giovedì 07/05/2026, 3:02

Se esistono dei pionieri e pioniere, o fondatori e fondatrici, del cosiddetto giornalismo narrativo, fra loro figura senz’altro anche George Orwell. Il suo primo libro, Senza un soldo a Parigi e Londra, è un memoir personale e al tempo stesso di grande afflato generale sulle condizioni di vita nelle due metropoli all’inizio degli anni ’30, dove lo scrittore si trova a vivere da lavoratore povero con l’esplicito intento di calarsi nel sottoproletariato metropolitano e nella sua realtà di sofferenza e angherie subite, allo scopo di documentarla. Pubblichiamo il quarto capitolo, ambientato a Parigi. Tutte le opere della nostra rubrica Orwell sono tradotte dalla mano esperta e attenta di Anna Martini.


Capitolo 4

Un giorno le mie lezioni di inglese cessarono bruscamente. Cominciava a far caldo e uno dei miei allievi, preso dalla pigrizia, non volle continuare le lezioni e mi congedò. L’altro, che mi doveva dodici franchi, sparì dalla sua camera senza avvertire. Mi restavano trenta centesimi e niente tabacco. Per un giorno e mezzo non mangiai né fumai, poi, troppo affamato per rimandare oltre, misi in valigia i vestiti che ancora avevo e li portai al banco dei pegni. Fu la fine di ogni pretesa da uomo abbiente, dato che non potevo portar via dall’albergo i miei vestiti senza chiedere il permesso a Madame F. Ricordo, però, come rimase sorpresa che glielo chiedessi, invece di far uscire i vestiti alla chetichella: nel nostro quartiere era abbastanza tipico svignarsela senza saldare.

Era la prima volta che mettevo piede in un banco dei pegni francese. Da imponenti portali di pietra (sui quali, naturalmente, spiccava Liberté, Egalité, Fraternité: in Francia lo scrivono anche sulle gendarmerie) si entrava in un locale ampio e spoglio come un’aula scolastica, con un banco e file di panche. C’erano quaranta o cinquanta persone in attesa. Mettevi il tuo pegno sul banco e ti sedevi. Subito l’impiegato lo valutava e chiamava: “Numéro tale, va bene cinquanta franchi?” A volte erano soltanto quindici franchi, o dieci, o cinque… qualunque cifra fosse, l’intera stanza veniva a saperlo. Mentre entravo, l’impiegato chiamò con un tono bellicoso: “Numéro 83 – venga!” e fece un breve fischio e un cenno, come per chiamare un cane. Il numéro 83 raggiunse il banco; era un vecchio barbuto con un impermeabile abbottonato fino al collo e gli orli dei pantaloni sfilacciati. Senza aprir bocca, l’impiegato lanciò il fagotto dall’altra parte del banco; a quanto pareva, non valeva niente. Cadde a terra e si aprì mettendo in mostra quattro paia di mutande di lana da uomo. Nessuno riuscì a trattenere una risata. Il povero Numéro 83 raccolse le sue mutande e uscì strascicando i piedi e borbottando tra sé.

I vestiti che volevo impegnare, insieme con la valigia, mi erano costati più di venti sterline ed erano in buone condizioni. Pensavo dovessero valere dieci sterline, e un quarto di questa somma (al banco dei pegni, un quarto è quel che ti aspetti di ricavare) equivaleva a duecentocinquanta o trecento franchi. Aspettavo senza ansia, prevedendo alla peggio duecento franchi.

Infine l’impiegato chiamò il mio numero: “Numéro 97!”

“Sì” dissi alzandomi.

“Settanta franchi?”

Settanta franchi per dieci sterline di vestiti! Ma era inutile discutere; avevo visto qualcuno provarci e l’impiegato aveva respinto il pegno all’istante. Presi i soldi e la ricevuta e uscii. Ero rimasto senza vestiti a parte quelli che avevo addosso: la giacca sdrucita sui gomiti, un cappotto discretamente impegnabile e una camicia di ricambio. In seguito, troppo tardi, appresi che era più saggio andare al banco dei pegni nel pomeriggio: gli impiegati sono francesi e, come quasi tutti i francesi, finché non hanno pranzato sono di cattivo umore.

