BEIRUT – Quella del Libano è, senza dubbio, una storia di divisioni e fratture. Diciotto sette religiose ufficiali; centinaia di partiti politici registrati, di cui sedici effettivamente rappresentati in parlamento; due principali storie di occupazione – quella israeliana e quella siriana assadista – anch’esse frammentate in cesure, picchi, sistemi di alleanze, strategie, diverse intensità di violenza e depressioni, a seconda dei momenti storici.
Due distinte feste della liberazione, due autonome celebrazioni di indipendenza: una che magnifica la fine della ventennale occupazione israeliana del sud, il 25 maggio del 2000, grazie alle continue operazioni di resistenza partigiane nella cui fase finale spiccò quella di Hezbollah; l’altra che celebra il ritiro delle truppe siriane dal nord, il 26 aprile 2005, dopo l’assassinio dell’allora Primo Ministro Rafiq Hariri e i movimenti di protesta passati alla storia come Rivoluzione dei Cedri.
Nella stessa Beirut, è facile trovarsi ad attraversare strade che segnano il confine immaginario tra quartieri, comunità, affiliazioni politiche: modi differenti di vestire, di salutarsi, di ringraziare; bandiere e manifesti che da un lato inneggiano alla resistenza armata, e celebrano le centinaia di martiri caduti per resistere all’aggressione israeliana, americana, o alla violenza falangista della guerra civile, e dall’altro, spesso in francese, glorificano figure di santi maroniti, indicano la storicità di un quartiere coloniale au caractère traditionnel, o invocano – specialmente dopo le proteste del 2019 – l’uscita dell’Iran dagli affari interni con lo slogan: Iran out. I nomi delle strade, persino, lasciano intendere da quale delle innumerevoli parti esistenti in Libano ci si trova, e intimano a un comportamento consono: non consumare bevande alcoliche nei quartieri musulmani, abbassare il volume dello stereo se, nell’attraversare una zona cristiana, si stanno ascoltando canzoni della resistenza sciita.
In un panorama così stratificato, sclerotizzato dalle dimensioni ridotte del Paese – appena 10.452 chilometri quadrati, «non un metro di meno», come i seguaci del leader falangista Bachir Gemayel amano ricordare in slogan nazionalisti, e che neanche adesso che la fame coloniale israeliana torna a fagocitare terre e risorse del sud sembrano mettere in discussione –, è prevedibile che in momenti di crisi la divisione si accentui; che gli abitanti di zone considerate sicure – e molto spesso disabitate, visto il sempre crescente numero di libanesi che vivono nella diaspora – si rifiutino di accogliere l’abbondante milione di sfollati fuggiti ai bombardamenti e agli ordini di evacuazione di massa israeliani, costringendoli a dormire in tende arrangiate per le strade, sui bordi dei lungomari, o peggio a tornare nei loro quartieri e villaggi a rischio, perché non hanno dove altro andare. Ed è certo prevedibile che la posizione dello Stato diverga da quella del “Partito di Dio”, e che i discorsi dei politici risultino quanto mai sconnessi, se non deliranti.
Uno Stato debole, a sovranità fortemente limitata
La recente decisione di espellere l’ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sheibani per cattiva condotta, a detta del Ministro degli Affari Esteri Youssef Raggi, definendolo persona non grata, a cui hanno fatto eco le dichiarazioni del leader delle Forze Libanesi Samir Geagea – secondo cui la decisione avrebbe dovuto essere presa molto prima a causa delle «interferenze iraniane» nel paese, sostenendo che «gli eventi recenti indicano chiaramente la presenza di elementi dei Guardiani della Rivoluzione in Libano, che gestiscono direttamente le operazioni» – è solo uno degli esempi di tale sclerotizzazione. Geagea, un criminale di guerra per gli atti commessi durante il conflitto civile libanese (1975-1990), isolato per undici anni nel carcere del Ministero della Difesa, e rilasciato soltanto nel 2005 grazie a un’amnistia generale seguita al ritiro siriano, ha inoltre affermato che tutte le perdite subite dal Libano durante la guerra dovrebbero essere addebitate all’Iran, ritenendolo responsabile dei danni causati dalle bombe israelo-americane; che le ostilità non termineranno senza una «soluzione definitiva» riguardo a Hezbollah; che il governo libanese non ha preso la decisione della guerra e non dovrebbe di conseguenza utilizzare fondi pubblici per la ricostruzione; che lo stato dispone di istituzioni e leggi in grado di mantenere «ordine e autorità»; e di prioritizzare dunque «gli interessi dei cittadini libanesi», escludendo ad esempio l’ipotesi del trasferimento degli sfollati nel quartiere di Karantina, in gran parte distrutto dall’esplosione del porto di Beirut dell’agosto 2020 e di conseguenza svuotato: come se il milione di cittadini del sud, della valle della Beqaa e della periferia meridionale di Beirut fossero automaticamente esclusi dal sostegno statale. Anche loro personae non gratae.
