venerdì 29/05/2026, 17:57

All’inizio erano giocattoli. Piccoli oggetti volanti che portavano nei cortili e nei cieli urbani un’illusione di libertà. Bastava un telecomando per diventare padroni dell’aria. Poi la tecnologia, come sempre, ha accelerato più in fretta dell’etica. Quello che era un passatempo per filmare panorami ha imparato a uccidere. La stessa leggerezza che lo sollevava in aria ora lo rende un assassino silenzioso e spietato.

Nel giro di un decennio il drone è passato dalle vetrine dei negozi di elettronica alle basi militari, dalle mani di appassionati di fotografia alle sale di comando di eserciti e contractor. La sua evoluzione ha coinciso con la nascita di un’economia che fonda il valore dell’innovazione sulla sua capacità di distruggere.

Dai matrimoni alle stragi

Oggi il drone concentra i tratti distintivi dell’industria bellica contemporanea. È una macchina automatizzata, connessa e di facile produzione, progettata per colpire senza esporre chi la comanda. È lo strumento perfetto di una guerra che annulla ogni emotività. Non ha volto, non ha corpo e non conosce rimorso.

I primi modelli sperimentali risalgono alla Prima guerra mondiale, quando si tentava di costruire piccoli velivoli a controllo remoto per trasportare esplosivi. Ma l’idea non attecchì, troppo avanzata per l’epoca. Solo negli anni Sessanta, con la guerra del Vietnam, gli Stati Uniti iniziarono a usare droni di ricognizione, rudimentali ma efficaci per fotografare zone ad alto rischio senza mettere in pericolo i piloti.

Da allora la loro storia è quella di un’espansione continua, sospinta dal desiderio di dominare lo spazio aereo con la precisione dell’elettronica e l’impunità della distanza.

La svolta arriva dopo l’11 settembre 2001. Le guerre “senza soldati” diventano il modello preferito dalle potenze occidentali. Nel 2002 un drone Predator lanciato dalla CIA uccide per la prima volta un presunto terrorista nello Yemen. Da quel momento, la guerra aerea diventa automatizzata e i suoi fronti si moltiplicano in Afghanistan, Pakistan, Somalia, Libia e Iraq, una sequenza di conflitti combattuti da remoto in nome della sicurezza.

Contestualmente prende forma l’industria civile. Nel 2010 l’azienda cinese DJI, destinata a dominare il mercato, trasforma il drone in oggetto di consumo. Diventa strumento di lavoro per fotografi, agronomi e registi, ma anche mezzo di sorveglianza e controllo del territorio. L’idea di un occhio costante sull’ambiente, dapprima agricolo e poi urbano, prepara culturalmente la sua accettazione nelle mani delle forze armate.

All’affinarsi della tecnologia civile, con i progressi in stabilità del volo e qualità delle immagini, i governi scoprono il suo potenziale per trasportare ordigni. La stessa macchina che riprende un matrimonio può, con lievi modifiche, colpire un convoglio.

Il drone è il prodotto perfetto dell’economia bellica contemporanea, leggero e replicabile. Tutte le sue componenti, dalla fotocamera ai chip per la guida autonoma, nascono nel mercato civile per essere poi adattato all’uso militare. È la manifestazione più compiuta di un capitalismo che fonde innovazione e potenza distruttiva e concepisce la guerra come un settore produttivo ad alta redditività. Inoltre, sono dispositivi che sintetizzano una logica bellica che permette di ridurre i costi, eliminare i rischi e moltiplicare l’efficienza. Tutto ciò, è reso possibile da una complessa filiera economica rende possibile il volo remoto, unendo componenti prodotti in Cina, software scritti in California, armi installate in Israele, operazioni gestite da contractor negli Emirati o a Ramstein, in Germania.

La corsa internazionale

Se anche un colosso dei cantieri navali si converte alla produzione di droni, significa che la domanda non conosce più confini. È il caso di Fincantieri, che dopo una storia legata alle navi da crociera, investe nel volo autonomo, valutandone l’enorme potenziale economico.

Il gruppo ha avviato una collaborazione con la startup italiana Defcomm per sviluppare droni navali autonomi di superficie, accelerandone la produzione e l’integrazione su unità navali di nuova generazione. L’accordo avvia una transizione tecnologica verso sistemi autonomi a doppio uso, sia civili che militari.

I droni Defcomm, già testati in missioni di lunga durata, sono progettati per sorveglianza, ricognizione e pattugliamento. Possono operare in autonomia, a controllo remoto o manuale, garantendo flessibilità e prestazioni elevate. L’intesa prevede investimenti comuni per la fase industriale e l’integrazione di questi mezzi autonomi sulle piattaforme Fincantieri, rivolte a clienti nazionali e internazionali.

