Thursday 25/06/2026, 18:36
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Ali Omar è ricercatore e responsabile di Libya Crimes Watch, organizzazione che documenta violazioni dei , detenzioni arbitrarie e abusi commessi contro , e cittadini stranieri in Libia.

Il Paese è ormai da quasi un ventennio uno dei principali corridoi delle rotte migratorie del Mediterraneo e uno dei dossier più delicati nei rapporti tra Europa e Nord Africa. Negli ultimi mesi, però, la Libia è finita sotto i riflettori anche per il crescente clima di ostilità nei confronti di migranti, rifugiati e cittadini stranieri da parte della popolazione. Si è registrato un aumento dell’intolleranza, accompagnato da campagne politiche, mediatiche e sociali che hanno spinto il tema migratorio in cima alle preoccupazioni dell’opinione pubblica.

A riprova di ciò, a giugno le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per la diffusione di discorsi d’odio e campagne di disinformazione contro migranti e rifugiati dopo che a Tripoli, nello stesso periodo, alcuni manifestanti avevano bloccato l’accesso agli uffici dell’UNHCR accusando l’agenzia di favorire l’insediamento permanente dei migranti in Libia e chiedendone l’espulsione dal Paese.

A ciò si aggiunge una Libia profondamente divisa tra autorità rivali, gruppi armati e centri di potere che esercitano il controllo su porzioni diverse del territorio. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel Paese si trovano centinaia di migliaia di migranti provenienti da decine di nazionalità diverse e la rotta del Mediterraneo centrale continua a essere una delle più letali al mondo. Le conseguenze di questa instabilità ricadono innanzitutto sulle persone più fragili e abbandonate, ma finiscono per influenzare anche i rapporti tra la Libia, l’Europa e i Paesi della regione.

Abbiamo intervistato Ali Omar per ricostruire la situazione.

Quali sono le condizioni di vita dei migranti e dei rifugiati in Libia oggi?

Attualmente i migranti in Libia vivono in condizioni estremamente precarie, che sono peggiorate drasticamente a causa della recente ondata di retate delle forze di e delle campagne di arresti di massa.

Dall’inizio di giugno 2026, Libya Crimes Watch ha monitorato un netto aumento delle gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e lavoratori stranieri, tra cui detenzioni arbitrarie, irruzioni nelle abitazioni, sfratti forzati, aggressioni fisiche e verbali e un significativo incremento di discorsi e incitamenti all’odio.

L’impatto sul piano umano è stato grave. Molti migranti dipendono interamente dal lavoro giornaliero per sopravvivere e sono stati costretti a fuggire dai loro luoghi di lavoro e dalle loro case. L’accesso all’assistenza sanitaria ha incontrato difficoltà sempre maggiori, tanto che alcuni migranti sarebbero stati arrestati mentre cercavano cure mediche. Abbiamo inoltre ricevuto informazioni secondo cui le cliniche private di Tripoli sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non accettassero i migranti segnalati dalle organizzazioni internazionali.

Trovare un alloggio è diventato estremamente difficile, poiché i proprietari temono che le loro proprietà possano essere perquisite se vi si trovano migranti che vi abitano. È importante sottolineare che le campagne di arresto non fanno distinzione tra migranti regolari e irregolari. Anche donne, bambini e persone con patologie preesistenti sono stati travolti.

Una vittima sudanese ha raccontato a LCW che uomini armati sono entrati nella sua casa, hanno aggredito diversi membri della sua famiglia, tra cui un parente malato, hanno rubato i loro effetti personali e li hanno lasciati senza casa e senza possibilità di ricevere assistenza.

Si sono registrati cambiamenti lungo le principali rotte migratorie negli ultimi mesi?

Come spesso accade in vista della stagione estiva, dalla Libia verso l’Europa si stanno formando nuove rotte migratorie.

Nella Libia orientale, sono spuntati nuovi punti di partenza intorno a Tobruk e nelle aree attorno a Bengasi e Derna. Nella Libia occidentale, i principali punti di partenza costieri rimangono sostanzialmente invariati. Tuttavia, le rotte terrestri dalla Libia meridionale verso la costa hanno subito modifiche significative a causa dell’intensificarsi delle operazioni di sicurezza contro i trafficanti.

Di conseguenza, le reti di contrabbando utilizzano con maggiore frequenza rotte desertiche remote e pericolose per raggiungere città costiere come Tripoli e Zawiya.

Il costo umano di questi eventi rimane estremamente elevato. Nel febbraio 2026, LCW ha documentato il ritrovamento di 14 corpi, presumibilmente di migranti, sulle coste di Derna, Al-Khums, Misurata, Zawiya e Al-Bayda.

Nel marzo 2026, abbiamo documentato il ritrovamento di altri 14 corpi, ritenuti appartenenti a migranti, in zone costiere e desertiche di Tobruk, Ajdabiya, Derna, Misurata, Tripoli, Zawiya e Wadi Al-Shatii.

La situazione è peggiorata ulteriormente nell’aprile 2026, quando LCW ha registrato il recupero di 77 corpi ritenuti migranti a Tobruk, Zuwara, Tripoli, Misurata, Zawiya, Derna, Al-Khums, Sabratha, Sorman e Ghadames. 

