La propaganda è parte integrante di ogni guerra e la propaganda è quasi sempre ispirata da quello che può, a buon diritto, considerarsi un maestro della materia, quel Joseph Goebbels che affermava “una bugia ripetuta un milione di volte diventa una verità”. Gli apparati propagandistici attuali hanno fatto tesoro degli insegnamenti di Goebbels, adattandoli – con più o meno efficacia – alle esigenze di un mondo dove l’informazione professionale deve fare i conti con la pervasività dei social, che sono non solo un immenso Bar Sport, come diceva Umberto Eco, ma anche quel luogo virtuale dove ciò che scrive una persona qualsiasi può soverchiare il lavoro di professionisti che, prima di diffondere una notizia, devono cercare e trovare i relativi riscontri, come osservava alcuni anni fa il giornalista e reporter di guerra RAI Amedeo Ricucci. Nel contesto della guerra fra Israele e Iran, la propaganda ha svolto e svolge un ruolo fondamentale, ma bisogna comprendere come le esigenze delle due parti siano molto diverse.
La propaganda israeliana diffonde da anni l’idea che l’Iran stia costruendo armi nucleari e che, data la conclamata ostilità del regime di Teheran verso lo Stato ebraico, sia imperativo fermarne l’attività di arricchimento dell’uranio. A conclusione di un martellamento mediatico ultradecennale, il governo di estrema destra israeliano ha scatenato quello che dovrebbe essere l’attacco finale al programma nucleare iraniano e allo stesso regime islamico.
L’obiettivo della propaganda israeliana sono sia l’opinione pubblica internazionale sia i governi occidentali, in particolare quello statunitense, senza il consenso dei quali un attacco “preventivo” contro la Repubblica Islamica sarebbe stato impossibile. Naturalmente, la narrazione israeliana si è nutrita di molte bugie e forzature, dimostrandosi comunque molto efficace, anche grazie al robusto sostegno di media importanti che – per usare un eufemismo – simpatizzano con lo Stato ebraico.
La goffaggine della propaganda iraniana
Sul versante opposto, la propaganda iraniana si è dimostrata dilettantesca, anzi, decisamente sgangherata e pressoché inefficace, principalmente a causa della sua rozzezza, nonché della scarsissima simpatia che il regime degli ayatollah riscuote presso l’opinione pubblica non solo occidentale. Vale la pena di ricordare un paio di episodi che risalgono ai primi anni della crisi siriana, quando Teheran scese in campo a difesa del regime di Bashar Assad, messo in grande difficoltà dalla rivolta dilagante nel Paese.
Il primo episodio risale all’agosto del 2012, quando l’agenzia iraniana Fars diffonde un comunicato, rilanciato in Italia dall’ufficio locale della radiotelevisione di Stato di Teheran. Il comunicato è questo: “Damasco – L’Esercito Libero Siriano, il gruppo di terroristi sostenuto dall’Occidente, per rimediare a suo modo alle continue sconfitte nella battaglia con il governo siriano ha commesso una barbara esecuzione nel quartiere Seyede Zainab di Damasco. (…) i terroristi, dopo aver aggredito una casa nel quartiere Seyede Zainab di Damasco hanno ucciso davanti agli occhi del più piccolo membro della famiglia i suoi genitori ed alla fine hanno riservato un trattamento da vere bestie al bimbo: lo hanno impiccato e per giunta ne hanno pure diffuso la foto con fierezza. In pratica, azioni del genere ai danni degli sciiti e dei cristiani, vengono effettuate dall’esercito libero per mantenere alto il morale dei propri uomini, che stanno rimediando solo sconfitte nella lotta contro l’efficiente esercito siriano. I terroristi del cosiddetto Esercito Libero Siriano, lunedì, hanno annunciato di aver assassinato 3 civili iraniani rapiti alla fine di un pellegrinaggio a Damasco” (IRIB – Iran Italian Radio)”. Il comunicato era accompagnato da una fotografia del piccolo impiccato e nel giro di poche ore, notizia e foto dilagarono sui social, dove fioccarono commenti inorriditi e indignati. La “notizia” era completamente falsa.
L’Osservatorio Italo-Siriano, utilizzando una procedura di ricerca per immagini, rintracciò la foto originale e la storia vera di quel bambino: “Il primo lancio della foto risale a dicembre 2009, quando l’Esercito Libero, fiero e sostenuto dall’Occidente, neanche sapeva di esistere, e purtroppo si tratterebbe di uno stupro, di un povero piccolo bambino che uno schifoso pedofilo avrebbe violentato e poi impiccato (…)”.Una ricerca più approfondita confermò che l’Osservatorio Italo-Siriano diceva il vero. Molti articoli sulla stampa araba, tutti risalenti a molto tempo prima del comunicato iraniano, avevano dato notizia di quel delitto e anche pubblicato la relativa fotografia.
Sempre di matrice iraniana la “notizia”, del febbraio 2013, di un’eroica impresa dell’aviazione siriana, che avrebbe sorvolato con i suoi Mig Tel Aviv e Haifa, lanciando non bombe ma volantini. Da ricordare anche la “notizia” di un F16 isareliano abbattuto nell’ottobre 2013 dalla contraerea di Assad sui cieli siriani, compresa di foto del relitto, poi rivelatasi quella di un F16 dell’aviazione pakistana precipitato – in Pakistan – per un’avaria. Un mese prima, l’aviazione siriana aveva abbattuto addirittura un ultramoderno caccia U.S.A. F22 “Raptor”. Tutte fandonie, ovviamente, ma non per migliaia di follower più o meno orientati verso il sostegno al regime siriano. Nel novembre 2015, infine, le agenzie iraniane lanciano un’altra “notiziona”, stolidamente ripresa anche da media italiani come Rainews 24 e Televideo: la sicurezza irachena aveva catturato un colonnello israeliano della Brigata Golani insieme ad alcuni terroristi dell’ISIS. Il colonnello, di cui venivano forniti anche una foto e il numero di matricola, si chiamava Yusi Oulen Shahak e, al momento del lancio di agenzia, si trovava sotto interrogatorio da parte delle forze di sicurezza irachene. La notizia avrebbe costituitola prova della complicità di USA e Israele nei confronti dei terroristi del sedicente Stato Islamico, con conseguenze politiche e diplomatiche di prima grandezza.