La corsa ai droni è ormai una competizione intrnazionale. In Europa, i grandi gruppi della difesa come Leonardo, Thales, BAE Systems e Airbus Defence hanno trasformato il settore in un pilastro economico di fondamentale importanza. L’obiettivo unisce la ricerca della supremazia militare al controllo di un mercato in crescita a doppia cifra ogni anno.

Leonardo punta su piattaforme MALE come il Falco Xplorer e lo Sky-Y, specializzate in missioni di sorveglianza e intelligence a lungo raggio. Il Falco Xplorer opera a 30.000 piedi con oltre 24 ore di autonomia, equipaggiato con sensori multispettrali, radar SAR e sistemi di intelligence. Lo Sky-Y funge da banco di prova avanzato per tecnologie di sensori e comunicazioni.

Thales e BAE Systems sviluppano droni da combattimento e sistemi autonomi con intelligenza artificiale, in stretta collaborazione con la NATO e le rispettive forze armate. Thales concentra la sua expertise anche su radar e sensori per droni, mentre BAE Systems spazia dai velivoli tattici alle piattaforme autonome integrate.

Airbus Defence guida il programma Eurodrone, un velivolo senza pilota progettato per missioni di ricognizione e sorveglianza, con potenziali evoluzioni verso ruoli di combattimento. Il progetto rappresenta il primo sistema di questo tipo interamente concepito, prodotto e gestito in ambito europeo.

Dietro a ognuna di queste sigle e i progetti si muove una stessa idea, quella della guerra come industria stabile, dove tecnologia e profitto finiscono per coincidere.

Negli ultimi vent’anni il drone è diventato il volto delle guerre contemporanee. Dai cieli non scendono più solo bombe, ma macchine che individuano, inseguono e colpiscono il nemico  in modo inesorabile. La vera rivoluzione del nostro tempo è questa distanza fisica tra chi sferra l’attacco e chi lo subisce, l’uccisione da remoto che si diventa normalità.

Laboratorio Gaza

A Gaza i droni sono ormai parte della vita quotidiana. Sorvolano ininterrottamente il territorio, trasmettendo immagini in tempo reale e sferrando sempre più spesso attacchi diretti. Israele utilizza decine di modelli diversi, come i droni kamikaze Harop in grado di individuare un bersaglio e autodistruggersi, oppure velivoli di ricognizione armata quali gli Hermes 450 e 900 prodotti da Elbit Systems.

Durante le offensive su Gaza questi sistemi prendono di mira abitazioni, veicoli e gruppi di persone classificati come sospetti. Le immagini raccolte dai droni passano attraverso algoritmi che indicano obiettivi ad alta probabilità, basandosi su movimenti o comunicazioni intercettate. Si crea così una catena di morte automatizzata che scarica sull’algoritmo la colpa di decisioni che rimangono umane.

Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni come i droni israeliani consolidino una guerra permanente, fatta di uccisioni mirate.

In Cisgiordania, invece, Israele li utilizza per monitorare i movimenti della popolazione palestinese, seguire manifestazioni, identificare volti, mappare villaggi e uccidere. Sono presenti sopra Jenin, Nablus, Tulkarem, Hebron, dove l’occupazione è diventata anche digitale.

Negli ultimi anni l’esercito israeliano ha dispiegato droni armati per le cosiddette operazioni mirate all’interno di campi profughi e aree urbane densamente popolate. Gli attacchi, presentati come interventi chirurgici, hanno di fatto provocato numerose vittime civili e distruzioni su larga scala.

I droni raccolgono dati biometrici, trasmettono immagini a centri di comando e vengono integrati con sistemi di intelligenza artificiale che classificano le persone in base al livello di “rischio”. La stessa tecnologia che controlla Gaza viene sperimentata in Cisgiordania per gestire la popolazione occupata, facendo della sorveglianza una forma di dominio strutturale.

Di guerra in guerra

Anche nel conflitto tra Ucraina e Russia i droni sono diventati l’asse portante della guerra, presidiando un fronte sottoposto a osservazione, registrazione e attacchi continui.

La Russia impiega i droni kamikaze Shahed-136 forniti dall’Iran, usati per saturare le difese aeree e colpire infrastrutture civili come centrali elettriche, magazzini e palazzi residenziali. A questi si affiancano i Lancet, piccoli e agili, progettati per attacchi di precisione contro carri armati e artiglieria.

