domenica 10/05/2026, 0:26

Il 25 settembre 2025 l’Istat ha pubblicato le nuove tabelle sulla violenza relative al primo trimestre dell’anno. La forma più diffusa resta quella fisica, che coinvolge quasi la metà delle vittime (39,8%), seguita dalla violenza psicologica (33,8%). Nei casi in cui le vittime dichiarano più tipologie di violenza, è proprio quella psicologica a comparire più spesso in combinazione con altre forme.La violenza cresce anche nel mondo digitale. Nel 2024 le denunce contro reati online sono diminuite del 3%, ma il numero delle persone indagare è aumentato del 12%. Le vittime femminili costituiscono il 73% dei casi. Eppure, la legislazione resta inadeguata e il percorso di giustizia per le vittime è ancora disseminato di ostacoli.

Questi dati però sono solo una parte della realtà e non riescono a descrivere pienamente il fenomeno della violenza maschile in Italia: restano infatti ai margini, o del tutto invisibili, le donne che non riescono ad accedere ai servizi perché appartengono a gruppi vulnerabili ed emarginati, come minoranze etniche, migranti, rifugiate, donne con disabilità o in condizione di prostituzione.

Secondo Istat, la percentuale di donne straniere che ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della vita è del 31,3%, molto simile a quella delle italiane (31,5%). La violenza fisica, però, è significativamente più frequente tra le straniere (25,7%) rispetto alle italiane (19,6%). Quanto alla violenza sessuale, le donne straniere riportano tassi di stupri e tentati stupri più elevati (7,7% contro il 5,1%). Nei centri antiviolenza, più di un quarto delle donne accolte è straniera e vive in condizioni socioeconomiche precarie. Per quanto riguarda le donne coinvolte nel sistema prostituzionale, si tratta della categoria meno considerata dalle istituzioni e spesso anche dall’attivismo. Perlopiù straniere vittime di tratta (meno del 3% delle prostitute è italiana) e senza reti di supporto, nel 2025 secondo Non Una di Meno i femminicidi di donne in prostituzione sono stati due, ma il fenomeno è probabilmente sottostimato.

In generale, la violenza maschile prospera in un contesto culturale e sociale che continua a distribuire in modo squilibrato il lavoro domestico e di cura (l’Italia è fanalino di coda nei congedi di paternità), mantiene basso il tasso di occupazione femminile e, attraverso politiche migratorie sempre più securitarie e punitive, rende le donne migranti particolarmente vulnerabili alla violenza e allo sfruttamento.

I numeri non consolano, a eccezione di un dato rilevante. Come ha sottolineato Federica D’Alessio, non è più possibile sostenere che “ne uccidono una al giorno”: nel primo trimestre del 2025 si è registrato un dimezzamento dei femminicidi rispetto all’anno precedente. Ad oggi, rispetto al 2024, il numero di donne uccise è passato da 91 a 73 nel 2025 (nel 2023 erano 99, nel 2022, 105)

Se qualcosa sta cambiando è difficile dirlo ora, e facendo notare questo dato non si intende proclamare la fine del patriarcato. Un numero in diminuzione non minimizza la perdita di Ilaria Sula, Sara Campanella e le decine di altre donne assassinate nel 2025.

Ma forse il cambiamento nel discorso pubblico sugli assassini di donne, accompagnato da una crescente indignazione e dalla minore propensione a giustificarli — soprattutto dopo le mobilitazioni seguite all’omicidio di Giulia Cecchettin — ha influenzato il comportamento di chi compie atti di violenza estrema.

È vero però che un a cambiamento positivo si sta accompagnando anche una pericolosa radicalizzazione nel senso opposto: gli Incel, le organizzazioni di padri separati e in generale la nuova forza dell’estrema destra in Italia, in Europa e oltre, minacciano questo principio di cambiamento consapevole.

Nel mezzo le istituzioni, un apparato che per sua costituzione ignora e allo stesso tempo si fonda sulla subordinazione femminile nel pubblico e nel privato.

