mercoledì 15/04/2026, 23:07

Nel cuore della crisi libanese, mentre il Paese scivola tra paralisi istituzionale, collasso economico e una nuova stagione di violenze e crisi umanitaria provocate dai bombardamenti di Israele, il ruolo di Hezbollah torna a essere il nodo centrale di ogni analisi politica e sociale.

Movimento armato, partito politico, rete di welfare, attore regionale legato all’Iran: Hezbollah è una realtà policroma complessa. Hezbollah, Ḥizbu Allah, “Partito di Dio”, nasce in Libano all’inizio degli anni Ottanta, nel crocevia tra tre eventi storici: la rivoluzione islamica iraniana del 1979, l’invasione israeliana del Libano del 1982 e la marginalizzazione storica della comunità sciita libanese. Fin dall’inizio Hezbollah non è solo una milizia, ma un ibrido. Per comprenderne davvero la natura, la storia e l’evoluzione – dal confronto con Amal negli anni Ottanta alla costruzione di un’identità militare e mediatica sotto la guida di Hassan Nasrallah, fino all’attuale fase di escalation – serve uno sguardo capace di tenere insieme geopolitica, religione, società e memoria. viene spesso descritto da analisti libanesi, iraniani e occidentali come “uno Stato nello Stato”.

La sua struttura comprende un Consiglio della Shura, che rappresenta la leadership politico-religiosa, un Consiglio esecutivo che gestisce le attività sociali e politiche, e un Consiglio jihadista che sovrintende all’ala militare. Dal 1992 il movimento partecipa alle elezioni legislative, con il blocco parlamentare “Loyalty to the Resistance”, e dal 2005 in poi entra regolarmente nei governi di unità nazionale.

Sul piano interno, Hezbollah è un partito pienamente inserito nel sistema politico libanese: ha un blocco parlamentare stabile e ha espresso ministri in numerosi governi. A livello internazionale, la percezione è molto diversa.

Gli Stati Uniti inseriscono Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche già negli anni Novanta, posizione confermata e ampliata dopo gli attentati contro obiettivi occidentali in Libano e altrove, attribuiti a gruppi legati al movimento. Canada, Regno Unito, diversi Paesi dell’Unione Europea, l’Australia e Stati del Golfo come Arabia Saudita e Bahrein designano Hezbollah, in tutto o in parte, come organizzazione terroristica.

Per anni l’Unione Europea ha distinto tra ala militare e ala politica, distinzione respinta dai dirigenti del movimento, che rivendicano l’unità dell’organizzazione. Altri attori, come Russia, Cina e molti Paesi del Sud globale, non lo classificano come gruppo terroristico e mantengono rapporti politici con i suoi rappresentanti. L’Iran lo considera un alleato strategico e un elemento centrale della propria dottrina di “difesa avanzata”.

Sul piano regionale, Hezbollah costruisce la propria identità geopolitica su due assi intrecciati: il legame con la Siria baathista e la causa palestinese. Durante la guerra civile libanese e per tutti gli anni Ottanta e Novanta, la Siria di Ḥafeẓ al-Assad controlla il Libano e gestisce il traffico di armi iraniane verso il movimento, utilizzandolo come leva contro Israele.

La repressione del 2011 e l’inizio della guerra segnano però una trasformazione profonda in Siria: Hezbollah interviene apertamente a fianco di Bashar al-Assad, giustificando la scelta con la difesa dei luoghi sciiti, la lotta ai gruppi jihadisti sunniti e la protezione del cosiddetto asse della resistenza.

La Palestina resta però il cuore ideologico del movimento. Hezbollah si presenta come parte di una lotta più ampia contro Israele e da sempre sostiene militarmente e politicamente gruppi come Hamas e Jihad islamica. Dal 2023 al 2026 il movimento entra in una fase di confronto quasi permanente con Israele. Le escalation del 2024–2025, comprese operazioni terrestri israeliane nel sud del Libano, riaprono la domanda cruciale sul prezzo che la società libanese è disposta a pagare per una guerra percepita da molti come decisa altrove.

In questo intreccio di resistenza, potere, welfare e guerra per procura, Hezbollah rimane un attore centrale del Libano e del Levante, al tempo stesso prodotto delle fratture interne del Paese e ingranaggio di una più ampia partita regionale che coinvolge Teheran, Tel Aviv, Washington e Damasco, con la Palestina come ferita aperta e il Libano come campo di battaglia e di logoramento.

