domenica 10/05/2026, 0:24

Pubblichiamo un estratto dal libro L’Africa non è così (Einaudi) della filosofa e antropologa Chiara Piaggio. Nel suo libro, Piaggio parte dalle intense esperienze vissute in diversi Paesi dell’Africa subsahariana per presentare racconti, riflessioni e vicende di ieri e di oggi, nel tentativo collettivo di riportare in primo piano la complessità di un continente vastissimo.
In questo paragrafo, scopriamo Nollywood, l’imponente macchina dell’industria cinematografica nigeriana, rimasta per molto tempo nascosta al pubblico internazionale.

Nollywood

Le strade di Lilongwe, mai del tutto assopite durante la notte, si allungano sotto la prima luce del giorno. Mentre prendo posto sull’autobus che mi porterà a nord, fuori dal finestrino la vita riprende il suo flusso quotidiano. Una donna, avvolta in un turbante turchese, versa un secchio d’acqua davanti alla sua bancarella di frutta, mentre un uomo, con movimenti lenti e precisi, spazza il marciapiede. Di tanto in tanto, qualche venditore si avvicina, alzando il vassoio per offrirmi uova sode o bibite di ogni sorta. All’interno l’aria condizionata è troppo forte, come spesso capita. La gente sonnecchia, parla sottovoce, controlla il telefono. Un bambino siede immobile accanto alla madre, serio e composto. Non gioca, non chiede attenzioni né di essere intrattenuto. Due piccoli televisori a tubo catodico stanno appesi in alto, uno davanti, uno a metà del corridoio. Siamo ancora fermi, ma il film è già iniziato. Bastano pochi fotogrammi per riconoscere che, quello, è un film di Nollywood: la recitazione approssimativa, le emozioni esagerate, le voci troppo alte e il ritmo sfrenato dei dialoghi. Nessun dubbio, è Nollywood, con il suo inconfondibile marchio di fabbrica: il suo linguaggio immediato e teatrale. Il melodramma familiare che corre sugli schermi presto cattura tutti. Mentre l’autobus inizia a muoversi, le risate dei passeggeri esplodono fragorose. A suscitare la massima ilarità sono scene rocambolesche, cadute improvvise,sorprese non proprio imprevedibili. Nollywood, l’industria cinematografica nigeriana, sforna fino a duemilacinquecento film all’anno, arrivando a competere fianco a fianco con Hollywood e Bollywood. Impiega direttamente duecentocinquantamila persone e, considerando l’indotto, si supera il milione. In pratica, è il secondo datore di lavoro in Nigeria dopo l’agricoltura. Ma non è solo un fenomeno commerciale. Nollywood è una forza culturale che ha già da tempo conquistato gran parte dell’Africa subsahariana, dalla Liberia al Malawi, arrivando addirittura ai Caraibi. I suoi film riescono a creare un legame con il pubblico, perfino là dove non c’è comprensione linguistica: a volte doppiati o sottotitolati, altre trasmessi in lingua originale (inglese, yoruba, igbo ohausa), trovano comunque spettatori anche tra chi non ne capisce i dialoghi. Sono entrati nelle televisioni locali, nelle conversazioni quotidiane, nei chioschi di dvd, con star che dettano mode e tendenze. E come sempre accade con i fenomeni di tale portata, qualcuno ha perfino gridato al pericolo di una «nigerizzazione» dell’Africa, di una assimilazione collettiva della cultura nigeriana. Un allarmismo puramente teorico che non tiene conto della realtà. Per quanto Nollywood si sia diffusa nel continente, non ha mai soppiantato la cinematografia d’autore né quella internazionale. Hollywood, con il suo fascino irresistibile, continua a dominare le sale e le piattaforme di streaming, nonostante il suo sguardo spesso discutibile sul continente. Nollywood, invece, è rimasta per molti anni nascosta agli occhi del mondo. Una galassia che brillava per conto proprio, indipendente e poco nota.La produzione cinematografica ha una storia relativamente recente nell’Africa subsahariana. In epoca coloniale erano registi occidentali a detenere il potere della narrazione. Le leggi sulla libertà di espressione e sulla produzione cinematografica erano severe (nei Paesi sotto il dominio francese era proibito agli africani girare film senza una licenza che, in pratica, non è stata mai concessa). I film europei, concepiti e girati attraverso una lente etnografica distorta, raccontavano un’Africa immaginata, esotizzata, funzionale ai sogni e ai timori dell’Occidente. Il pubblico assisteva a una messa in scena in cui il «se stesso» era mostrato come se fosse «l’altro» e l’idea di una contronarrazione africana sembrava impossibile. In fondo, la cinematografia era uno strumento per disciplinare, educare, controllare.Niente violenza, niente insurrezioni. Tramite i film