Sunday 25/10/2026, 14:06
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Brumadinho, Minas Gerais – «Essere attiviste è pericoloso». Sul volto di Tatiana Rodrigues compare un sorriso amaro, che però non arriva a contagiare gli occhi. «La nostra vita è minacciata ogni giorno. Io stessa ho dovuto cambiare vita, casa e nome per sfuggire alle minacce di morte». Tatiana è una dei leader del Movimento dos Atingidos por Barragens (MAB), organizzazione che dagli anni Ottanta lotta per i diritti dei colpiti dal collasso di dighe idroelettriche e minerarie.

Tatiana Rodrigues, attivista del Movimento dos Atingidos por Barragens.
Tatiana Rodrigues, attivista del Movimento dos Atingidos por Barragens (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).

Ci incontriamo nella piazza centrale di Brumadinho, cittadina del Minas Gerais conosciuta per l’abbondanza di giacimenti. Siamo circondate da montagne, sventrate dalle operazioni estrattive, e da un continuo via vai di mezzi pesanti. Qualche centinaio di metri più in là, all’ingresso del paese, un memoriale ricorda le 272 vittime causate nel 2019 dal collasso della diga di stoccaggio dei residui prodotti dall’estrazione di ferro nella miniera di Córrego do Feijão. Ancora oggi, l’impatto di quel disastro è visibile tutt’intorno: fiumi marroni, montagna ferita e conseguenze sanitarie di un contatto prolungato con i metalli pesanti.

Un Paese militante

Il Brasile ha una solida tradizione di Paese militante, attivista e socialmente impegnata. Oggi, secondo la Mapa das organizações da sociedade civil, stilata dall’Instituto de pesquisa econômica aplicada, in tutto lo Stato sono attive circa 620mila organizzazioni della società civile.

«Ci sono tante ragioni per lottare in questo Paese». Paulo César Carbonari non è stupito da questi numeri. Professore nel corso di post-laurea in Diritti Umani all’Università Federale della Frontiera Sud (stato del Rio Grande do Sul), è anche membro del coordinamento nazionale del Movimento Nacional de Direitos Humanos, una rete di circa 300 organizzazioni per i diritti umani nata nel 1982.

«Ad esempio – riprende – in Amazzonia i conflitti sono legati soprattutto all’estrazione mineraria e allo sfruttamento di legname. Anche qui nel Minas Gerais e in alcune regioni del nord-est ci sono tensioni dovute alle attività estrattive. Ma la maggior parte della conflittualità riguarda l’ambito agricolo, a causa della diffusione incontrollata delle monocolture, soprattutto di soia».

Quando morire è la normalità

E così, se il Brasile è storicamente uno dei Paesi sudamericani con il tessuto sociale più dinamico, è anche il secondo Stato più pericoloso al mondo (dopo la Colombia) per attivisti e attiviste: nel 2025, secondo l’ONG Global Witness, 26 difensori e difensore dei diritti umani hanno perso la vita mentre lottavano per terra, ambiente e diritti.

A volte, a premere il grilletto sono garimpeiros (cercatori illegali di minerali) e madereiros (tagliatori abusivi di legname nella foresta). Ma l’ordine può arrivare anche dai fazendeiros o dalle grandi aziende, interessate a massimizzare i propri profitti, con la complicità silente dello Stato.

Tatiana e le sue compagne di lotta ad esempio sono convinte che dietro alle minacce che ricevono quasi quotidianamente ci sia Vale. Multinazionale proprietaria della miniera di Córrego do Feijao, è accusata dalle attiviste di non adempiere ai propri obblighi ambientali e sociali. «È il suo modo di cancellarci, impedirci di esistere e resistere. Ma non ci riuscirà». Tatiana sorride. Questa volta i suoi occhi brillano, mentre conclude con una frase potente, ma che al contempo mi fa ghiacciare: «Noi non ci zittiamo. Quando un’attivista muore, ne nasce immediatamente un’altra».

Il Rio Paraopeba scorre nei pressi di Brumadinho e della miniera di Córrego do Feijão. A 7 anni di distanza dal collasso della diga, l'acqua è ancora marrone e impregnata di metalli pesanti.
Il Rio Paraopeba scorre nei pressi di Brumadinho e della miniera di Córrego do Feijão. A 7 anni di distanza dal collasso della diga, l’acqua è ancora marrone e impregnata di metalli pesanti (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).
Scorcio delle operazioni nella miniera Emesa, operata da AVG Mineração, nei pressi di Brumadinho. Oltre ai mezzi in movimento, in primo piano si intravedono i vagoni del treno carichi di materiale (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).
Luogo in cui si trovava la diga di stoccaggio dei residui nella miniera di Córrego do Feijão. Si tratta dell’area verde chiaro, ora soggetta a rimboschimento, nel tentativo di nascondere la zona del disastro e parte dei danni causati.
Luogo in cui si trovava la diga di stoccaggio dei residui nella miniera di Córrego do Feijão. Si tratta dell’area verde chiaro, ora soggetta a rimboschimento, nel tentativo di nascondere la zona del disastro e parte dei danni causati (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).

