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Ex operatore sociale, marxista convinto, attivista per i diritti umani, innamorato di Irlanda e Palestina. In poche parole, un tipaccio.