venivano instillati valori cristiani, principî di igiene e, piú in generale, il sistema occidentale. Cosí, laddove non c’erano sale, venivano proiettati tramite unità mobili itineranti che attraversavano città e villaggi. L’alternativa erano i film importati da Europa e Stati Uniti. Le sale cinematografiche cittadine, frequentate perlopiú da europei e da una piccola élite africana, erano i templi di questa mitologia. Tra una proiezione-propaganda e l’altra, scorrevano i grandi melodrammi e le avventure di Hollywood, dove gli eroi bianchi dominavano le scene. «Ricordo di aver visto Mary Poppins. Ma forse era appena dopo l’indipendenza, non so dire con precisione», mi aveva raccontato un anziano nigeriano,riferendosi a quell’epoca.Poi, il silenzio si ruppe. Nel fermento delle indipendenze,la telecamera venne presa in mano da chi aveva fino ad allora solo guardato. I primi cineasti africani, figure come Ousmane Sembène in Senegal o Med Hondo in Mauritania, compresero subito la portata politica e simbolica del cinema. La macchina da presa divenne un’arma, uno strumento per capovolgere il racconto, per confrontarsi con l’eredità coloniale e dare voce a ciò che per troppo tempo era stato ridotto a sfondo silenzioso. Diverse produzioni nazionali cominciarono ad affermarsi e festival come il Fespaco in Burkina Faso le celebrarono. Tra queste, Nollywood. Diversa dalle altre, lontana dai film impegnati o d’essai e persino, banalmente, dai film di qualità, si è imposta come un terremoto culturale. Non cercava di esportare un’immagine idealizzata dell’Africa. Non cercava di vendere un’Africa esotica agli occhi occidentali, né tantomeno un’Africa vittima. Raccontava la Nigeria ai nigeriani, con tutti i suoi pregi e difetti, con una schiettezza che a volte risultava brutale. È accaduto quasi per caso. La Nigeria degli anni Novanta era un Paese in bilico, sospeso tra crisi economiche e instabilità politiche. Una cinematografia senza nome cominciò a emergere, dando il via al fenomeno che tutti avrebbero chiamato «videoboom». Il cinema, fino a quel momento, era stato un lusso per pochi, un intrattenimento elitario, dominato da cineasti che riponevano le loro ambizioni nelle dispendiose pellicole 35 mm da proiettare sul grande schermo. Invece, nei salotti della crescente classe media possedere un televisore e un videoregistratore era cosa comune. Perché non girarli, allora, direttamente su videocassetta? Uno dei primi fu Living in Bondage, di Chris Obi Rapu, nel 1992. Un uomo si perde nei meandri dell’occulto inseguendo la ricchezza, per poi scoprire che la vera schiavitú non è la povertà, ma l’anima venduta. Girato in lingua igbo (sí, gli abitanti dell’ex Biafra), con una qualità di produzione che in altri tempi e luoghi sarebbe stata sdegnata, fu una rivelazione. L’economicità del vhs divenne un’arma e il videoboom dilagò. Cosí nacque Nollywood, dalle condizioni del possibile, non del desiderabile. Non potendo puntare sulla qualità, si puntò sulla quantità. Nel cuore delle città nigeriane si diffusero rivenditori di videocassette (poi diventate dvd), film fatti in casa che raccontavano storie di vita vera, lotte, sogni, tradimenti, redenzioni. I film di Nollywood erano tutto quello che il cinema classico non poteva essere: immediati, crudi, spesso eccessivi nelle emozioni, ma visceralmente veri per chi li guardava. Il pubblico si riconosceva. C’erano le madri disperate, i mariti traditori, le giovani donne in cerca di riscatto. Non era uno specchio elegante e pulito, ma uno specchio incrinato che rifletteva le sfaccettature della vita. Soprattutto, erano accessibili. Venivano girati in pochi giorni, a volte un solo weekend, con budget ridottissimi, mezzi tecnici essenziali e attori non professionisti. A differenza di Hollywood o Cinecittà, non ruotavano (e non ruotano tuttora) attorno a studi cinematografici. Troppo costosi. Venivano girati nella regione di Lagos, nelle sue strade, nelle sue case, nuotando in un mare di informalità: gli accordi orali erano piú comuni dei contratti scritti. Questo ritmo febbrile si rifletteva anche nel linguaggio visivo e narrativo: nessuna pretesa di perfezione estetica, nessun bisogno di conformarsi a canoni imposti. Si diffusero rapidamente, spesso grazie a un mercato nero poco monitorato. La speranza dei produttori era rientrare delle spese nelle prime due settimane, prima che il circuito dei pirati li cannibalizzasse. Il termine «Nollywood» arrivò dopo. La sua origine non è chiara, ma una delle teorie piú accreditate racconta una storia che sa di paradosso. Il nome dell’«industria