Quasi vent’anni per il Piano

A lungo, nonostante si fosse impegnato a farlo sin dal 2007, lo Stato non si è dotato di un programma di protezione, organico e strutturato, che rendesse la tutela di difensori e difensore un elemento cruciale e necessario della politica pubblica di sicurezza. «È servito – sottolinea Carbonari – l’intervento della società civile che nel 2017 ha intentato un’azione civile pubblica. A quel punto, la giustizia ha condannato lo Stato a introdurre un piano che quindi è il risultato di una decisione giudiziaria e non politica».

«Sempre la sentenza – prosegue – ha stabilito che per la scrittura del testo venisse creato un gruppo di lavoro composto per metà da rappresentanti delle istituzioni e per metà da esponenti della società civile». Nel 2023, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha istituito il Grupo de Trabalho Técnico, di cui Carbonari ha fatto parte. È stato proprio il coinvolgimento di attivisti e movimenti a permettere al Piano di fare un salto di qualità con il riconoscimento di un concetto tanto vecchio quanto innovativo: la “protezione popolare”.

L’autoprotezione come strategia secolare

«Da parte sua, lo Stato fornisce scorte di polizia, auto di pattuglia e sistemi di monitoraggio, confondendo la protezione con la sicurezza e imponendo il ritiro delle persone dalla vita», puntualizza Carbonari. Con voce decisa, prosegue: «Nel Piano, invece, noi abbiamo scritto che la popolazione ha le proprie strategie».

I quilombo, ad esempio, sono una delle pratiche di resistenza più potenti sviluppate nel corso dei secoli. In questi luoghi, spesso isolati, gli schiavi africani (portati in Sud America durante la tratta coloniale) si sono rifugiati, creando una struttura di protezione contro lo Stato e i padroni. «È una dinamica che chiamiamo “protezione popolare”, perché è una protezione comunitaria: è la comunità che si protegge», prosegue Carbonari.

Il Quilombo de Faveira sorge nei pressi di São João dos Patos, nel sud del Maranhão. Ad abitarlo sono i discendenti degli schiavi africani portati nella regione durante la tratta coloniale per lavorare soprattutto nelle piantagioni di cotone.
Il Quilombo de Faveira sorge nei pressi di São João dos Patos, nel sud del Maranhão. Ad abitarlo sono i discendenti degli schiavi africani portati nella regione durante la tratta coloniale per lavorare soprattutto nelle piantagioni di cotone (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).

«Per questo – conclude – sono le organizzazioni, i difensori dei diritti umani e le comunità tradizionali che dovrebbero decidere chi deve essere protetto, perché conoscono la realtà. Non lo Stato. Le istituzioni, dal canto loro, dovrebbero adattarsi alla società e alle sue organizzazioni, sviluppando una politica pubblica di protezione complementare e non sostitutiva».

Comunità che si autoproteggono

Questo vuol dire ad esempio riconoscere e sostenere i “guardiani della foresta”, che difendono l’Amazzonia dalle incursioni di garimpeiros and madereiros. Oppure supportare le attività di mutuo aiuto e reciproca assistenza – come i gruppi di sostegno tra “colpiti” coordinati da Tatiana e dalle attiviste del MAB – nelle comunità impattate dall’estrattivismo.

O ancora, «appoggiare la lotta delle 12 comunità tradizionali che vivono nei pressi del Porto di Itaquí (a São Luís nel Maranhão, NDR)», racconta Paulino Lanfranchi, membro dell’ONG Justiça nos Trilhos. Mentre passiamo in parte ai terminal color ruggine, che si protendono verso l’oceano e occhieggiano alla foresta tutt’intorno, sottolinea: «Sono decenni che queste comunità lottano per impedire l’espansione del Porto sulle loro terre tradizionali».

Di fronte a uno Stato riluttante nel riconoscere una Reserva Extrativista (area dove non è possibile attuare attività economiche per il suo valore ambientale e la presenza di comunità tradizionali), pattugliamenti del territorio e comunicazioni capillari permettono agli abitanti di difendere le proprie terre e uno stile di vita che garantisce la sostenibilità delle risorse naturali.

Poca volontà politica

A quasi un anno di distanza dalla pubblicazione (dicembre 2025), però, il Piano non è ancora operativo: il bilancio del 2026 era già stato approvato e l’effettiva attuazione del documento è stata rimandata di un anno.