In realtà, si trattava dell’ennesima fake news: il numero di matricola diffuso dall’agenzia iraniana era diverso da quelli comunemente utilizzati dall’esercito israeliano (e, quindi, dalla Brigata Golani), e la foto era quella del sergente Oron Shaul, effettivamente appartenente alla Brigata Golani, rimasto ucciso a Gaza nell’operazione “Protective Edge” del luglio 2014.
Negli anni successivi, la macchina propagandistica degli ayatollah non ha fatto grandi passi avanti ed oggi, nel pieno della guerra scatenata da Netanyahu, continua a sfornare “notizie” improbabili e non verificate, come quella dell’abbattimento di ben quattro F35 israeliani e della cattura di una donna alla guida di uno di essi. Ad oggi, però, non è stato fornito alcun riscontro a queste “notizie”. Nessuna immagine dei resti dei jet abbattuti e nemmeno della donna pilota.
L’obiettivo di questa propaganda così evidentemente sgangherata è – oggi come ieri – quello dell’opinione pubblica interna, frustrata dalle sconfitte e dai danni che Israele ha inferto all’Iran ed ai suoi alleati, come gli Hezbollah libanesi, dato che sia in Occidente che nel resto del mondo a certe fandonie non può credere nessuno, basti pensare che nemmeno Al Jazeera ha dato loro alcun credito. Non va dimenticato, inoltre, che la situazione interna dell’Iran è solo apparentemente pacificata e che il dissenso verso il regime attraversa settori sempre più ampi della società, non solo le donne che non sopportano le anacronistiche prescrizioni di presunta matrice religiosa, ma anche molti intellettuali, minoranze etniche discriminate, lavoratori colpiti dalle difficoltà economiche causate in parte dalle sanzioni internazionali, ma anche dall’incapacità e dalla corruzione dilaganti.
La hasbara israeliana e i paradossi di professione
Per quanto riguarda la hasbara israeliana, il discorso è diverso. La propaganda è sempre rivolta all’opinione pubblica internazionale ma, non essendo possibile occultare i crimini genocidari commessi a Gaza e la pulizia etnica in corso nella West Bank, il tasto battuto ossessivamente – e pappagallescamente ripetuto dai leader occidentali, Meloni in testa – è quello del “diritto alla difesa”, accompagnato dal mantra sull’antisemitismo, accusa ormai rivolta a tutti, dall’ONU alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. In sostanza, qualunque persona o entità condanni la distruzione di Gaza, lo sterminio per bombe e per fame dei suoi abitanti, la violenza feroce dei coloni e le esternazioni razziste e sanguinarie dei ministri israeliani si becca l’accusa infamante di essere un nostalgico di Hitler e delle sue SS, anche se si tratta del leader di un Paese nei fatti alleato della stessa Israele, come è toccato al laburista Starmer, al socialista Sánchez e al liberale Macron, “colpevoli” di non inneggiare a sufficienza alle grandi imprese del governo di Benjamin Netanyahu.
La hasbara non teme i paradossi, nemmeno quello costituito dal fatto che i suoi diffusori più attivi sono proprio gli eredi politici degli antisemiti storicamente determinati, i partiti variamente discendenti dal nazifascismo e i “giornalisti” – si fa chiaramente per dire – a loro vicini. Il caso più clamoroso, almeno in Italia, è stato quello di Italo Bocchino, una penna proveniente dalle file delle organizzazioni neofasciste Fronte della Gioventù, FUAN e MSI. Risciacquati i panni nell’acqua di Fiuggi, da candidato del centrodestra alla Presidenza della Campania alle elezioni del 2005, Bocchino accetta di buon grado nella sua coalizione il Movimento Idea Sociale, partitino neofascista fondato da Pino Rauti, l’ideologo di Ordine Nuovo, in continuità con il vecchio MSI. Oggi Bocchino è il direttore del Secolo d’Italia, che fu il quotidiano storico del Movimento Sociale Italiano di Almirante e Rauti. Ebbene, nel corso di un dibattito televisivo, questo signore ha avuto la sfrontatezza di accusare di “antisemitismo” la giornalista Rula Jebreal, cittadina israeliana e sposata con un ebreo americano, provocandone la veemente reazione, comprensibilmente molto forte.
In fondo, la vicenda di Italo Bocchino costituisce e rappresenta l’esemplificazione del paradosso che la propaganda filo-israeliana sta cercando di imporre come narrazione dominante, un paradosso contemporaneamente diabolico e sofisticato, al confronto del quale la propaganda naïve degli ayatollah fa quasi sorridere. Chi non sorride sono i palestinesi martiri del genocidio, e tutte le persone vittime delle guerre scatenate da Netanyahu: guerre delle quali non si intravede la fine.

Ex operatore sociale, marxista convinto, attivista per i diritti umani, innamorato di Irlanda e Palestina. In poche parole, un tipaccio.

