martedì 12/05/2026, 11:59

    “La società israeliana venera la morte”, ha scritto parecchie volte su Haaretz il giornalista Gideon Levy, riferendosi, con ciò, a quella sorta di dimensione tanatologica e necropolitica che attraversa la vita pubblica dello Stato ebraico. La morte, infatti, è una presenza che struttura e – in un certo senso – spiega la costruzione della sua identità nazionale; viene esaltata e sacralizzata attraverso rituali e narrazioni che ne rafforzano il valore simbolico. Israele celebra costantemente il culto dei suoi caduti in combattimento, dei suoi eroi della nazione: i soldati delle Forze di Difesa Israeliane. Questi caduti non sono solo ricordati, ma anche commemorati, glorificati, mitizzati. Il loro estremo sacrificio è un’espressione dei valori collettivi; il lutto per la loro perdita viene incessantemente rievocato, finendo per confondersi con il fervore nazionalistico e militarista.  Ma i loro corpi, e i loro gameti, non smettono mai di servire la nazione. Vengono eternizzati, cosicché anche da morti possono garantirne la continuità e la sopravvivenza. È la cosiddetta “spermopolitica”.

    In quella macchina da guerra permanente che è il colonialismo di insediamento, i temi della famiglia, della fertilità e della riproduzione sociale sono veri e propri lubrificanti per gli ingranaggi del sistema: ne facilitano il funzionamento e ne sostengono la continuità. Tanto è vero che Israele detiene il tasso di fertilità più alto di tutti i Paesi Ocse: poco meno di tre figli per donna. 

    Lontano dall’essere solo un evento biologico, o solo una dinamica privata, la riproduzione, in quanto collegata alla strategia demografica, è spesso considerata una componente costitutiva del progetto sionista, ed è per questo sostenuta da robuste politiche di welfare. Lo Stato ebraico, inoltre, vanta un sistema sanitario avanzato, caratterizzato da un elevato numero di cliniche per la fertilità e da tecnologie biomediche nel campo della procreazione assistita molto sviluppate.

    Per la società israeliana, tuttavia, la riproduzione ha anche un altro potente valore: quello simbolico, da perseguire a qualunque costo, anche attraverso il superamento dei limiti fisiologici. Anche grazie al seme prelevato da giovani cadaveri e usato per creare nuove vite. Quelle dei bambini del lutto, come li chiama Gideon Levy, messi al mondo per la patria. 

    Un soldato può morire, ma il suo seme non deve andare sprecato

    Per mezzo di una tecnologia ai confini dell’umano, la Procreazione Assistita Postuma (PAR) o Fecondazione post-mortem, e in una logica che ricorda tanto Prometeo quanto Victor Frankenstein, Israele tenta perciò di trasformare la morte in una continuità biologica. E nell’87-89% dei casi ci riesce. 

    La PAR prevede l’estrazione dello sperma dei giovani soldati della IDF caduti sul campo (entro un intervallo di tempo compreso tra le 24 e le 72 ore dal decesso) e il suo utilizzo in laboratorio per la fecondazione di un ovocita. L’embrione ottenuto viene poi trasferito nell’utero di una donna, che può essere la partner del defunto o un’altra persona.

    È una procedura comprensibilmente controversa, intorno alla quale ruota un costante, aspro dibattito bioetico e giuridico, ma che viene vista dalle famiglie ebraico-israeliane come uno strumento per garantire la continuità – o l’immortalità – biologica e simbolica del figlio-marito eroe, a livello personale e sociale. Utilizzata fin dalla fine degli anni Novanta dello scorso secolo, dopo il 7 ottobre 2023 si è diffusa al punto da diventare un vero e proprio fenomeno sociale.

    Secondo i dati del ministero della Salute di Israele, dalla fine del 2025 ai primi mesi del 2026 è stata praticata su 250 cadaveri su richiesta delle vedove o dei genitori, anche in assenza di un’ordinanza del tribunale. E senza che ci fosse bisogno del consenso preventivo. Per la legge è infatti sufficiente che non esistano opposizioni espresse in vita dal militare.

    La Procreazione Assistita Postuma non è una prerogativa di Israele: è utilizzata anche in altri Paesi del mondo, perlopiù per i malati terminali, ma quello sionista è l’unico che la pratica senza un consenso scritto pre-mortem

    Una delle figure più note sui temi della continuità famigliare e della Fecondazione postuma è Irit Oren Gunders, leader dell’organizzazione Or LaMishpachot (“Luce per le famiglie”, che dà supporto ai famigliari dei soldati caduti per la nazione) e nonna di 38 bambini nati da madri in lutto. Premiata alla carriera pochi giorni fa con l’Israel Prize 2026, su di lei, sulla sua candidatura e sulla PAR, Levy ha scritto un editoriale molto critico su Haaretz, lo scorso 19 aprile. “Di tanto in tanto emergono qui personaggi che sembrano figure bizzarre, eccentriche, marginali, indegne di attenzione. Ma poi ricevono il riconoscimento dell’establishment: la follia diventa normalità e il delirio viene elevato a prestigio. […] Oren Gunders è già nonna di 38 bambini nati tramite sperma recuperato da cadaveri. […]. Se avrà la meglio, Israele sarà sommerso di bambini provenienti da questi cadaveri, un bambino per ogni soldato caduto, sperma congelato di ogni militare […]. Le donazioni stanno già arrivando e le siringhe per il prelievo sono già all’opera”.