L’Ucraina risponde con una rete ibrida di produzione e innovazione. I droni turchi Bayraktar TB2, celebri per i primi successi tattici del 2022, convivono oggi con modelli costruiti internamente e con migliaia di droni commerciali modificati. Il sistema di coordinamento “Delta”, integrato con l’app Kropyva, consente di localizzare in tempo reale le posizioni nemiche e di trasmetterle all’artiglieria.

Il risultato è una guerra decentralizzata e perennemente connessa. Le immagini che vengono trasmesse, fredde, pixelate e impersonali, sostituiscono la percezione diretta della violenza.

I conflitti a Gaza e in Ucraina sono quelli che il mondo conosce meglio, o almeno crede di conoscere. Sono i più documentati, i più filmati, ma anche i più distorti dal filtro mediatico e propagandistico. I droni, però, hanno superato da tempo i confini di questi fronti e vengono impiegati ovunque si combatte, spesso lontano dalle telecamere. Volano sopra città sconosciute ai notiziari e colpiscono con la stessa indifferenza automatica.

Nel Sudan e nella fascia saheliana i droni hanno trasformato guerre dimenticate in conflitti ad alta intensità. Strumenti di potenza per governi fragili, milizie e potenze straniere che operano nell’ombra.

Durante la guerra tra le Forze Armate Sudanesi e le Forze di Supporto Rapido, droni di provenienza estera, in particolare iraniana, turca, cinese, e russa, sono stati impiegati per bombardare aree urbane e villaggi. Le immagini satellitari e le inchieste delle Nazioni Unite rivelano abitazioni rase al suolo e decine di vittime civili. Gli attacchi vengono condotti spesso senza coordinamento, con obiettivi selezionati da operatori privi di formazione militare.

Nel Sahel, i droni sorvolano Mali, Niger e Burkina Faso come estensione di guerre interne che si confondono con le operazioni antiterrorismo di potenze straniere. Le popolazioni locali ne subiscono gli effetti senza alcun diritto di difesa né accesso alla verità sui responsabili.

Nel Mediterraneo, proprio a casa nostra, non si combatte una guerra in senso tradizionale, ma si esercita attraverso i droni un controllo incessante sui movimenti umani. I velivoli senza pilota dell’agenzia europea Frontex ne sono lo strumento principale. Gran parte di queste operazioni è affidata a due modelli israeliani, il Heron e l’Hermes, prodotti da Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems. Sono gli stessi droni, dotati di sensori termici e telecamere in grado di individuare anche piccoli gommoni, che vengono impiegati a Gaza per ricognizioni e attacchi e ora volano per ore senza sosta nel cielo mediterraneo per monitorare i migranti.

I dati raccolti durante il volo vengono inviati ai centri di comando europei e, in molti casi, trasmessi alla cosiddetta Guardia costiera libica. È questa organizzazione che permette ai velivoli di Frontex di segnalare le imbarcazioni alle autorità libiche, le quali possono così intercettarle e ricondurre le persone nei centri di detenzione.

Le operazioni un tempo affidate a navi e pattuglie si svolgono ormai dall’alto, in un’apparente asetticità, che prevede che ogni imbarcazione sia sottoposta a un processo di tracciamento e catalogazione digitale. Il fine dichiarato è quello di “monitorare” e “prevenire tragedie”, ma i dati raccolti sono finalizzati, nella stragrande maggioranza dei casi, a rendere possibili questi respingimenti illegali verso la Libia, un luogo dove le persone intercettate sono destinate alla tortura.

La sorveglianza

Il Mediterraneo è dunque lo spazio in cui l’Europa sta trasformando il suo concetto di sicurezza, abbandonando il dovere del soccorso in favore di una logica di controllo, e l’imperativo dell’accoglienza in nome di un’impassibile gestione dei flussi. In queste nuove disposizioni, il drone è l’incarnazione tecnologica di un’etica dell’indifferenza, un decisivo salto di qualità che consolida la trasformazione del Mediterraneo in un’area permanentemente militarizzata.

Ecco perché le organizzazioni umanitarie accusano Frontex di complicità nei respingimenti illegali. Sostengono che l’agenzia europea, quando i suoi droni individuano un’imbarcazione, scelga consapevolmente di non allertare le navi di soccorso, ma di dirottare le informazioni verso la Guardia costiera libica. Le stesse ONG hanno raccolto prove video e testimonianze che mostrano come Frontex osservi i naufragi senza intervenire. La tecnologia serve a vedere tutto, ma a salvare nessuno, nell’amarissima consapevolezza di ciò che accade unita alla scelta di assistervi senza porvi rimedio.