Il 2 marzo 2026 – non la data di inizio della guerra, ma quella della prima risposta di Hezbollah alle oltre 15,000 violazioni israeliane nei quindici mesi di cosiddetto cessate il fuoco, entrato in vigore il 27 novembre 2024, durante i quali almeno 630 persone sono state uccise in Libano – la risposta dello stato è stata immediata: e diretta indiscutibilmente contro il partito filoiraniano. L’esercito libanese ha ritirato le sue truppe dalle posizioni di confine che Hezbollah aveva formalmente lasciato; alcune delle posizioni di lancio dei razzi del partito sciita sono state distrutte dallo stesso esercito che dovrebbe invece difendere i confini del paese, insieme alle munizioni già sequestrate e alle infrastrutture militari smantellate nei mesi del disarmo; l’ala militare di Hezbollah è stata messa al bando, e sono stati arrestati uomini armati che si dirigevano a sud senza autorizzazione, per essere rilasciati, pochi giorni più tardi, con una multa di appena 900,000 lire libanesi: l’equivalente di 10 dollari americani.
Negli stessi giorni convulsi, la legislatura parlamentare è stata estesa per altri due anni, cancellando automaticamente le elezioni che si sarebbero dovute svolgere nel maggio di quest’anno, e il Presidente della Repubblica Joseph Aoun – che nell’escalation dell’autunno 2024 serviva come Capo delle Forze Armate Libanesi, allora, come oggi, paralizzate e non adeguatamente attrezzate quando si tratta di rispondere all’aggressione israeliana – ha apertamente cercato, per la prima volta in quarantaquattro anni nella storia dei due Paesi, negoziazioni dirette con Israele. Richiesta a cui le effettive parti belligeranti si sono mostrate disinteressate: da un lato Benjamin Netanyahu ha ignorato la proposta e biasimato invece il governo libanese per non aver garantito il pattuito disarmo; dall’altro Naim Qassem, successore di Hassan Nasrallah alla guida del “Partito di Dio”, ha chiamato il paese all’unità e condannato come capitolazione qualsiasi forma di negoziazione sotto il fuoco nemico. «Il principio stesso del negoziare è respinto con un nemico che occupa territori e commette aggressioni quotidiane», ha dichiarato il Segretario Generale in un comunicato rilasciato mercoledì 25 marzo, condannando nuovamente la decisione dello Stato libanese di imporre un monopolio sulle armi mentre Israele continua i suoi attacchi contro il Libano.
Rimane dunque sospesa nel vuoto la voce di uno Stato debole, così come il potenziale di un esercito finanziato per la maggior parte dagli Stati Uniti, e il cui uso della forza è stato invece al servizio del disarmo di Hezbollah – nei quindici mesi di cessazione delle ostilità rispettati unicamente dal partito sciita –, e più recentemente nel pattugliamento di quartieri altolocati, a maggioranza cristiana, per prevenire disordini causati dall’incontro di comunità che le linee immaginarie del Paese continuano a tenere separate.
Identificare il nemico assoluto
Anche quando si tratta di definire il nemico, il Libano si divide. L’immediata criminalizzazione della militanza sciita da parte del governo – così come la normalizzazione della evidente sproporzione dell’aggressione israeliana, in Libano come in Palestina, in Iran, e nello Yemen – lascia intendere che, tra Israele e Hezbollah, il nemico assoluto di parte dello stato libanese e delle sue istituzioni, quello con cui non esiste dialogo, e per il cui indebolimento ci si è immediatamente attivati, anche militarmente, rimane Hezbollah. È contro Hezbollah che molti dei media libanesi filoamericani si scagliano, ritenendo il partito responsabile della guerra; è contro l’alleato iraniano che il governo lancia la sua condanna, espellendone l’ambasciatore, mentre cerca disperatamente uno spazio negoziale con Israele; ed è contro i civili sciiti che parte del popolo libanese si infuria, rifiutandosi di aprire le porte dei propri quartieri per famiglie di sfollati, in alcuni casi sfociando in risse e scontri, come nella periferia della città costiera di Jounieh, a nord di Beirut, dove il 24 marzo, i frammenti di un missile di probabile provenienza iraniana – intercettato dal sistema di difesa aerea israeliano – sono caduti su zone normalmente escluse dal conflitto, senza causare vittime né feriti. E il naturale capro espiatorio per i residenti cristiani sono stati gruppi di civili sciiti lì rifugiati.