«Inoltre, le minacce principali, che mettono a rischio la vita di difensori e difensore, sono problemi strutturali», sottolinea Carbonari. Si tratta ad esempio di questioni fondiarie, relative alla demarcazione delle terre indigene (prevista dalla Costituzione, ma continuamente osteggiata dalle lobby agroindustriali), della tutela della foresta e delle sue risorse o della limitazione dell’estrattivismo.

«Se lo Stato non risolve ciò che causa i conflitti, quello che si può fare è mitigare le difficoltà. È quello che noi abbiamo fatto con il Piano. Ma non bisogna pensare che risolva tutti i problemi», conclude. Proprio per questo, la resistenza degli abitanti del Porto di Itaquí continua, così come la lotta di Tatiana e delle sue compagne.

Attività commerciali nel Porto di Itaquí.
Attività commerciali nel Porto di Itaquí (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).
Scorcio di alcune delle infrastrutture nel Porto di Itaquí: terminal, linea ferroviaria, silos per lo stoccaggio dei prodotti da commerciare.
Scorcio di alcune delle infrastrutture nel Porto di Itaquí: terminal, linea ferroviaria, silos per lo stoccaggio dei prodotti da commerciare (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).
Terminal nella parte privata del Porto di Itaquí, posseduta dalla multinazionale Vale e utilizzata per il commercio del ferro estratto nella miniera di Carajás, nel vicino stato del Pará.
Terminal nella parte privata del Porto di Itaquí, posseduta dalla multinazionale Vale e utilizzata per il commercio del ferro estratto nella miniera di Carajás, nel vicino stato del Pará (marzo 2026 © Aurora Guainazzi).

Lula vs Bolsonaro: al ballottaggio vanno anche i diritti

Oggi, è una battaglia più che mai necessaria. A seguito del ballottaggio presidenziale del 25 ottobre, il Brasile infatti potrebbe svoltare verso destra, mettendo ancora più a repentaglio la già difficile protezione di difensori e difensore dei diritti umani. Man mano che il voto si avvicina, i sondaggi sono sempre più confusi, a testimonianza di un’epoca storica dove le rilevazioni demoscopiche faticano a disegnare un quadro fedele dell’elettorato.

L’ultima previsione dell’istituto di ricerca Datafolha, dà Flávio Bolsonaro (candidato del Partido Liberal e figlio dell’ex presidente Jair, incandidabile perché condannato a 27 anni di carcere per l’assalto al Congresso del 2023) in testa con il 47% dei voti, mentre Lula (leader del Partido dos Trabalhadores) si ferma al 45%. Dall’altro lato, Vox Brasil – l’unica realtà ad aver previsto la vittoria di Bolsonaro al primo turno – estimate Lula al 44,9%, un punto percentuale sopra al leader della destra.

Stretto tra un Congresso dominato dalle lobby agroindustriali e minerarie e i governi degli stati in buona parte bolsonaristi, Lula ha faticato nel portare avanti la propria agenda. Ma ci ha provato. Flávio Bolsonaro, invece, è un forte alleato delle lobby e del presidente statunitense Donald Trump. Per lui, come per il padre, preservazione dell’Amazzonia, tutela delle comunità tradizionali e dei diritti umani non sono una priorità.

«Jair Bolsonaro, storicamente, ha attaccato i diritti umani», puntualizza Carbonari. «Ha sempre avuto un atteggiamento aggressivo nei confronti delle organizzazioni della società civile». L’Instituto Igarapré ha denunciato che, durante il suo mandato, diverse realtà sono state costrette a chiudere, a causa di pressioni e minacce.

«Bolsonaro non è riuscito a smantellare diverse politiche per i diritti umani perché non conosceva abbastanza bene la macchina dello Stato e non ha avuto abbastanza tempo». Ora, però, lui e il figlio il funzionamento ce l’hanno ben presente. Così, mentre al primo turno il 4 ottobre il Partido Liberal è uscito vincitore sia alla Camera che al Senato e si è aggiudicato diversi stati, quattro membri della famiglia Bolsonaro (la moglie, il fratello minore e due figli di Jair) sono stati eletti al Congresso. Il primogenito Flávio invece punta dritto alla presidenza.


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CREDITI FOTO: © AURORA GALAZZI

Author

  • Ha studiato relazioni internazionali e cooperazione internazionale allo sviluppo, tra Forlì e Bologna, e lavorato per alcune Ong. Poi, ha deciso di dedicarsi totalmente alla sua grande passione, il giornalismo, diventando giornalista pubblicista e lavorando prevalentemente sul campo, dall'Africa subsahariana al Brasile.

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