Approfondiamo il tema con Riccardo Cristiano, giornalista vaticanista e profondo conoscitore del Vicino Oriente e del Libano, autore, tra gli altri, di “Beirut. Il futuro del mosaico arabo” (Castelvecchi 2025), che ricostruisce in questa lunga conversazione la genealogia del “Partito di Dio”, il suo rapporto con l’Iran e la Siria, la trasformazione della comunità sciita, la frattura con l’identità beirutina e il rischio, oggi, di un nuovo conflitto interno. Un’intervista che attraversa quarant’anni di storia libanese e mediorientale, e che restituisce la complessità di un attore che continua a ridefinire gli equilibri del Paese e della regione.

Partiamo dalle origini. Quando nasce Hezbollah e in quale contesto?

Hezbollah nasce negli anni Ottanta, dopo l’invasione israeliana del sud del Libano. È un momento cruciale. Gli sciiti, pur essendo stati per lungo tempo filopalestinesi, non avevano un buon rapporto con i fedayn (combattenti palestinesi “coloro che sacrificano se stessi” o “coloro che rischiano volontariamente la vita” ndR). La loro presenza nel sud creava problemi enormi: bombardamenti, ritorsioni, tensioni continue. La popolazione sciita pagava il prezzo delle azioni palestinesi e delle risposte israeliane. Quando i fedayn se ne vanno, si apre un vuoto: chi farà la resistenza? È in questo vuoto che comincia a delinearsi un nuovo trend, quello che poi diventerà Hezbollah.

Ma il partito degli sciiti esisteva già: Amal. Che ruolo aveva in quel momento?

Sì, Amal c’era già. Era il partito fondato da Musa al‑Sadr, oggi guidato da Nabih Berri. Era un partito con un orientamento non violento, almeno all’inizio. Poi, con la guerra civile, anche Amal assume un ruolo di autodifesa. Ma la sua natura rimane quella di un partito politico radicato, con una leadership riconosciuta, non di una milizia ideologica. Quando nasce Hezbollah, la sua caratteristica principale è proprio questa: il tentativo di prendere in mano la resistenza contro l’occupazione israeliana, di farla diventare una resistenza sciita organizzata, strutturata, ideologicamente definita.

Come si arriva allo scontro tra Amal e Hezbollah?

In quegli anni (fine degli anni ’80, ndr) intervengono diversi attori. Da un lato ci sono le azioni israeliane, che spingono verso una resistenza più strutturata. Dall’altro c’è l’attività delle ambasciate siriana e iraniana in Libano. E poi c’è l’arrivo dei Pasdaran, che favoriscono la nascita di una prima forma di resistenza armata sciita. Anche Amal si impegna su questo terreno, ma l’Iran tenta di sostituire Amal con Hezbollah. La Siria assadista, invece, difende Amal. Perché? Perché la Siria non può permettere che una comunità libanese sfugga al suo controllo. La logica siriana è semplice: in ogni comunità deve esserci un’anima legata a Damasco. Amal, con la sua natura laica e la sua leadership riconosciuta, è perfetta per questo ruolo.

Perché la Siria occupava militarmente il Libano in quella fase?

Siamo negli anni della guerra civile libanese. La Siria di Assad vuole mantenere il Libano nella sua sfera di influenza. Ha una sua costola nella comunità sunnita, interferisce nella comunità cristiana, gioca la carta dei palestinesi contro i cristiani e dei cristiani contro i palestinesi. La politica siriana del tempo si può riassumere così: essere presenti in tutte le comunità per mantenere il Libano sotto controllo. È una strategia di influenza totale.

Come si conclude il conflitto tra Amal e Hezbollah?

Con un negoziato. Amal e Hezbollah raggiungono un accordo: ad Amal la rappresentanza politica, a Hezbollah la lotta armata. La presidenza del Parlamento, che spetta agli sciiti, rimane ad Amal. Gli iraniani accettano questo compromesso. E poi, come sappiamo, i rapporti tra Iran e Siria si sviluppano anche sulla base di un’intesa: la Siria accetta che Hezbollah abbia la predominanza nella resistenza armata, mentre l’Iran accetta che Amal mantenga la rappresentanza politica.

Lei individua un passaggio storico decisivo nel 1991. Che cosa accadde?

Accadde un fatto che fece enorme scalpore. Israele uccide il segretario generale di Hezbollah con un’operazione molto forte: un elicottero lancia un razzo contro la sua auto. A bordo ci sono lui, la moglie e il figlio. Muoiono tutti. L’impatto emotivo è enorme. Dopo quell’episodio diventa segretario generale Hassan Nasrallah. E Nasrallah è l’uomo del cambiamento.

