venerdì 08/05/2026, 22:34

Dove sono, che volto hanno, in quale nome si riconoscono i bambini sottratti a genitori ancora vivi e spariti negli orfanotrofi del regime di Bashar al Assad? Quanti di loro sono ancora vivi, quanti sono finiti dissezionati nel traffico di organi o sono stati venduti a reti criminali? Nel dramma delle persone scomparse forzatamente in Siria, la realtà dei rapimenti di bambini, la sparizione di migliaia sottratti ai genitori e inghiottiti da un sistema di potere che ha trasformato l’infanzia in un terreno di guerra, è una delle ferite più profonde che porta su di sé quel corpo esanime chiamato società civile. La nuova Siria, uscita dal crollo del regime, si trova oggi a guardare in faccia questa ferita, scoprendo che dietro ogni numero c’è un nome cancellato, una storia interrotta.

Due inchieste fanno luce sul crimine sistematico

Dentro questo vuoto si inseriscono due inchieste complementari che hanno squarciato l’oscurità: Syria’s Stolen Children, coordinata da Lighthouse Reports e pubblicata l’11 settembre 2025, e il reportage del fotogiornalista australiano Morgan Laffer, uscito su New Lines Magazine il 9 marzo 2026. Due lavori giornalistici che ricostruiscono un apparato clandestino che per oltre un decennio ha sottratto bambini ai genitori detenuti, cancellandone l’identità e disperdendoli in orfanotrofi controllati dai servizi di sicurezza al servizio del clan degli al-Assad. Una frase ricorrente nei documenti ritrovati dopo la caduta del regime restituisce la natura industriale del sistema: “Decision: Approved”. Così, migliaia di bambini sono stati trasformati in orfani di genitori ancora vivi e immessi in una sorta di girone infernale dove sono diventati merce di scambio.  

Le due indagini convergono su un punto centrale: la sottrazione dei minori non è stata un abuso sporadico, ma un meccanismo strutturato, burocratizzato, approvato ai massimi livelli del regime. Migliaia di documenti provenienti da ministeri, servizi segreti e orfanotrofi — raccolti da Lighthouse Reports insieme a BBC Eye, The Observer, Der Spiegel, Trouw, Sowt e Al Jumhuriya — mostrano come i figli dei detenuti politici venissero prelevati, registrati con nomi falsi, dichiarati orfani o “di genitorialità sconosciuta”, trasferiti su ordine diretto dell’intelligence e nascosti dietro un muro di segretezza. Le frasi “Non rivelare la sua identità” e “Non fornire alcuna informazione su di loro” compaiono più volte nei fascicoli ufficiali.

La famiglia al Abbasi

Il caso della famiglia al Abbasi è forse uno dei più noti grazie all’attivismo e alla tenacia dei famigliari in diaspora. Nel marzo 2013 agenti dell’intelligence fecero irruzione nella casa della dottoressa Rania al Abbasi e portarono via lei, il marito Abdul Rahman Yasin e i loro sei figli, Dima, tredici anni, Entisar, dodici, Najah, undici, Alaa, otto, Ahmed, sei, e Layan un anno appena. Da allora nessuno li ha più visti. La loro casa a Dummar, rimasta chiusa e intatta per anni, è stata descritta dalla sorella di Rania, che l’ha visitata a febbraio 2025, come “una tomba silenziosa della memoria”, con giocattoli impolverati e quaderni aperti sul tavolo, come se il tempo si fosse fermato nell’istante della loro scomparsa. Documenti riservati dell’Intelligence dell’Aeronautica e testimonianze di sopravvissuti ritrovati dopo la fuga degli uomini del regime, mostrano come i bambini venissero trattenuti nelle stesse prigioni dei genitori, per poi essere strappati dalle loro braccia e trasferiti in strutture statali o in centri controversi come SOS Children’s Villages. Lì venivano nascosti, rinominati, sedati, isolati dagli altri minori e resi irrintracciabili. La famiglia al Abbasi ha pagato ingenti somme a funzionari e intermediari, senza ottenere risposte. Un lavoratore di un orfanotrofio ha affermato di aver riconosciuto quattro dei sei bambini, ma la verifica è stata impossibile. Il marito di Rania è probabilmente morto sotto tortura: la famiglia crede di averlo identificato tra le foto dei cadaveri trafugate fuori dalla Siria dal fotografo forense noto come “Caesar”.

Mohammed Ghbeis aveva pochi giorni di vita quando gli agenti della sicurezza lo hanno portato via dall’incubatrice di un ospedale di Damasco. Sua madre, ancora in convalescenza dopo un parto cesareo, fu arrestata insieme a lui e ad altri sette membri della famiglia. La volta successiva in cui vide Mohammed, durante una visita in prigione, lui aveva già un anno e muoveva i primi passi. Non si riconobbero. La storia di Mohammed, ricostruita da Lighthouse Reports, è diventata il simbolo di un’intera generazione cresciuta nell’ombra. Strappato dall’incubatrice pochi giorni dopo la nascita — “Non lo aveva mai tenuto, mai baciato”, ricorda la madre — fu trasferito in un ospedale “sicuro”, poi in un orfanotrofio e infine in una struttura di SOS Children’s Villages. Il padre, Abdulrahman, racconta che i servizi segreti gli inviavano la foto del neonato pretendendo scambi di prigionieri: “Se vuoi la tua famiglia, dacci dei detenuti”.