Tecnologie concepite per l’intrattenimento e successivamente adattate per scopi bellici e di sorveglianza dei confini fanno ora il loro ingresso nei nostri spazi urbani. I principi militari, di conseguenza, si insinuano nei centri abitati, irrompendo sopra le strade, nei parchi e negli spazi pubblici.

Negli Stati Uniti molte città hanno introdotto i programmi “Drone as First Responder”, basati su droni pronti al decollo che arrivano sulla scena di un evento prima delle pattuglie. Sorvolano quartieri, seguono sospetti, controllano incidenti e proteste.

Le forze di polizia di Los Angeles, New York, Chicago e altre metropoli li usano per mantenere una sorveglianza costante dall’alto. I voli sono automatizzati, collegati a sistemi di analisi video e riconoscimento facciale.

Rimanendo negli Stati Uniti, la società Skydio produce droni dotati di intelligenza artificiale in grado di riconoscere volti, seguire persone e muoversi autonomamente in ambienti complessi. I suoi modelli vengono impiegati da Israele per la sorveglianza nei territori occupati, e successivamente venduti a enti civili e forze di polizia negli Stati Uniti.

In pratica, Skydio commercializza nel mercato interno droni già sperimentati in situazioni di guerra. I test condotti durante operazioni militari diventano parte del processo di sviluppo, fino a rendere ciò che è stato usato per controllare popolazioni occupate in uno strumento riproposto per la sicurezza pubblica.

Quella di Skydio è l’applicazione evidente di un principio che ormai guida l’intero settore. Nell’industria della difesa, la formula battle tested indica un prodotto che ha già dimostrato la propria efficacia sul campo di battaglia. I conflitti forniscono il contesto ideale per sperimentare nuove tecnologie, che vengono poi perfezionate e adattate alla vita di tutti i giorni. Il risultato è una fusione tra difesa e mercato, con l’esperienza della violenza che diventa a tutti gli effetti un argomento di vendita.

Tutti gli spostamenti umani sono diventati dati. Quello che è nato come risposta a un’emergenza militare è ora un modello di gestione civile, che fa del controllo continuo una normale forma di governance.

L’idea si diffonde rapidamente anche oltre l’Atlantico. Le città europee adottano le stesse tecniche di sorveglianza, adattandole a un linguaggio più neutro, come “sicurezza urbana” e “gestione intelligente degli spazi pubblici”. In realtà è la stessa tendenza di controllo, solo con un packaging più rassicurante.

In molte città europee, e sempre più spesso anche in Italia, i droni di nuova generazione possono riconoscere volti, stimare età, sesso, postura, registrare percorsi e creare modelli 3D di interi quartieri. I dati vengono incrociati con sistemi di videosorveglianza e piattaforme di analisi predittiva.

L’evoluzione continua, e lo spazio aereo urbano del futuro rischia di non avere più punti ciechi. Dopo i droni singoli arriva la fase successiva, quella degli sciami autonomi, o “Swarms”. Si tratta di centinaia di velivoli coordinati da algoritmi, in grado di comunicare tra loro senza intervento umano. Questi sciami non seguono più comandi prestabiliti, ma reagiscono autonomamente a ciò che vedono, riconfigurandosi in tempo reale. Testata in ambito militare per saturare le difese aeree, vengono ora studiati per applicazioni di sicurezza civile, come il controllo delle folle, la sorveglianza di grandi eventi e la gestione del traffico o delle emergenze.

La differenza è radicale. Finora i droni hanno semplicemente eseguito comandi, mentre gli sciami imparano e decidono in autonomia. Se in teoria promettono di ridurre i tempi di intervento, nella pratica aprono la strada a un sistema di controllo totale, distribuito e continuo, che rende la supervisione umana progressivamente sempre più facoltativa.

Sempre di più, la libertà di muoversi viene valutata in base alla quantità di dati che si lascia dietro di sé.

Se l’ibridazione tra guerra e mercato solleva preoccupazioni, ancor più critico è il vuoto normativo in cui essa avviene. La tecnologia dei droni, infatti, ha già ampiamente superato le leggi create per regolamentarla.

La necessità di una regolamentazione

Veicoli armati e sistemi autonomi hanno raggiunto capacità operative molto avanzate, mentre il quadro giuridico internazionale resta opaco. La conseguenza è che scelte etiche decisive avvengono in un vuoto regolatorio, lasciando questioni cruciali come responsabilità, limiti e meccanismi di controllo prive di una risposta chiara.