Nei giorni della settima invasione israeliana del sud del Libano – dopo quelle del 1978, 1982, 1993, 1996, 2006, e l’ultima nell’autunno del 2024 – ci sono addirittura intellettuali che parlano di «occupazione iraniana», come l’accademico e giornalista Makram Rabah, nota figura dell’attivismo anti-Hezbollah, tornato al centro del dibattito mediatico nell’aprile del 2024 dopo essere stato arrestato per aver detto, in diretta televisiva, che «dal punto di vista del diritto internazionale, una ritorsione israeliana sarebbe giustificata», e commentando le notizie sul desiderio di Tel Aviv di controllare le risorse idriche del Libano, ha osservato, simpatizzando ironicamente con l’occupante: «Se solo Israele potesse impadronirsi del Litani… Sarebbe meglio evitare che questo fiume diventi una fogna a cielo aperto». In uno dei suoi articoli più recenti, Rabah parla di «responsabilità selettiva» e di «schemi di distruzione» che hanno portato il paese sull’orlo del baratro, suggerendo che il solo responsabile della distruzione economica e infrastrutturale del Libano sia Hezbollah, e che la società debba decidere se «vivere in uno Stato oppure in un mercato dell’impunità». Senza menzionare Israele – e le responsabilità, i crimini, e le impunità di Israele – neanche una volta.
In un tono simile, il multimilionario Saleh El Machnouk, attivista politico e giornalista, ha retoricamente domandato, in un’intervista con il conduttore britannico Piers Morgan: «quanti libanesi devono morire perché voi possiate soddisfare la vostra brama ideologica? Vogliamo che ci lascino in pace». Sembra si stia rivolgendo a Israele, e invece parla di Hezbollah, che definisce incorrettamente «milizia fondamentalista settaria e illegale» (Hezbollah è un partito politico legalmente rappresentato nel parlamento libanese, in cui il settarianesimo, o confessionalismo, è legge), auto-assumendosi il ruolo di portavoce dell’«80% del popolo libanese», mentre i numeri delle organizzazioni umanitarie raccontano un’altra realtà, con l’80% del paese che vive in condizioni di povertà, e il 36% sotto la soglia di povertà estrema: e per cui la battaglia è quella per il pane e il diritto all’abitare, non certo per il disarmo di Hezbollah. «Ho sentito l’argomento secondo cui Israele stia attaccando il Libano» – ha aggiunto, come se la guerra non fosse altro che un’argomentazione – «e che l’esercito libanese dovrebbe schierarsi accanto a Hezbollah per combattere Israele, come se questa fosse l’interesse nazionale del Libano. Questo non è solo idiota e vergognoso, ma anche controproducente».
La realtà opposta del Libano del Sud, sottoposto alla pulizia etnica
Per la popolazione del sud, al contrario, la questione è fuori di ogni dubbio: Israele invade, Israele uccide, con Israele non esiste dialogo né spazio negoziale, Israele occupa, costruisce insediamenti illegali, e non restituisce se non morte e distruzione. Non dal 2 marzo 2026, né dall’8 ottobre 2023: ma almeno dal 1978, dai giorni della prima invasione. I nomi dei villaggi del confine sotto crescente controllo delle forze di occupazione israeliane – Khiam, Dibbine, Maroun al-Ras, Yaroun, Aita Shaab, Odaisseh, Aitaroun, Blida, Houla, Meis al-Jabal, Markaba, Naqoura, Alma al-Shaab, Taybeh – già largamente distrutti, potrebbero essere cancellati dalle mappe, e definitivamente annessi come le Fattorie di Shebaa, il villaggio di Ghajar, e le cinque postazioni occupate del 2024 su cui Israele ha costruito illegalmente basi militari: Jal al-Deir, Jabal Blat, Labbouneh, una posizione sulla strada tra Markaba e Houla, e la collina di Hamames. Queste, insieme ai 30 chilometri che separano il confine dal fiume Litani, e che Israele mira a isolare, distruggendo i ponti di attraversamento del fiume, evacuando forzatamente i suoi abitanti (gli ultimi ordini riguardano una zona estesa fino al fiume Zahrani, a 40 chilometri dal confine), e creando dunque una ideale ‘zona cuscinetto’ militarizzata che coinvolgerebbe 57 tra villaggi e città, lasciando 250.000 residenti senza una terra a cui tornare. Se così fosse, per la prima volta in quasi cinquant’anni Israele riuscirebbe nel suo intento di pulizia etnica di un’area equivalente al 10% del territorio libanese: un progetto risalente alla campagna del 1975-1978, culminata con la prima invasione del sud del paese.

