Follow Kritica on Google
Add Kritica to your favourite sources.
Poco dopo le 23 dell’8 ottobre, una bomb è esplosa davanti alla Gold Car, un autonoleggio in via dei Platani, a Centocelle, nel quadrante orientale di Roma. La serranda divelta, le automobili danneggiate, il boato che irrompe nella notte della periferia romana. È il quinto ordigno esploso in una settimana in pochi chilometri quadrati e il tredicesimo da maggio. Un’escalation che ha riportato al centro del dibattito pubblico la presenza delle mafie nella Capitale.
La sequenza di ottobre è cominciata il 2, con l’attentato all’autonoleggio Costantino Rent Cars, lungo via Casilina, alla Borghesiana. Poi, le due esplosioni della notte tra il 4 e il 5 ottobre: una davanti alla sala slot Planet Win, nel quartiere Alessandrino; l’altra, poche ore dopo, prossima a un’enoteca in via Calpurnio Fiamma, a Don Bosco. Nella notte successiva, un’altra esplosione, quella più preoccupante: è il cortile di un condominio a San Basilio ad essere preso di mira, costringendo cinquanta residenti a evacuare.
Nessuno degli episodi della settimana ha provocato vittime, ma le esplosioni hanno esposto al rischio chi vive e attraversa quei quartieri. Gli investigatori stanno cercando di stabilire se gli attentati siano collegati, chi li abbia organizzati e quali interessi possano esserci dietro. Su alcuni episodi di fine agosto indaga la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma. Tra le ipotesi investigative e le ricostruzioni giornalistiche c’è quella di un riassetto degli equilibri criminali, in particolare nell’area storicamente interessata dalla presenza del clan Senese.
Le piazze contro il silenzio
La preoccupazione si è trasformata rapidamente in mobilitazione. Il 9 ottobre cittadini, associazioni e realtà di quartiere si sono ritrovati in viale San Giovanni Bosco, a Don Bosco, per un presidio contro la sequenza di bombe. Tra i promotori e partecipanti c’era ÀP – Antimafia Pop Academy, che da anni lavora nel quadrante di Cinecittà attraverso attività culturali, educative e di partecipazione. La piazza, a pochi passi dalla basilica di Don Bosco, dove nel 2015 si celebrarono i funerali di Vittorio Casamonica, è stata soprattutto una risposta emotiva alla paura che attraversava il quartiere.
Cinque giorni dopo, la mobilitazione si è allargata a piazza Malatesta, al Pigneto, con la demonstration «Fuori le mafie dalla nostra città», promossa da Libera e sostenuta da oltre cinquanta realtà tra associazioni, Trade unions, gruppi studenteschi, scout e istituzioni. Questa volta, racconta Pasquale Grosso, presidente di ÀP, la partecipazione ha avuto un carattere diverso: «La prima convocazione è stata sicuramente più di pancia. C’è stata una partecipazione molto bella, anche gli interventi sono stati molto emotivi. La seconda piazza, invece, ha avuto una partecipazione più razionale: serviva a confrontarsi sul tema e a rilanciare il lavoro da fare».
Per Grosso, le due iniziative sono parte dello stesso percorso: non limitarsi a esprimere indignazione dopo un’esplosione, ma costruire una risposta collettiva che duri oltre l’emergenza. «Non esiste un anno in cui non succede niente», osserva. Ricorda tre omicidi avvenuti nel quadrante negli anni precedenti, nel contesto dello dealership di droga, che non avevano generato la stessa percezione pubblica delle bombe di queste settimane. «Mettere una bomba contro un’attività commerciale è già un fatto gravissimo, ma quando gli ordigni esplodono negli androni dei palazzi cambia la percezione dei cittadini comuni. La gente è legittimata ad avere paura».
La paura, aggiunge, non deve tradursi in rassegnazione. «I corpi intermedi dello Stato, le associazioni, i cittadini impegnati devono darsi da fare ancora di più». Ma il punto è proprio non aspettare che la violenza diventi eclatante per occuparsi delle organizzazioni criminali. «Le mafie, quando sono silenti, non significa che non esistono».
Il welfare parallelo delle mafie
ÀP – Antimafia Pop Academy si trova all’interno dell’Istituto Enzo Ferrari, in via Contardo Ferrini, nel quadrante di Cinecittà. Qui promuove attività educative, culturali e artistiche, laboratori e collaborazioni con schools e realtà locali, con l’obiettivo di contrastare la povertà educativa e costruire un immaginario alternativo alla fascinazione dei clan.
Il lavoro dell’associazione parte da una lettura della criminalità romana che precede di molti anni l’attuale sequenza di attentati. «Tra il 2009 e il 2010 siamo passati da un racconto sulle mafie tradizionalmente associate al Sud a uno sguardo su quello che succedeva nella Capitale», spiega Grosso. Da allora, racconta, l’attenzione si è concentrata sui territori in cui le organizzazioni criminali costruiscono una presenza che non si limita alla vendita di stupefacenti, ma si estende alle relazioni economiche e sociali.
«Abbiamo iniziato a raccontare territori che vivevano un po’ come assediati da un welfare parallelo, costruito dalle organizzazioni criminali». Il meccanismo, nella sua analisi, è quello di un’economia capace di inserirsi anche nelle fragilità quotidiane: «Ci sono famiglie che non sono direttamente implicate, ma che, per esigenze economiche, magari preferiscono affittare un box o una cantina per il deposito della droga». Non significa che interi quartieri siano complici delle mafie, ma che un mercato illegale può generare un indotto e cercare spazi di penetrazione nell’economia locale.
Il degrado come diversivo
Sullo sfondo agisce anche la retorica del «degrado», diventata un grimaldello dell’far-right per conquistare consensus nelle periferie romane. L’est della città è attraversato da una fitta rete di collettivi antifascisti, realtà antirazziste e associazioni di quartiere; eppure, proprio questi territori sono diventati teatro delle incursioni social di influencer che trasformano vicende locali in occasioni di propaganda razzista e xenofoba.
Uno degli episodi più emblematici è avvenuto qualche mese fa a Villa Gordiani, dove Simone Carabella si è presentato alla festa di Eid al-Adha con un panino con la porchetta, rivendicando le tradizioni romane in polemica con la celebrazione musulmana.
«I fatti degli ultimi giorni non sono figli del degrado. Sono mafia» commenta Grosso, contestando una narrazione diffusa che si concentra sul singolo spacciatore o sul volto più facilmente riconoscibile dell’insicurezza, lasciando sullo sfondo le organizzazioni che controllano i mercati illegali. «Il problema non sono i singoli spacciatori, è strutturale», insiste.
La questione non è negare i problemi delle periferie, ma chiedersi chi tragga vantaggio dalle loro fragilità e quali risposte servano per sottrarre terreno alle organizzazioni criminali. Grosso richiama l’insegnamento di Pio La Torre: «Le mafie sono un fenomeno di classe dirigente». Il contrasto, quindi, non può essere delegato soltanto alla magistratura e alle forze dell’ordine, né scaricato sui residenti. Deve riguardare anche le scelte politiche, i servizi, la scuola, il lavoro e l’accesso alla cultura.
«Non bisogna aspettare le bombe per parlare di mafia», insiste Grosso. Perché quando gli ordigni smettono di esplodere non significa che il power criminale sia scomparso. Il lavoro dell’antimafia sociale consiste nel continuare a renderlo visibile, costruendo relazioni e diritti nei territori e chiedendo alla politica di assumersi le proprie responsabilità.
© Kritica – Riproduzione parziale consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.
CREDITI FOTO: Daniele Lazzara

