Wednesday 14/10/2026, 2:55
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“It always seems impossible, until it’s done”: una delle frasi più celebri attribuite a Nelson Mandela si attaglia perfettamente agli ultimi sviluppi della vicenda degli Israel bonds, che Kritica ha seguito da vicino.

È arrivata infatti l’ufficialità: gli Israel bonds sono fuori dal mercato europeo. Grazie a questi titoli obbligazionari, lo Stato israeliano raccoglie fondi sui mercati per finanziare le spese statali e quindi anche la sua micidiale macchina da guerra. Ribattezzati “genocide bonds”, questi titoli sono finiti nel mirino delle proteste contro il , in particolare di una campagna del movimento .

A inizio settembre si era già ottenuto un grande successo quando nessun Paese membro dell’Unione europea si era fatto avanti per prendere il testimone dal Lussemburgo, che negli ultimi dodici mesi aveva autorizzato il prospetto informativo dei titoli, passo indispensabile affinché possano essere venduti in .

La palla era così tornata alla Banca Centrale Irlandese (CBI), che a sua volta l’anno prima aveva smesso di autorizzarne la vendita per via delle critiche ricevute, ma che resta il Paese membro dell’Ue deputato a farlo. Per settimane, però, sulla questione la Banca era stata silente. Non aveva risposto né alle domande dei , né alle sollecitazioni degli attivisti, né alle richieste della Commissione Finanze del Irlandese. Chi scrive può confermare personalmente che a esplicite e reiterate richieste d’informazione via email non è stata data risposta. 

A fare finalmente chiarezza è stato infine lo stesso governatore della CBI, Gabriel Makhlouf, che nelle scorse settimane era stato segnalato alla Corte Penale Internazionale dalla Ireland-Palestine Solidarity Campaign (IPSC) con l’accusa di complicità col genocidio.

In un’intervista radiofonica a RTE Radio 1, Makhlouf ha dichiarato che alla data dell’intervista, il 23 settembre, la CBI non aveva ricevuto un prospetto informativo da (si può riascoltare qui, il passaggio è al minuto 10:28). 

L’interruzione alla vendita degli Israel bonds in Europa è un fatto senza precedenti.

Si può ben comprendere l’esultanza di IPSC: «Insieme abbiamo cacciato gli Israel Bonds dall’Ue! – ha dichiarato la presidente Zoe Lawlor –. Questa è una vittoria storica. La campagna per mettere uno stop alla complicità delle istituzioni statali che consentono a Israele di raccogliere fondi per il genocidio, l’apartheid e i crimini atroci contro il popolo palestinese, sta contribuendo a porre finalmente fine all’ di Israele». 

La guardia resta comunque alta sul fatto che la vendita degli Israel bonds in Europa possa riprendere in qualche momento e in qualche modo. Inoltre, resta da vedere se lo stop nel Vecchio continente potrà influenzare il destino di questi titoli negli Stati Uniti, dove è attiva la campagna “”, promossa da Jewish Voice for Peace. Che ovviamente ha salutato con favore lo stop alla vendita in Europa e nel mirino in questi mesi ha messo soprattutto il fondo pensione dello Stato di , accusato di essere uno dei maggiori investitori a stelle e strisce nelle obbligazioni israeliane e di averli per giunta aumentati da ottobre 2023. 

Nonostante le proteste, negli Usa il vento continua però largamente a soffiare in direzione favorevole al sostegno finanziario a Israele. Con situazioni che assumono a volte tratti feroci. Lo si è visto a metà settembre in Florida, durante un’audizione sul bilancio nella Contea di Palm Beach, quando decine di persone – compreso un veterano dell’aviazione Usa – si sono presentate in aula per protestare contro gli della Contea nelle obbligazioni israeliane (circa un miliardo di dollari). Fra queste c’era Noura Erakat, nota avvocata palestinese-americana per i diritti umani e docente alla Rutgers University, che è stata arrestata, ammanettata, condotta in carcere e rilasciata su cauzione.


© Kritica – La riproduzione parziale dell’articolo è consentita inserendo il link e citando la fonte all’inizio della notizia.

Author

  • Andrea Di Turi

    A media activist for climate justice, with a different Bocconi training, he has followed the development of the debate on sustainability and sustainable finance since the 1990s, also as a consultant and lecturer. Today he denounces fossil finance and economies that fuel the climate collapse. He writes for Valori, Changes magazine, and blogs for il Fatto Quotidiano. He is among the World Champions del Fossil Fuel Treaty and a member of the Voices for Climate network. He gives occasional speeches.

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