La violenza delle istituzioni

“È un omicidio di Stato” affermava Elena Cecchettin sul femminicidio della sorella, e, dai dati, sembra che tutte le donne ne siano consapevoli. Infatti, solo una minoranza di loro, a prescindere dalla nazionalità, sceglie di denunciare, soprattutto per la poca fiducia nei confronti delle istituzioni, fiducia che, secondo l’Istat, diminuisce proporzionalmente a quanto la donna è esposta a violenza.

Le istituzioni sono ancora restie a rivoluzionarsi e agiscono spesso una forma di violenza pubblica “sussidiaria” a quella maschile privata. Questa violenza si manifesta, per esempio, nell’uso strumentale della cosiddetta teoria dell’alienazione parentale nei tribunali che separa le madri dai figli. Secondo un’indagine dell’associazione Goap (centro antiviolenza di Trieste), in più del 70% dei casi di affido dopo separazione, anche quando ci sono querele, indagini o condanne per violenza paterna, i figli vengono affidati in maniera condivisa, e solo nel 20% dei casi il giudice limita la responsabilità genitoriale del padre violento.

Consenso, un concetto problematico

Un altro problema ricorrente riguarda la tendenza a trasformare i processi per stupro in vere e proprie persecuzioni della vittima. In questo scenario, un passo avanti importante è rappresentato dalla proposta di legge Boldrini che introduce il principio del “consenso libero e revocabile” nei rapporti sessuali. Pur restando aperta la discussione sull’efficacia dello strumento del consenso nel contesto delle violenze sessuali, questa modifica contribuisce a spostare il baricentrodell’attenzione non più sull’onere di dimostrare un rifiuto, ma il riconoscimento che la violenza è tale anche in assenza di diniego esplicito.

La destra contro i diritti delle donne

Tornando al governo, nonostante l’appoggio all’introduzione del «consenso» nelle norme contro lo stupro, l’esecutivo Meloni resta tra i più silenziosamente ostili ai diritti delle donne. A differenza dell’aperto sostegno al razzismo, la misoginia legale viene perseguita in modo silenzioso e discreto, evitando di renderla un tema centrale o visibile nell’agenda politica. Per esempio, nel 2024 sono state approvate misure che consentono ai gruppi antiabortisti di operare nei consultori, senza mettere apertamente in discussione il diritto all’aborto, ma renderlo nei fatti impraticabile. A livello internazionale, secondo il Global Gender Gap Report 2024, l’Italia ha perso oltre venti posizioni, scendendo all’87° posto nella classifica mondiale sull’uguaglianza di genere, e si colloca quattordicesima in Europa.

Non sono informazioni sorprendenti, considerata la natura politica di FdI e Lega, e la loro affiliazione alla rete di estrema destra europea, insieme a realtà come il partito ultraconservatore polacco PiS, Vox in Spagna e il Rassemblement National francese, tutte in lotta contro il multiculturalismo, i diritti civili, dalla salute riproduttiva ai diritti LGBTQI+.

Il potere di questi gruppi di interesse sta diventando sempre più forte, esercitando influenza anche su governi di diverso segno politico, come il moderato governo della Lettonia, che ha rinnegato la Convenzione di Istanbul, cedendo alle pressioni delle forze ultraconservatrici. La società civile lettone si è rivoltata contro la decisione dei suoi governanti. In Italia, intanto, cosa stanno facendo i movimenti femministi contro questa ondata nera che ci minaccia?

La spaccatura all’interno del femminismo italiano: il caso Artemisia

Se c’è una cosa che ha insegnato la grande mobilitazione popolare per il femminicidio di Giulia Cecchettin, insieme a quasi settant’anni di lotte per i diritti delle donne, è che la capacità di protesta del femminismo rappresenta un motore imprescindibile di trasformazione culturale e sociale. Da decenni, i movimenti femministi sono in prima linea nella battaglia contro la violenza maschile sulle donne, fungendo da punto di riferimento fondamentale per la sensibilizzazione, il sostegno alle vittime e la lotta per plasmare un sistema legale equo. Per questo motivo, un movimento frammentato e lacerato da divisioni interne dovrebbe destare preoccupazione e stimolare una profonda riflessione.

Le divisioni tra i femminismi italiani sono ideologiche, metodologiche e generazionali. Un caso emblematico è rappresentato dalla recente esclusione di Artemisia, storico centro antiviolenza fiorentino, dalla rete dei D.i.Re per aver aperto l’affiliazione anche agli uomini.