Il ruolo di SOS Children Villages

Le due inchieste convergono anche sul ruolo ambiguo — e in alcuni casi complice — proprio della filiale siriana di SOS Children’s Villages. Secondo documenti e testimonianze raccolti da Lighthouse Reports, l’organizzazione ha accettato per anni bambini consegnati direttamente dai servizi segreti, spesso accompagnati da lettere che ne dichiaravano la “genitorialità sconosciuta”, pur sapendo che erano figli di detenuti politici. Alcuni minori hanno subito abusi fisici, psicologici e sessuali, inclusi test di verginità su bambine piccolissime. Ex residenti intervistati da Laffer ricordano l’arrivo di bambini “spaventati, silenziosi, portati in furgoni della polizia”, e l’uso sistematico di sedativi per controllarli. Alcuni casi, come quello della giovane Abir, morta dopo essere stata violentata e poi sedata, sono stati deliberatamente occultati.

La ricostruzione dei trasferimenti mostra un sistema meticoloso: i bambini venivano arrestati insieme alle famiglie da una delle agenzie di sicurezza — Air Force Intelligence, Intelligence Militare (Filiali 227 e 235), Direzione dell’Intelligence Generale (Filiale 251). Il capo della filiale riceveva raccomandazioni su come “trattenere i bambini” per usarli negli scambi di prigionieri, poi li trasferiva al governatorato locale. Da lì, il Ministero degli Affari Sociali e del Lavoro li smistava verso orfanotrofi come Dar al Rahma, Lahn al Hayat, Al Mabarrah e le strutture di SOS. Ogni passaggio era accompagnato da ordini segreti, divieti di contatto, identità falsificate.

La storia di Fawaz, undici anni, raccontata da Al Jumhuriya, mostra la disperazione dei bambini rinchiusi negli istituti. A Dar al Rahma subiva punizioni, privazioni di cibo, lavori forzati, interrogatori continui. I fratelli venivano separati su piani diversi, e i bambini vivevano nella paura costante di essere picchiati o trasferiti altrove.

Il finto umanitarismo di Asma al Assad

In questo ecosistema emerge il ruolo di Asma al Assad, consorte del presidente Bashar e della Syria Trust for Development, che ha progressivamente assorbito fondi, ONG e iniziative sociali, trasformandole in strumenti di controllo politico. La piattaforma “Tasharek”, presentata come coordinamento per il settore non governativo, era in realtà un meccanismo di supervisione capillare. La filiale siriana di SOS operava in un ambiente dove la distinzione tra Stato, intelligence e settore umanitario era deliberatamente cancellata. Dietro all’apparenza di realtà caritative, culturali e sociali si nascondeva un sistema criminale di cui Asma, che si presentava come il volto affabile e moderno della Siria, era pienamente complice.

La timeline ricostruita dai documenti pubblicati dalle due inchieste mostra un sistema che si consolida nel 2013, cresce negli anni successivi e continua, in forme più nascoste, fino al 2022. Nel 2025 SOS ha ammesso che la filiale siriana ha ricevuto 139 figli di detenuti tra il 2013 e il 2018. Oggi, mentre il governo di transizione tenta di ricostruire un sistema giudiziario e una commissione d’inchiesta, le famiglie continuano a muoversi in un labirinto di archivi incompleti, documenti falsificati e promesse mancate. Proprio le famiglie accusano le autorità transitorie di latitare su questo tema, di considerare il dossier delle persone scomparse forzatamente, in particolare i bambini, come secondario, marginale, non urgente, lasciando genitori e parenti in un’attesa che li consuma. Ci sono stati alcuni arresti tra il personale di orfanotrofi coinvolti nello scandalo delle sparizioni di bambini, ma per molte famiglie si tratta di un gesto simbolico, un capro espiatorio più che una reale iniziativa che porti alla luce e persegua tutta la filiera criminale che ha lavorato alla sottrazione di minori. Molti bambini liberati portano addosso i segni della separazione forzata e delle condizioni negli orfanotrofi, mentre i genitori di quei minori scomparsi vivono un dolore sospeso, una sorta di perdita ambigua che non permette né di elaborare il lutto né di sperare davvero.

Famiglie ancora in attesa di giustizia

La Siria che emerge dalle carte, dalle testimonianze e dalle voci spezzate dei genitori a cui sono stati strappati i figli non è soltanto un Paese devastato dalla guerra, ma un luogo in cui l’infanzia è stata trasformata in un campo di battaglia, in cui la sacralità dei legami famigliari è stata profanata, in cui tutto era diventato valuta di scambio e strumento di controllo e oppressione. I bambini sottratti, rinominati, nascosti, cresciuti nell’ombra di orfanotrofi controllati dall’intelligence, sono la prova vivente di un sistema che ha usato la vulnerabilità come arma politica, per anni e anni, godendo di una rete di sostegno capillare, dentro e fuori la Siria. La verità su ciò che è accaduto a questi minori non può essere un capitolo accessorio: è la condizione stessa per immaginare una Siria diversa. La giustizia per Mohammed, per Fawaz, per i figli della famiglia Abbasi e per gli oltre 3700 bambini ancora dispersi non può ridursi a uno slogan. È l’unico modo per restituire un nome a chi è stato cancellato, una storia a chi è stato nascosto, un futuro a chi è stato tradito da chi doveva proteggerlo. Queste ferite non si possono rimarginare, né curare. Sono come squarci che non si cicatrizzano mai realmente, che continuano a sanguinare finché i cuori delle madri e dei padri in attesa continueranno a battere nella disperata attesa.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita solo dietro richiesta e accordo, con inserimento di link e citazione della testata.

CREDITI FOTO: Flickr

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!
Leave a Reply