    Irit Oren Gunders
    Irit Oren Gunders (Facebook)

    Tentando di farsi strada tra il disgusto, l’indignazione e la preoccupazione, Gideon Levy si interroga anche sul futuro di queste nuove generazioni e sul destino – fosco – di Israele. “Immaginate questi bambini del lutto: non serve essere psicologi per immaginare come sarà la loro vita. Avranno certamente bisogno di terapia, e presto. «Sono nato da un cadavere», diranno ai loro amici all’asilo. […]. Israele vuole continuità. Vuole quanti più discendenti possibile, sia dai vivi che dai morti. Anche i figli nati da soldati morti un giorno saranno arruolati nell’esercito e saranno uccisi in guerra, e sarà possibile clonare anche da loro bambini che cresceranno, anch’essi, all’ombra della morte, saranno arruolati nell’esercito e saranno uccisi e lo sperma verrà estratto anche dai loro corpi […]. Un riciclo infinito di morte, che porterà Israele negli inferi”.

    La gestione del seme di un uomo morto in servizio è quindi una questione anche politica, come lo sono le politiche di regolazione della fertilità. Ma attenzione, di una fertilità selettiva, identitaria, esclusiva, inscritta in una logica di supremazia etno-religiosa e corrispondente, ancora una volta, alla logica del colonialismo di insediamento: distruzione della capacità riproduttiva palestinese e sostituzione con una riproduzione militarizzata al servizio del regime, come hanno evidenziato le docenti universitarie e studiose italiane Elisia Bosisio, Maddalena, Fragnito e Federica Timeto nel libro Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina

    Pubblicato qualche mese fa da Prospero Editore e accolto con il silenzio più assoluto dai media mainstream italiani, l’illuminante saggio di 168 pagine è frutto di un lavoro collettivo di ricerca accademica e di impegno politico che attraverso l’indagine critica di una moltitudine di fonti intende decostruire dinamiche e pratiche colonialiste, sessiste, razziste ed ecocide e riflettere intersezionalmente sulla giustizia riproduttiva. 

    “Non pretendiamo di adottare uno sguardo neutro”, spiegano le autrici, “la nostra analisi è guidata da uno sguardo femminista, abolizionista e decoloniale, che riconosce il carattere intrinsecamente politico delle tecnologie riproduttive e intende interrogare le condizioni materiali, simboliche e affettive che le rendono possibili”.

    Punto fondamentale del lavoro è il concetto di genocidio riproduttivo, coniato nel 2024 dalle attiviste del Collettivo Femminista Intergenerazionale Palestinese-Arabo (PFC), curatrici anche del capitolo introduttivo.

    Il genocidio riproduttivo

    Il genocidio riproduttivo è un programma strategico e sistemico messo in atto dal governo di Israele per azzerare nei palestinesi la capacità di riprodursi e rigenerarsi. Esso “permette di vedere, ciò che molte non riescono a riconoscere: ossia che l’indebolimento sistematico delle condizioni materiali di esistenza palestinesi, la distruzione degli ospedali, l’uccisione di bambine e il totale annientamento delle infrastrutture alimentari e sanitarie non sono tragedie accidentali, sono parti costitutive del sionismo”. Gli effetti, per chi sopravvive, sono devastanti e si prolungano “fisiologicamente, psicologicamente ed ecologicamente per le generazioni a venire”. 

    E così, mentre celebra la maternità come un dovere colonialista; mentre rappresenta la donna (colona sionista) come un’eroina della nazione e onora la donazione di sperma quale atto di servizio alla patria (rigorosamente ebraica), Israele nega lo stesso diritto alle donne palestinesi, accusate di essere una minaccia biologica e demografica poiché creatrici “delle future generazioni della resistenza”.