cinematografica nigeriana che parla ai nigeriani» pare sia stato usato per la prima volta dal giornalista nippo-canadese Norimitsu Onishi, in un articolo apparso sul «New York Times» nel 2002. Un’etichetta straniera, che provocò qualche polemica ma che venne adottata. Avere un nome permetteva di esistere agli occhi del mondo e, di riflesso, di darsi un’identità propria. Nollywood è diventata cosí una storia di successo nella quale i nigeriani potevano identificarsi, un orgoglio nazionale, simbolo del Paese dove le cose funzionano nonostante i problemi e le discutibili politiche pubbliche. Ma l’attenzione esterna ha anche suscitato preoccupazioni: film che parlano di violenza, corruzione, stregonerie che immagine potevano dare del Paese? Intorno alla metà degli anni Duemila i generi si diversificarono, le sale cinematografiche cominciarono a moltiplicarsi, poi la tecnologia digitale prese il posto delle vecchie cassette, l’interesse internazionale non fece che crescere. Piano piano, è emersa quella che alcuni chiamano la «New Nollywood», un’etichetta che racchiude un nuovo modo di pensare al cinema, piú raffinato, piú professionale, piú costoso. Non piú semplice intrattenimento popolare, ma un’arte in grado di dialogare con il mondo. I registi della nuova generazione puntano a film di qualità, a budget piú elevati, talenti attoriali scelti con cura, sceneggiature ben studiate. I loro film trovano spazio non solo nelle sale cinematografiche, ma anche nelle piattaforme di streaming locali come Irokotv, o internazionali come Netflix. È con Lionheart, nel 2018, che la Nigeria ha segnato una tappa fondamentale: per la prima volta un suo film è stato candidato come miglior lungometraggio internazionale agli Oscar. Anzi, per l’esattezza, il film era stato selezionato nella categoria «Miglior film in lingua straniera», salvo essere escluso poco dopo. Benché infatti ci fosse una parte in lingua igbo, il maggior numero di minuti era recitato in inglese. Non una lingua straniera, per gli americani, dunque privo dei requisiti per partecipare. Si aprí un aspro dibattito: il nigerian english, che possiede alcune specifiche proprie, è inglese (una variante dell’inglese,per la precisione) o è un’altra lingua? Detto diversamente, è una lingua occidentale, o ormai è diventata una lingua nigeriana? Posta in questi termini, la faccenda diventa piú complessa. L’inglese, per molti nigeriani, non è la lingua madre. Eppure è la lingua delle istituzioni, della scuola, dell’amministrazione pubblica. È la lingua che «funge da ponte tra le oltre 500 lingue parlate nel nostro Paese, rendendoci cosí #UnaSolaNigeria»,  ha twittato risentita la regista del film escluso Genevieve Nnaji, per poi aggiungere: «Non abbiamo scelto chi ci ha colonizzato. Questo film è orgogliosamente nigeriano». In sostanza, si impediva alla Nigeria di partecipare con un film nella propria lingua. A sottolineare un’ulteriore anomalia è intervenuto il linguista nigeriano Kó .lá Túbò .sún: i nigeriani che vogliono iscriversi all’università negli Usa, cosí come gli studenti che provengono da altri Paesi anglofoni, devono superare il toefl (Test of English as a Foreign Language), un test riservato ai non madrelingua. Allora, l’inglese parlato in Nigeria è una lingua occidentale – e in tal caso, perché il toefl? – o è una lingua nigeriana – e dunque perché escludere il film? E ancora: perché l’Inghilterra partecipa agli Oscar nelle categorie degli Academy pare e in quale lingua? L’incidente ha seguito di pochi anni la campagna #OscarSoWhite e ha spinto Hollywood a un aggiustamento diplomatico: cambiare nome alla categoria, da allora «Miglior film internazionale». Una scelta pragmatica, forse. D’altronde, lo stesso dilemma avrebbe potuto riproporsi in qualsiasi altra ex colonia britannica. Ma il cuore del problema, e ciò che esso rivela, resta lí, irrisolto. Il francese, l’inglese, il portoghese parlati nell’Africa subsahariana restano lingue occidentali, o sono diventate anche lingue africane? Certamente, dal punto di vista tecnico, sono anche lingue africane. Ma nel vissuto personale, quale o quali vengono percepite come le «proprie» lingue? A questa domanda non ho mai saputo rispondere. Forse, la risposta è troppo complessa. Varia da Paese a Paese, ma anche da individuo a individuo. E quando ho provato a chiederlo, per quanto mai lo abbia fatto con un numero di persone tale da rappresentare un seppur piccolo campione, ho sempre ottenuto risposte diverse.


© Einaudi Editore 2025

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!
Leave a Reply