sabato 09/05/2026, 22:18

Ad un anno dall’improvviso collasso della cinquantennale dittatura del clan Assad, la nuova Siria governata (in parte) dall’ex jihadista Mohamed Al Sharaa appare ancora molto lontana da una reale stabilizzazione. Circa il 90% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, le devastazioni prodotte in oltre dieci anni di guerra civile sono enormi, con interi quartieri e città ridotti più o meno come la Striscia di Gaza, e ampie zone del Paese sono occupate da potenze straniere o comunque sottratte al controllo delle autorità di Damasco.

La Siria non è ancora unita

Il nordest della Siria, dove si trovano le maggiori risorse idriche e petrolifere, è tuttora governato dalla cosiddetta Amministrazione Autonoma del Nordest, vale a dire dal partito curdo PKK, protetto dai marines USA, mentre Israele ha occupato vasti territori meridionali, spingendo i suoi tank fino a qualche decina di chilometri dalla capitale. Come se non bastasse, si moltiplicano segnali allarmanti sulla ripresa delle attività da parte delle cellule residue dell’ISIS. In questa situazione difficilissima, il governo di Damasco si barcamena alla ricerca di una legittimazione internazionale e di un modus vivendi che armonizzi la convivenza delle diverse culture, religioni e comunità che compongono il mosaico siriano.

Le manifestazioni in occasione del primo anniversario della caduta del regime narconazista di Bashar Assad sono state imponenti in tutto il Paese, ad eccezione del nordest, dove l’Amministrazione Autonoma a guida curda le ha vietate, anche se Mazloun Abdi, comandante delle Syrian Democratic Forces (la milizia della stessa Amministrazione Autonoma) si è congratulato per la caduta del “defunto regime” baathista, riaffermando la volontà di raggiungere un accordo che permetta la realizzazione di uno Stato siriano “democratico e decentralizzato”, che non è esattamente quello che hanno in mente i nuovi governanti di Damasco.

Dilemmi e settarismi

Quello della forma Stato da adottare è sicuramente un problema reale, la cui soluzione non appare affatto semplice, anche a causa degli appetiti di chi, come Israele, soffia sul fuoco delle divisioni settarie – in questo caso, della minoranza drusa – per accaparrarsi territori ed egemonia. Per comprendere l’estrema difficoltà del contesto, va detto che la nuova Siria deve fare i conti con l’eredità velenosa del regime del clan Assad, che per decenni si è retto proprio sulla divisione settaria, atteggiandosi a protettore delle minoranze, minoranze che nei fatti ha utilizzato per garantirsi una base di sostegno sufficiente per governare (e derubare) l’intero Paese.

C’è poco da stupirsi, quindi, se gli alawiti della costa occidentale, che costituivano il nerbo dell’amministrazione e degli apparati repressivi del regime, siano oggi visti come il fumo negli occhi e finiscano per essere vittime di violenze indiscriminate, sulle quali la commissione di inchiesta attivata dal governo di Al Sharaa non ha ancora prodotto risultati concreti. Analogamente, nessuna sorpresa se una parte dei drusi della regione meridionale, quella che fa capo allo sceicco Al Hjiri di Suwejda, si sia gettata nelle braccia di Israele (come ieri faceva con il regime del clan Assad), al punto di issare le bandiere con la stella di David sugli edifici mentre i bombardieri israeliani colpivano anche Damasco.

Un leader che si barcamena

È in questo contesto labirintico che l’ex jihadista oggi in giacca e cravatta si muove alla ricerca di una qualche stabilizzazione, incassando gli interessati complimenti di Donald Trump mentre negozia con l’ex nemico Putin la permanenza delle basi militari russe in Siria; e pazienza se proprio da quelle basi partivano i bombardamenti che hanno ucciso migliaia di siriani e consentito al regime del clan Assad di sopravvivere per anni.

L’interesse russo a mantenere le proprie basi nell’area è chiaro, così come lo è quello del tycoon americano e della sua cricca di immobiliaristi, che vedono nella ricostruzione della Siria un affare ancora più succulento di quello rappresentato dall’ipotetica “riviera di Gaza”.

Un popolo che riprende vivacità

Il mondo in cui si barcamena Al Sharaa è quello che vediamo tutti, un mondo dove le superpotenze sono in mano a palazzinari e despoti e dove il multilateralismo reale consiste nella spartizione delle risorse e degli affari sulla pelle dei popoli. La speranza, come sempre, è dura a morire e in Siria si alimenta con la vivacità di un popolo che sta riscoprendo il valore della partecipazione e del protagonismo, testimoniato dalle imponenti manifestazioni che hanno segnato i giorni del primo anno di libertà.