Quando arrivai a casa, Madame F. stava spazzando il pavimento del bistro. Salì le scale per venirmi incontro. Le lessi negli occhi che era preoccupata per la mia pigione.

“Be’,” disse “quanto le hanno dato per i vestiti? Non molto, eh?”

“Duecento franchi” risposi in fretta.

Tiens!” fece lei, sorpresa. “Be’, niente male. Devono esser cari, quei vestiti inglesi!”

La bugia mi risparmiò parecchie noie e, strano a dirsi, si trasformò in verità. Qualche giorno dopo ricevetti davvero duecento franchi esatti per un articolo di giornale e, seppur con dolore, li spesi subito tutti per la pigione. Così, anche se nelle settimane seguenti patii la fame, mi rimase sempre un tetto sulla testa.

Ormai era indispensabile trovare un lavoro, e mi ricordai di un amico, un cameriere russo di nome Boris, che forse avrebbe potuto aiutarmi. L’avevo conosciuto in una corsia d’ospedale, dove lo curavano per un’artrite alla gamba sinistra. Mi aveva detto di andare da lui, se mai mi fossi trovato in difficoltà.

Qui devo spendere qualche parola per Boris, perché era un personaggio bizzarro ed è stato un caro amico per lungo tempo. Era grosso e marziale, sui trentacinque anni, ed era stato un bell’uomo, ma con la malattia era enormemente ingrassato a forza di restare a letto. Come molti profughi russi, aveva avuto una vita avventurosa. I suoi genitori, uccisi durante la Rivoluzione, erano stati gente ricca, e in guerra lui aveva prestato servizio nella Seconda Divisione Fucilieri Siberiani, che a suo dire era il reggimento migliore dell’esercito russo. Dopo la guerra aveva prima lavorato in una fabbrica di spazzole, poi come portiere a Les Halles, quindi aveva fatto il lavapiatti e infine era riuscito a diventare cameriere. Quando si ammalò era all’ Hôtel Scribe e tirava su cento franchi al giorno di mance. La sua ambizione era diventare maître d’hôtel, mettere da parte cinquantamila franchi e aprire un piccolo ristorante esclusivo sulla Riva destra.

Boris parlava sempre della guerra come del periodo più felice della sua vita. La guerra e il mestiere del soldato erano la sua passione; aveva letto innumerevoli libri di strategia e storia militare, e sapeva tutto delle teorie di Napoleone, Kutuzof, Clausewitz, Moltke e Foch. Gli piaceva qualunque cosa avesse a che fare con i soldati. Il suo caffè preferito era la Closerie [AM1] des Lilas a Montparnasse, solo perché davanti c’era la statua del maresciallo Ney. In seguito, io e Boris a volte andavamo insieme in rue du Commerce. Se prendevamo il Métro, Boris scendeva sempre a Cambronne invece che a Commerce, anche se quest’ultima stazione era più vicina; gli piaceva l’associazione con il generale Cambronne, che alla richiesta di arrendersi a Waterloo rispose soltanto “Merde!”.

La Rivoluzione aveva lasciato a Boris nient’altro che le medaglie e qualche fotografia del suo vecchio reggimento; tutto il resto era finito al banco dei pegni, ma quelle le aveva conservate. Quasi ogni giorno spargeva le fotografie sul letto e raccontava:

Voilà, mon ami. Vedi, qui sono alla testa della mia compagnia. Begli omaccioni, eh? Mica come questi topolini francesi. Capitano a vent’anni… non male, eh? Già, capitano della Seconda Fucilieri Siberiani; e mio padre era colonnello.

Ah, mais, mon ami, gli alti e bassi della vita! Capitano dell’esercito russo e poi, piff!, la Rivoluzione: non resta il becco d’un quattrino. Nel 1916 ero stato ospite una settimana all’Hôtel Édouard Sept; nel 1920 ci ho trovato lavoro come guardiano notturno. Ho fatto il guardiano notturno, il cantiniere, il lavapavimenti, il lavapiatti, il portiere, l’addetto ai gabinetti. Ho dato mance ai camerieri e ho preso mance dai camerieri.