    Nel libro non mancano dati e dettagli riferiti proprio alla distruzione sistematica della capacità di riproduzione sociale della comunità palestinese, dalla lettura dei quali si coglie con chiarezza e costernazione la portata tragica del fenomeno. “All’inizio del genocidio, nell’ottobre 2023, si stimava che a Gaza vi fossero 50 mila donne incinte, con 5.500 nascite al mese – quasi 183 al giorno –, delle quali il 15% avrebbe richiesto un intervento medico urgente […]. Sotto assedio i tassi di aborto spontaneo sono aumentati di oltre il 300% […]. La malnutrizione, e l’assenza di supplementi prenatali come il ferro, hanno reso endemica l’anemia, aumentando il rischio di nascite premature, di basso peso alla nascita e di emorragie fatali durante il travaglio […]. Il blocco imposto su Gaza ha trasformato in armi i bisogni di base di donne e ragazze: acqua pulita, prodotti per l’igiene mestruale e assistenza sanitaria. Le donne e le ragazze […] sono state costrette a usare assorbenti e tamponi di fortuna che hanno causato loro gravi infezioni. Alcune ragazze, a partire dai tredici anni, hanno fatto ricorso alla pillola contraccettiva per sopprimere del tutto le mestruazioni”, scrivono le studiose. “Le donne stanno sopportando tagli cesarei senza anestesia […]. Terminato l’intervento, il calvario prosegue: le madri devono affrontare la carenza di latte in polvere, pannolini, acqua pulita, apporto calorico adeguato a garantire l’allattamento…”.

    Nonostante questo, le donne palestinesi continuano a generare, ad affermare la vita, a resistere. Sono “testimoni attive” che ridanno forma ai propri luoghi di cura e comunità e che tentano di ristabilire una giustizia riproduttiva. “Dentro la macchina del genocidio”, rammentano le voci che compongono il libro, “il pianto di un neonato diventa una dichiarazione sovversiva: l’affermazione che la vita palestinese non può essere estinta”.

    Se per gli israeliani, come abbiamo visto, la riproduzione è un’arma demografica e una forma di militarizzazione dei corpi e delle relazioni, per i palestinesi è una pratica di resistenza non violenta. Nessun drone, nessun satellite, nessuna tecnologia di sorveglianza avanzata israeliana è, infatti, infallibile dinnanzi al seme palestinese e a ciò che esso rappresenta.

    Lo sperma fuoriesce da un corpo imprigionato “per finire in un involucro di caramella, in una penna a sfera di plastica o in una bottiglietta, non identificabile dagli obiettivi delle telecamere di sicurezza; nascosto sotto strati di vestiti sottoposti a perquisizioni minuziose; trasportato oltre i corpi delle guardie armate e oltre i cancelli altamente sorvegliati della prigione, fino ai villaggi occupati attraverso check-point militarizzati”. La fine del suo percorso è in una clinica della fertilità, “dove sarà accolto dall’ovulo della moglie del prigioniero grazie alle tecnologie di riproduzione assistita”.

    Transumano, sub-umano

    Il primo caso segnalato di una nascita dal seme contrabbandato da una prigione israeliana è quello di Muhannad Al-Zaben, nell’agosto 2012: “Da allora è stato riportato che sono statз concepitз nello stesso modo oltre 110 bambinз provenienti da diversi governatorati della Palestina occupata, dalla Cisgiordania, dalla Striscia di Gaza, da Gerusalemme Est e dall’interno occupato”, riporta nel libro la studiosa palestinese Layal Ftouni. “Ciò che in un primo momento era stato considerato un “miracolo” è diventato un fenomeno […] socialmente riconosciuto e autorizzato giuridicamente […] dalle autorità religiose”.

    Da un lato, perciò, il corpo del soldato combatte per le forze di occupazione israeliana, dall’altro il corpo del prigioniero diventa tale perché vi si oppone. “La pratica transumana che esalta il corpo morto, espone alla vulnerabilità il corpo vivo”, spiega Federica Timeto, sintetizzando un concetto ampiamente espresso nel libro: da una parte c’è un corpo “transumanizzato istituzionalmente ed esteso da tecnologie riproduttive all’avanguardia”, dall’altra un corpo “sub-umanizzato ma collettivamente supportato da tecnologie sociali per liberare potenza di vita”.

    Un bellissimo passaggio di uno studio realizzato nel 2020 dagli accademici e attivisti palestinesi Loubna Qutami e Omar Zahzah (citato in Spermopolitica) recita: “Gaza è dove il paesaggio si satura di morte, distruzione e deprivazione. Eppure, anche in mezzo a questo scenario di devastazione, si possono scorgere scene in cui la riproduzione della vita persiste […]. Le persone palestinesi “reinventano la vita dove la vita è costantemente sotto attacco” e così insegnano al mondo che la sopravvivenza non è solo un perdurare passivo, ma una tensione a fare attivamente la vita in spazi in cui si vorrebbe che una certa forma di vita non esistesse”. Ed è su questo insegnamento che si concentra la conclusione del libro. “La tenuta della Palestina è un campo di battaglia per tuttз. La [sua] sistematica messa a morte […] ha a che fare con le decisioni politiche della NATO, e il genocidio riproduttivo passa per la nazione, l’Europa e il mondo che si (ri)armano […]. La Palestina è una questione femminista che ci spinge a unire i puntini, a superare confini fisici e immateriali. La Palestina è antirazzista, anticarceraria, anticolonialista, antispecista, ecologista: è il femminismo popolare a cui troppo spesso sono stati tolti spazi, territori e parola”.


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