Per anni la comunità internazionale ha usato strumenti politici e linee guida senza arrivare a un trattato vincolante sui sistemi d’arma autonomi.

Per anni, i negoziati nell’ambito delle Nazioni Unite sui Lethal Autonomous Weapons Systems (LAWS) sono rimasti bloccati, con un forte contrasto tra chi chiedeva una moratoria preventiva e le potenze militari che preferivano affidare la responsabilità degli armamenti autonomi agli Stati membri, paralizzando ogni progresso. Una prima, concreta inversione di tendenza si è avuta solo di recente, quando l’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato delle risoluzioni per avviare negoziati formali, gettando le basi per discussioni più strutturate il cui avvio è previsto per la metà del 2025.

Nel dettaglio, durante l’80ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite svoltasi nel settembre 2025, diversi Stati hanno ribadito l’urgenza di stabilire regole condivise sulle armi autonome letali. Il Comitato Legale (Sixth Committee) ha poi avviato nelle scorse settimane una serie di incontri di lavoro dedicati al tema, con la partecipazione di tutti gli Stati membri.

I lavori hanno mostrato un cambio di tono rispetto agli anni precedenti, con la maggioranza dei Paesi che si è espressa a favore di un trattato vincolante o, almeno, di un meccanismo di regolamentazione multilaterale entro il 2026. Sebbene non sia ancora definita una proposta definitiva, i segnali indicano un progressivo superamento della paralisi negoziale e una volontà politica più ampia di costruire un quadro giuridico comune.

Al centro del dibattito c’è il principio del “human in the loop”, che richiede la presenza di un controllo umano nelle decisioni letali. Si tratta di un concetto solo in apparenza semplice, poiché come abbiamo visto, i nuovi sistemi d’arma riducono sempre di più la necessità di un intervento diretto, delegando all’algoritmo la valutazione finale. Spesso, l’essere umano non sceglie più il bersaglio, ma si limita a convalidare una sequenza di dati già elaborata da un’intelligenza artificiale.

Organizzazioni come Human Rights Watch, Amnesty International, l’ECCHR (European Center for Constitutional and Human Rights) e lo stesso Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani hanno denunciato con forza questa deriva. Sostengono che l’automazione della violenza comprometta il rispetto di principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, tra cui la proporzionalità, la distinzione tra civili e combattenti e la responsabilità individuale. Questo solleva interrogativi inevitabili: se un drone agisce in modo errato, chi ne risponde? Il programmatore? Il comandante che lo ha autorizzato? L’azienda che lo ha prodotto?

La verità è che nessuno può rispondere in modo dettagliato. Gli errori algoritmici, le interferenze nei sistemi di guida o le decisioni prese da software di apprendimento automatico restano zone grigie. Nelle zone di guerra non esiste un tribunale capace di accertare colpe legate a un codice, e i produttori si difendono dietro clausole contrattuali e segreti industriali.

La combinazione di impunità politica, opacità tecnologica e assenza di regole ha creato un vuoto pericoloso, in cui macchine che decidono la vita o la morte di un essere umano operano oggi senza un vincolo legale universale.Ciò conduce alla forma più avanzata e più invisibile di deresponsabilizzazione, ovvero una guerra senza colpevoli.

Le pratiche di guerra, difesa e sorveglianza sono ormai fusi in un’unica matrice del potere. Le antiche distinzioni che separavano la sfera militare da quella civile, il campo di battaglia dallo spazio urbano, si sono dissolte, lasciando il posto a una realtà ibrida e pervasiva. Ciò che un tempo era tecnologia finalizzata all’uccisione, oggi amministra, controlla e disciplina la vita quotidiana.

I droni, onnipresenti nei conflitti, ai confini dei nostri paesi e sopra le nostre città, sono il prodotto finito di questa evoluzione. Sono strumenti polifunzionali che colpiscono, osservano e schedano, annullando ogni differenza sostanziale tra un fronte armato e una via cittadina.

Questa tecnologia bellica si è integrata nel tessuto civile fino a divenirne un presupposto invisibile e inaggirabile. Ormai, costituisce il fondamento di una nuova normalità, una presenza tanto pervasiva quanto acriticamente accettata. Le guerre del futuro, così, non avranno più un inizio o una fine dichiarati, ma si configureranno come un esercizio di costante manutenzione del controllo.

Il cielo, un tempo sinonimo di libertà, è diventato il dominio primario in cui si negozia e si impone l’acquiescenza. È il nuovo terreno dove il potere, dall’alto, scrive le sue leggi non dette.


CREDITI FOTO: Wikimedia Commons


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