L’esclusione degli uomini, ovvero il separatismo alla base dei centri antiviolenza (Cav), affonda le radici nelle origini stesse di queste realtà nate negli anni Ottanta nei collettivi femministi e nelle Case delle Donne. In quegli anni, il femminismo italiano, profondamente influenzato dal dialogo internazionale, sviluppò un forte legame con la filosofia del femminismo della differenza, con esponenti di rilievo come Carla Lonzi. Uno strumento politico considerato utile da questa corrente è proprio il separatismo, considerato fondamentale per l’autocoscienza e la lotta contro la violenza maschile. 

Dall’altra parte, emerge una nuova generazione che si è avvicinata al femminismo soprattutto attraverso i social media, a partire dal movimento #MeToo del 2015.

Nel femminismo intersezionale – termine coniato dall’attivista afroamericana Kimberlé Crenshaw – il concetto chiave è l’inclusione, anche degli uomini, considerati vittime del patriarcato e del modello maschile soffocante. Proprio per questo, secondo tale corrente, è necessario che gli uomini si aprano alla battaglia e che i centri ne accolgano la partecipazione, affinché possano portare un contributo concreto al cambiamento. In Italia, questa prospettiva è stata adottata soprattutto dai movimenti più giovani, come Non Una di Meno.

Qui emerge una delle fratture più evidenti tra i diversi femminismi. Per il femminismo della differenza, che parte da un’analisi della funzione patriarcale della violenza, quest’ultima è fondamentalmente maschile, radicata in una struttura di potere che nega l’autonomia femminile. Il linguaggio più recente, invece, ha ampliato il concetto di “violenza di genere” oltre la dicotomia uomo-donna, includendo persone LGBTQ+, soggetti non conformi al genere e uomini vittime di altri uomini. La divisione è sul possibile rischio di deresponsabilizzare gli uomini. “Per noi difendere la relazione tra donne significa difendere uno strumento politico fondamentale per contrastare la violenza di genere – ha dichiarato a Kritica Cristina Carrelli, presidente di D.i.Re – In questa fase storica c’è un tentativo di neutralizzare il dato di genere della violenza. Ma se non si riconosce questa caratteristica, sbagliamo l’intervento di contrasto.”

Il femminismo performativo

Questo scontro di metodi e linguaggi non è solo teorico e non riguarda solo “gli addetti ai lavori”: rischia di assorbire energie e attenzione, distogliendo le attiviste dal vero obiettivo, quello di contrastare il patriarcato e proteggere il movimento da chi, in diversi settori della società, ne auspica la fine o tenta di strumentalizzarlo. Alla distrazione delle attiviste si aggiunge la mancanza di una cultura femminista diffusa che rende il movimento vulnerabile a distorsioni e banalizzazioni. Internet e i social, che avevano alimentato un nuovo risveglio femminista dieci anni fa, hanno finito per trasformare il femminismo in moda e merce, svuotandolo del suo potenziale politico. Da qui la proliferazione del cosiddetto femminismo performativo, in cui slogan e immagini servono più a costruire un’identità personale che a generare consapevolezza collettiva. La vicenda delle chat private di influencer come Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte, finite al centro di un’indagine per stalking insieme a Benedetta Sabene, mostra quanto il femminismo performativo rischi di ridursi a un’esposizione narcisistica che indebolisce il movimento reale. Come ha osservato Giorgia Serughetti su Domani: “Se qualcosa di significativo emerge dal caso delle influencer “cattive” è, di contro, proprio la confusione che sembra regnare su cos’è fare femminismo, fare movimento, e più in generale fare politica”.

Alla luce dei dati sulla violenza, un fenomeno che resta strutturale, e delle tendenze internazionali che minacciano i diritti delle donne, il femminismo italiano appare impreparato. Se il movimento non riuscirà a superare le proprie divisioni interne e a trovare una sintesi efficace delle diverse prospettive, rischierà di perdere terreno, lasciando spazio a strumentalizzazioni di mercato e a lotte di corrente, anziché concentrarsi sulla sfida fondamentale: la lotta al patriarcato.

CREDITI FOTO: Valentina Ceccatelli – Flickr – CC-BY-NC-SA 2.0

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