“Ah, ma io sapevo cosa vuol dire vivere da signore, mon ami. Non faccio per vantarmi, ma l’altro giorno cercavo di calcolare quante amanti ho avuto in vita mia e devono essere più di duecento. Già, almeno duecento… Ah, be’, ça reviendra. La vittoria è di chi combatte più a lungo. Coraggio!”, eccetera eccetera.

Boris era bizzarro, mutevole di natura. Aveva sempre nostalgia dell’esercito, ma aveva fatto il cameriere a lungo, e del cameriere calzava bene i panni. Pur non avendo mai risparmiato più di qualche migliaio di franchi, era sicuro che alla fine sarebbe riuscito ad aprire il suo ristorante e a diventare ricco. Ho poi scoperto che tutti i camerieri parlano di questo e ci pensano; è il loro modo per fare pace con l’idea di essere camerieri. Era interessante ascoltare Boris parlare della vita in hôtel:

“Fare il cameriere è una scommessa,” diceva sempre; “puoi morire povero o puoi far fortuna in un anno. Non ti pagano un salario, fai affidamento sulle mance: il dieci per cento del conto e una provvigione delle case vinicole sui tappi dello champagne. Certe volte le mance sono enormi. Il barista del Maxim’s, per esempio, fa cinquecento franchi al giorno. E anche di più, in stagione… Io sono arrivato a prenderne duecento al giorno, in un hôtel di Biarritz, in stagione. Tutto il personale, dal direttore fino ai plongeurs[1], lavorava ventun ore al giorno. Ventun ore di lavoro e due ore e mezzo a letto, per un mese di fila. Però ne è valsa la pena, per duecento franchi al giorno.

“Non sai mai quando può capitarti un colpo di fortuna. Una volta, all’Hôtel Royal, un cliente americano mi fa chiamare prima di cena e ordina ventiquattro cocktail a base di brandy. Glieli porto tutti insieme su un vassoio, in ventiquattro bicchieri. ‘Ora, garçon,’ fa il cliente (era ubriaco), ‘io ne berrò dodici e gli altri dodici li berrai tu, e se dopo riesci a camminare fino alla porta, avrai cento franchi.’ Io sono arrivato alla porta, e lui mi ha dato cento franchi. E l’ha fatto per sei sere di fila; dodici cocktail al brandy e cento franchi. Qualche mese dopo ho sentito che il governo americano aveva chiesto l’estradizione di quel tipo… appropriazione indebita. Hanno qualcosa di notevole questi americani, non trovi?»

Boris mi piaceva, e insieme abbiamo passato ore interessanti, giocando a scacchi e parlando della guerra e degli hôtel. Spesso Boris mi consigliava di fare il cameriere. “È una vita adatta a te,” diceva; “quando hai un lavoro, cento franchi al giorno e una bella amante, non è male. Dici che vuoi darti alla scrittura. Scrivere è una fesseria. C’è un modo solo di far soldi scrivendo: sposare la figlia di un editore. Tu però saresti un buon cameriere, se ti tagliassi quei baffi. Sei alto e parli inglese: questi sono i primi requisiti di un cameriere. Aspetta che riesca a piegare questa dannata gamba, mon ami. E poi, casomai ti trovassi senza lavoro, vieni da me.”

Ora, affamato e a corto di denaro per la pigione, mi ricordai della promessa di Boris e decisi di cercarlo subito. Non speravo che fare il cameriere fosse facile come mi aveva promesso, ma naturalmente sapevo lavare i piatti, e lui avrebbe potuto senz’altro procurarmi un lavoro in cucina. Mi aveva detto che d’estate, per farsi prendere come lavapiatti, basta presentarsi. Era un bel sollievo ricordare che, in fin dei conti, avevo almeno un amico influente a cui rivolgermi.


[1] Plongeur: in francese è sguattero, lavapiatti. (NdT)


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