La lotta armata vista dal Sud del Paese

Trovarsi in uno di questi luoghi nei giorni della settima invasione israeliana del sud del Libano lascia poco spazio all’esitazione, così come alle elucubrazioni sulla legittimità della lotta armata: anche per le personalità storicamente opposte a Hezbollah, come i comunisti, i laici, e alcune delle comunità cristiane – che Israele ha ripetutamente intimato a cacciare i vicini sciiti –, e per tutti i soccorritori e paramedici presi deliberatamente di mira, i giornalisti considerati come legittimi target, e sicuramente i civili, tra cui il numero di vittime oggi ammonta a 1.497, di cui 130 bambini, in soltanto un mese. Per chiunque rischi di perdere la propria terra, la resistenza – qualsiasi sia la sua forma o affiliazione – al nemico assoluto è legittima, e il dialogo è escluso.
L’esercito libanese: armato per il nemico interno, non per quello esterno
Se per Hezbollah, la sconfitta o almeno l’indebolimento del fronte israeliano è una questione di sopravvivenza – e lo stesso potrebbe dire la parte israeliana, che minaccia di impedire qualsiasi ritorno agli sfollati del sud del Libano finché non sarà garantito il disarmo del partito sciita e la sicurezza degli insediamenti coloniali della Galilea –, per il governo libanese, formalmente in guerra con lo stato sionista dall’anno della sua fondazione, il 1948, Israele resta un nemico convenzionale: ne riconosce la legittimità di Stato, e non esclude la possibilità di dialogo. Militarmente, i due eserciti non si confrontano – i membri dell’esercito libanese assassinati da Israele non si trovavano al fronte –, e tacitamente concordano nel considerare Hezbollah come il solo attore militare coinvolto nel conflitto, e in parte come il reale nemico. Appena qualche mese fa, l’inviato speciale statunitense Tom Barrack commentava, riguardo al sostegno degli Stati Uniti alle Forze Armate Libanesi, che egli stesso definiva «ben intenzionate», ma «non ben equipaggiate»: «contro chi dovrebbero combattere? Non vogliamo armarle… Così che possano combattere Israele? Non credo. Quindi le stiamo armando affinché combattano il loro stesso popolo, Hezbollah. Hezbollah è il nostro nemico. L’Iran è il nostro nemico. Dobbiamo tagliare le teste a quei serpenti e interrompere il flusso di fondi. È l’unico modo per fermare Hezbollah». Del resto, finché l’America resterà il principale finanziatore dell’esercito libanese, è prevedibile che tale miopia da parte dello Stato – che ancora fatica a identificare la catena di responsabilità dietro questa ennesima tragedia – non si chiarisca, e che le pericolose dichiarazioni di Barack vengano prese alla lettera.
