Queste brevi considerazioni sul romanzo “Ama il prossimo tuo” dell’autore tedesco Erich Maria Remarque da parte dell’autrice risalgono a qualche anno fa. Le riproponiamo qui su Kritica perché rileggere il romanzo, e l’opera di Remarque in generale, alla luce di quanto vediamo accadere in Palestina, dove il genocidio di un popolo si sta consumando davanti ai nostri occhi mentre i governi europei continuano a essere complici, fa capire che niente di ciò che stiamo vivendo avviene per la prima volta nella Storia. Che avremmo dovuto fermarlo perché già sapevamo. E che, sebbene facciamo fatica a immaginare crudeltà maggiori di quelle cui stiamo assistendo ora a Gaza, il peggio, in realtà, forse deve ancora arrivare. Solo la consapevolezza del passato, attraverso le parole di chi ha vissuto, ci potrà aiutare.
Nel 1941, quando l’editore dissidente tedesco Bermann-Fischer pubblica Ama il prossimo tuo (Liebe deinen Nächsten; una prima versione era stata pubblicata già negli Stati Uniti, prima in fascicoli poi sotto forma di libro, mentre in Italia arriverà nel 1947, grazie a Mondadori), Erich Maria Remarque è già un perseguitato dal regime nazista, rifugiato prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti. Nei roghi del 1933 era bruciato anche Niente di nuovo sul fronte occidentale. Conosce direttamente la condizione di “privato della patria”, così come, anni prima, aveva già vissuto in prima persona la Grande guerra e le sofferenze del soldato, raccontate in modo memorabile proprio in quel suo primo romanzo messo al bando.
Remarque era divenuto uno scrittore per necessità; non per destino, né per vocazione. Aveva avuto bisogno di mettere su carta le esperienze vissute e il senso dell’umanità smarrito in conseguenza dei drammi epocali che la gente comune, come lui, affrontava in quell’epoca.
Gli anni in cui si svolgono le vicende di Ama il prossimo tuo sono gli stessi in cui, in Spagna, i contadini e gli operai stanno combattendo con strenuo coraggio contro il fuoco incrociato fascista e stalinista; contro il nemico nero, e quello intestino, mentre le democrazie mondiali rimangono inermi e assistono senza sporcarsi le mani alla carneficina di un popolo, convinte che per gli interessi di Stato sia in ogni caso più conveniente trattare con il nazismo, che non con i sindacalisti anarchici.
I protagonisti di Ama il prossimo tuo (il cui seguito ideale è La notte di Lisbona, del 1962, interamente ambientato lungo l’ultima frontiera, quella oceanica) attraversano i confini a cadenze regolari, un giorno di qua e l’altro di là. La loro vita è un rimpiattino costante, tanto che i gendarmi li attendono fra un passaggio e l’altro per continuare la sfida a carte. Vivono della solidarietà reciproca e di quella delle brave persone incontrate lungo il percorso, ma camminano su un filo sospeso nel vuoto: da un momento all’altro possono cadere preda del delatore, del poliziotto troppo zelante, del persecutore nazificato.
Sono ebrei, mezzi ebrei, perseguitati politici che non hanno più una casa, costretti a muoversi incessantemente, ad abbandonare la Germania che ha già messo in moto i suoi campi lager, senza poter trovare accoglienza negli Stati limitrofi: solo permessi di soggiorno temporanei, passaporti falsi, espedienti, piccoli imbrogli.
L’unica identità che gli è rimasta sono i sentimenti: così coltivano, nella nostalgia e fino all’estremo, l’amore per le persone abbandonate. Così, per curarsi l’un l’altro, vivono amori e amicizie. Come quella fra Kern, giovanissimo mezzosangue, Steiner, attivista politico, Ruth, studentessa ebrea, e tanti altri reietti e reiette, feccia della società senza aver mai commesso un crimine, perseguitati solo perché in vita.
Difatti è per l’unica ragione di essere vivi, di vivere, che queste persone vanno continuamente a sbattere contro i dinieghi, contro le carceri, contro le armi.
Così si fece l’Europa, nota Remarque. Ben prima che con le bandiere blu a stelline, si fece accomunandosi nell’ignavo respingimento, nella tolleranza verso il mostro totalitario, a spese delle sue vittime. E in un’immensa resistenza, ostinazione a vivere, solidarietà errante, come Remarque narra nel suo stile scarno, essenziale, spesso ingenuo.
Quanta amarezza e verità, nelle parole di Steiner rivolte al suo figlioccio acquisito, Kern: “Con un aeroplano tu potesti sorvolare dieci frontiere diverse, in un giorno; ognuna di esse ha bisogno delle altre… e tutte, invece, si corazzano di acciaio e di armi fino al collo, l’una contro l’altra. Tutto questo non può durare. Tu sei uno dei primi europei, di quelli veri; non dimenticartelo. Devi esserne fiero!”
Così si fece l’Europa, allora: respingimenti e fughe, cosmopolitismo coatto, impossibilità di crearsi una casa, istituzioni cinicamente fredde, spaventate più dai rivoluzionari che dai dittatori, popolazioni lacerate, fra chi è solidale e chi è crudele; sradicamento della dignità di umani, spietate guerre degli Stati contro i popoli, e un’ostinata resistenza al razzismo da parte degli ultimi.
Così si fa, ancora oggi.
“Siamo in un’epoca dura. La pace viene mantenuta a forza di cannoni e di aeroplani di bombardamento. Il senso di umanità, con i campi di concentramento e con le prigioni. Viviamo fra lo sconvolgimento di tutti i valori, Kern. Oggi si insegna a considerare colui che assale come il guardiano della pace, le vittime e i perseguitati come i perturbatori della pace del mondo. E c’è una gran parte di popoli che credono in ciò!”

Journalist and founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, and Africa ExPress. She has won several awards, including the Luchetta – Italian Press Award in 2022.