Quelle manifestazioni sono l’aspetto più visibile della vivacità culturale del popolo siriano, un aspetto già evidenziatosi nei giorni immediatamente successivi all’ingloriosa fuga del dittatore narconazista, quando gli occhi del mondo erano fissati solo sulla barba dell’ex jihadista e non sui milioni di persone che scendevano in strada senza più essere falciate dagli scherani del tiranno.

Pochi giorni prima dell’anniversario della caduta del regime del clan Assad è stato reso pubblico il Damascus Dossier, l’indagine giornalistica condotta dal consorzio giornalistico investigativo internazionale Icij, di cui fanno parte la tv tedesca NDR e l’Espresso, oltre a testate come la Suddeutsche Zeitung, El País, Le Monde, il Times di Londra e il Washington Post. Il consorzio ha avuto accesso ad oltre 134.000 file di scrittura, che coprono trent’anni di storia siriana, dal 1994 alla caduta del regime. I file provengono dai servizi segreti di Assad e comprendono documenti di vario genere, come rapporti, promemoria, relazioni che illustrano le operazioni delle strutture di sicurezza siriane e la loro stretta collaborazione con gli alleati russi e iraniani. Il Dossier comprende anche un archivio di 70mila file contenenti immagini che documentano la tortura e la morte di oltre 10.200 prigionieri, avvenute tra il 2015 e il 2024.

La ricerca dei propri caduti

Dal giorno successivo all’ingresso a Damasco delle milizie ribelli, decine di migliaia di mogli, madri e padri di persone sparite durante gli anni della tirannia hanno setacciato carceri ed obitori, alla disperata ricerca di qualche traccia dei loro cari. Sono state scoperte le fosse comuni dove venivano sepolti i corpi delle vittime, pressati con i bulldozer per poter livellare il terreno. Grazie ai reporter accorsi sul posto, il mondo intero ha visto le immagini del lager damasceno di Sednaya, le sue celle con le pareti imbrattate di sangue, i locali dove si praticava sistematicamente la tortura, l’orrore della pressa con cui venivano schiacciati i prigionieri. Fra i corpi straziati, c’era anche quello di Mazen Al Hamada, fuggito dalla Siria dopo essere stato arrestato e torturato nei primi anni della rivolta contro Bashar Assad, divenuto implacabile testimone delle nefandezze del regime.

Ricordando Mazen

Di Mazen si erano perse le tracce nel 2020, quando agenti del regime lo avevano convinto con l’inganno a rientrare in Siria. Mazen è stato assassinato nel lager di Sednaya alla vigilia dell’ingresso dei ribelli a Damasco e il suo funerale è stato partecipato da decine di migliaia di persone. Era stato in Italia diverse volte, accompagnando la mostra delle immagini di “Caesar”, il fotografo militare che disertò nel 2013 portando con sé le migliaia di fotografie che aveva scattato dal 2011 ai corpi delle vittime del lager di Sednaya e vale la pena di ricordare che l’esposizione al Maxxi di Roma di quelle immagini fu oggetto di un blitz dei fascisti di Forza Nuova inneggianti a Putin e Assad, contemporaneamente alla pubblicazione sul quotidiano il manifesto di un articolo, a firma di Manlio Dinucci, che affermava che quelle immagini erano un’operazione di guerra psicologica orchestrata dalla CIA, dal Mossad e dalle petromonarchie del Golfo per screditare il legittimo governo di Bashar Assad.

I nomi delle vittime ora trovati dal Icji sono stati condivisi con gli enti che aiutano le famiglie ad identificare gli scomparsi, che risultano essere più di 177 mila.

La speranza è in chi non si è arreso

La speranza della Siria – e non solo – in un futuro di libertà, democrazia e giustizia sono proprio quelle persone, uomini e donne che non si sono arresi ad una dittatura feroce e, quindi, non smetteranno di lottare per quegli obiettivi. Il compito della solidarietà internazionale dovrebbe essere quello di sostenere la società civile siriana, i suoi intellettuali, i suoi artisti, le sue donne, i suoi combattenti che resistono all’occupazione israeliana, come avvenuto di recente nella cittadina di Beit Jinn, a sud ovest di Damasco, dove le truppe israeliane sono state affrontate con le armi dalla popolazione, subendo per la prima volta alcune perdite. Il futuro del Vicino Oriente dipende in gran parte da quello della Siria. Sarebbe ora di rendersene conto. 


CREDITI FOTO: © Sally Hayden/SOPA Images via ZUMA Press Wire via ANSA – Festeggiamenti a Damasco per il primo anniversario della caduta del regime.

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