La normalizzazione dei rapporti con Israele
Anche dal punto di vista politico, la storia delle negoziazioni, per quanto indirette, tra i due paesi, precede l’escalation delle ostilità seguita al 7 ottobre e alla nuova apertura del fronte meridionale. Nell’autunno del 2022, grazie alla mediazione americana dell’inviato per gli affari energetici Amos Hochstein, sotto la presidenza di Joe Biden, i negoziatori delle due parti hanno raggiunto un accordo storico che definisce per la prima volta il confine marittimo tra i due Paesi, aprendo la possibilità per entrambi di condurre attività di esplorazione energetica offshore, per quanto Beirut abbia cercato di evitare di presentare l’accordo come una normalizzazione con Israele. Più di recente, nel dicembre 2025, il Presidente Aoun ha nominato Simon Karam – ex ambasciatore libanese negli Stati Uniti e fermo critico del regime di Assad durante gli anni della sua egemonia in Libano, discusso per aver incontrato Antoine Lahad, capo della milizia collaborazionista e filoisraeliana negli anni dell’occupazione del sud, il South Lebanon Army (SLA) – a capo della delegazione del comitato incaricato di supervisionare l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco con Israele: segnando, con l’inclusione nei negoziati di membri civili, e non militari, un cambiamento significativo che potrebbe ampliare i negoziati fino a includere questioni politiche ed economiche tra i due paesi – temi a lungo considerati off-limits prima del crollo del regime di Assad – che contendeva a Israele l’egemonia esterna e le mire di conquista e potere sul Paese – e dell’assassinio dello storico leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Anche Hezbollah non ha il polso del Paese
E mentre tutte le decisioni statali sembrano prendere la direzione di una progressiva normalizzazione con Israele, anche Hezbollah sembra mostrare i limiti della propria visione: almeno nel discorso politico. Nonostante il crescente isolamento del fronte sciita filoiraniano, il Segretario Generale Naim Qassem continua a invitare all’unità nazionale «contro il nemico israelo-americano», per «fermare l’aggressione per liberare la terra e il popolo», affermando che «tutte le altre questioni possono essere discusse in seguito». «L’unità nazionale significa che il governo non dovrebbe prendere decisioni che servano il progetto israeliano, anche involontariamente, ma che il cui risultato sarebbe a favore di Israele. L’unità nazionale significa che il governo revoca la sua decisione di criminalizzare le azioni della resistenza e dei suoi combattenti», ha proseguito nel già citato comunicato, alludendo alla decisione del Consiglio dei Ministri del 2 marzo di considerare illegali le attività militari del gruppo. Eppure il Libano non è l’Iran; il sentimento nazionale che a Teheran ha spinto un milione di combattenti – a cui si aggiungono moltissimi volontari che stanno affluendo nei centri di reclutamento per la forza paramilitare Basij, per i Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) e per l’esercito regolare – a mobilitarsi per respingere una potenziale invasione di terra statunitense, a Beirut è quanto mai inesistente. Qui, dove non esiste regolare resistenza, né regolare assedio, per molti Israele non sta facendo altro che aiutare portare a termine la propria battaglia contro l’influenza iraniana nella regione – e lo Stato, invece che soccorrere, arresta i militanti dell’unica organizzazione della storia che abbia mai sconfitto Israele.
Eppure, nonostante le tensioni e le divisioni sempre crescenti, sembra esclusa la possibilità di un conflitto civile: nessun attore libanese di rilievo sembra infatti disposto a entrare in un simile confronto, considerata la memoria e il costo dei conflitti passati, e vista anche la preminenza militare di Hezbollah rispetto agli altri partiti; inoltre, sebbene politicamente divisi, come notato da diversi osservatori il “Partito di Dio” e l’esercito libanese fanno parte dello stesso tessuto sociale, e hanno forti incentivi a evitare uno scontro diretto. Persino quando, a seguito dell’espulsione dell’ambasciatore iraniano, un attacco DDoS rivendicato dal gruppo iracheno Fatemiyoun Electronic Team (FET) ha preso di mira e temporaneamente bloccato il sito ufficiale del Ministero degli Affari Esteri del Libano – dopo aver precedentemente hackerato quello del noto canale di destra MTV e del gruppo delle Forze Libanesi – lo scontro diretto è stato evitato, e scongiurato il pericolo di un nuovo maggio 2008.
Intanto, al confine, la guerra di espansione e occupazione israeliana continua; i combattimenti infiammano i pochi villaggi che la resistenza riesce a tenere; con o senza ordini di evacuazione, le bombe cadono su quartieri residenziali, uccidendo civili e distruggendone le case; gli sfollati continuano da settimane a dormire in tende stancate dalla pioggia, mentre il resto del Libano si rinchiude nella pretesa di una certezza che questa guerra, ancora, non lo riguardi.
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CREDITI FOTO: © Sergio Attanasio

Giornalista freelance con base a Beirut, Libano, collabora con testate locali e internazionali. Laureata in Storia del Medio Oriente, si occupa di questioni legate all’emarginazione, all’identità in esilio e alla giustizia sociale, nonché alle forme d’arte che fioriscono in spazi contesi.


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