In che senso Nasrallah cambia il movimento?

Nasrallah introduce un’idea geniale: le azioni militari non vanno solo fatte, vanno anche raccontate. Nascono il giornale di Hezbollah, la radio, la televisione. Ogni azione è filmata, documentata e diffusa. Non solo su al‑Manār: anche sui media libanesi non legati al movimento. Nasrallah costruisce un’ala militare accompagnata da una comunità indottrinata. Introduce la mistica del martirio come prassi, come stile di vita ed elemento costitutivo del partito. E questo è fondamentale per capire Hezbollah.

Che ruolo ha la dimensione religiosa in questa trasformazione?

Un ruolo enorme. Hezbollah è legato per statuto alla Guida Suprema iraniana: prima Khomeini, poi Khamenei. L’ideologia è apocalittica. Nasrallah, pochi giorni prima di morire, avrebbe detto ai suoi: “Io resterò sempre con voi”. Non è una frase simbolica. È l’idea che i martiri non muoiono. Che vivono nel Malakut, il tempo mediano tra il nostro mondo e l’aldilà. Secondo Khomeini, i martiri accelerano la fine dei tempi. È un’ideologia che va compresa per capire la natura del movimento. Non è solo un legame politico o militare con l’Iran: è un legame teologico, escatologico.

Lei sostiene che Hezbollah voglia sostituire il Libano. Che cosa significa?

Significa che Hezbollah non è un partito libanese. Non vuole far parte dell’identità ibrida del Libano. Vuole sostituirla. Vuole eliminare l’influenza occidentale, soprattutto europea, che è parte costitutiva dell’identità libanese. Il Libano non può diventare Beirut Sud. Beirut Sud non è sciita: è khomeinista. Il sud del Libano sciita, quello dei bar, dei caffè, del narghilè, non somiglia a Beirut Sud. Beirut Sud è stata “khomeinistizzata”. Il Libano del sud, fatto di piccoli centri, di montagne, di valli, era più difficile da trasformare. Ma il progetto è chiaro: milizianizzare la comunità sciita e trasformare il Libano, rendendolo non più Libano.

E Beirut, nella sua lettura, è il cuore del Libano che Hezbollah rifiuta.

Esatto. Beirut è araba, europea, mediterranea. È la città che ha costruito l’identità ibrida del Paese. È cosmopolita, aperta, con una storia di scambi culturali con l’Europa. È l’opposto del progetto di Hezbollah. Beirut è la città che passa da poche migliaia di abitanti a quasi un milione in mezzo secolo. È la città che firma una petizione al sultano ottomano per diventare capitale provinciale. È la città dei giornali che riportano le teorie anarchiche europee all’inizio del Novecento. È la città che ha combattuto per sovrastare lo spirito identitario montanaro. È la città che non può accettare Hezbollah.

Lei collega anche l’esplosione del porto di agosto del 2020 a un uso improprio del sito.

Non sappiamo cosa sia successo con certezza. Ma il porto, che è un porto commerciale, è stato usato come una Santa Barbara. Io credo che da lì venisse prelevato nitrato d’ammonio per Assad, per i barili bomba. E poi il porto esplode, distruggendo Beirut, cioè l’anima del Libano ibrido. È un simbolo potentissimo.

Lei definisce Hezbollah un partito “comunista apocalittico”. Perché?

Perché la sua ideologia è apocalittica e la sua prassi è quella di una comunizzazione della comunità sciita: welfare, propaganda, martirio, indottrinamento. È un partito iraniano culturalmente, non solo finanziariamente. Ridurlo a “movimento terrorista” è semplicistico. Non è l’Isis. L’Isis non ha costruito una società. Hezbollah sì. Hezbollah ha costruito un sistema di welfare funzionale all’indottrinamento: se hai un martire in casa, loro ti pagano la pensione. È un modo per legare la comunità al partito.

Che cosa distingue Hezbollah da gruppi come Isis o al‑Qaeda?

ISIS e al‑Qaeda non hanno costruito un sistema di welfare, non hanno indottrinato una comunità attraverso servizi, pensioni ai martiri, assistenza. Hezbollah sì. È un progetto politico totale, non solo militare. L’Isis è un’organizzazione minoritaria, violenta, senza radicamento sociale. Hezbollah invece ha perseguito la conquista culturale della comunità sciita.


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CREDITI FOTO: Flickr.com – Poster di Hezbollah lungo le strade di Baalbek, Libano, 2009.

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