Si tratta di persone che non hanno perso la vita durante le traversate del Mediterraneo, quelle che trovano più facilmente spazio nei media occidentali, ma lungo le rotte di transito nel deserto, altrettanto pericolose e molto meno visibili. I dati riflettono esclusivamente i casi che LCW è riuscita a verificare attraverso la propria rete sul territorio e rappresentano con ogni probabilità soltanto una parte del numero reale di decessi.

Qual è il ruolo delle autorità, delle milizie e degli altri attori coinvolti nella gestione della migrazione?

La in Libia è caratterizzata dall’assenza di una politica nazionale coerente, piuttosto che da una strategia unitaria.

Le attuali campagne di arresti sono condotte da agenzie di sicurezza e gruppi armati affiliati sia alle autorità libiche orientali che a quelle occidentali. Tra questi figurano soggetti legati alle Forze Armate Arabe Libiche (LAAF), agenzie di controllo migratorio operanti sotto il controllo delle autorità orientali e agenzie di sicurezza attive nella Libia occidentale.

Una tendenza degna di nota è il ruolo crescente dei social media nel condizionare queste operazioni. I gruppi armati spesso conducono raid, li filmano e pubblicano i filmati online per dimostrare la propria forza e ottenere il sostegno dell’opinione pubblica, utilizzando i migranti come strumenti in questa strategia di comunicazione.

LCW ha inoltre documentato casi in cui civili hanno partecipato direttamente a raid e aggressioni contro i migranti, episodi accompagnati da diffuse campagne di incitamento all’odio sui social media e sui media locali, tra cui alcuni organi di informazione affiliati alle autorità statali.

Sebbene sembra siano state emanate alcune direttive per intensificare le campagne di arresto in diverse regioni della Libia, l’attuazione rimane estremamente incoerente e scarsamente coordinata tra le agenzie, con conseguenti applicazioni arbitrarie.

Il rapporto annuale 2024 di LCW ha individuato almeno 33 entità ufficiali responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, in particolare istituzioni di sicurezza, attori militari e gruppi armati affiliati alle autorità sia nella Libia orientale che in quella occidentale.

LCW ha inoltre documentato casi in cui civili hanno partecipato direttamente a raid e aggressioni contro i migranti, episodi accompagnati da diffuse campagne di incitamento all’odio sui social media e sui media locali, tra cui alcuni organi di informazione affiliati alle autorità statali.

Qual è l’impatto delle politiche migratorie europee sulla situazione in Libia?

In questa fase, rimane difficile valutare appieno l’impatto delle recenti iniziative europee, come il Patto UE su migrazione e asilo. Ciò che è già visibile, però, è la continua pressione europea sulla Libia tramite finanziamenti, formazione, assistenza tecnica e supporto logistico volti a impedire ai migranti di raggiungere l’Europa.

Tendenza da registrare è il crescente impegno tra gli attori europei e le autorità della Libia orientale. La Libia orientale e quella occidentale vengono in misura crescente trattate da interlocutori distinti sulle questioni migratorie, creando canali di cooperazione concorrenti. È un approccio che comporta importanti implicazioni in materia di diritti umani. La Libia rimane profondamente divisa politicamente e militarmente, con autorità rivali e gruppi armati che esercitano il controllo su diverse parti del paese. Il rischio è che le politiche di contenimento della migrazione vengano attuate per mezzo di istituzioni e soggetti implicati in detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, torture e altre gravi violazioni contro i migranti.

Il rapporto annuale 2024 di LCW ha documentato 589 violazioni dei diritti umani nel corso dell’anno, tra cui abusi diffusi a danno di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Il rapporto ha inoltre ricostruito il ruolo delle istituzioni statali, delle agenzie di sicurezza e dei gruppi armati nel perpetrare o agevolare gravi violazioni in un contesto di impunità pressoché totale.

Ci sono questioni che, a tuo avviso, ricevono poca attenzione o vengono spesso riportate in modo incompleto?

Credo che diversi importanti aspetti della situazione migratoria in Libia continuino a ricevere un’attenzione insufficiente.

Uno dei problemi meno documentati è lo sfruttamento e l’abuso sessuale di donne e ragazze migranti. Con LCW abbiamo documentato episodi di che riguardano le donne migranti nei centri di detenzione e nelle aree controllate da gruppi armati. La paura, lo stigma e l’assenza di meccanismi di segnalazione efficaci fanno sì che molti casi rimangano nascosti.

Un altro problema spesso trascurato riguarda i cosiddetti programmi di “rimpatrio umanitario volontario”. Sebbene questi programmi siano presentati come volontari, molti migranti prendono questa decisione solo dopo aver subito detenzione, , essere diventati senzatetto o non avere alternative concrete. Ci sono poi le estorsioni finanziarie ai danni dei migranti, soprattutto nella Libia orientale. LCW ha documentato schemi ricorrenti in cui ai migranti o alle loro famiglie viene richiesto di pagare ingenti somme di denaro in cambio del rilascio dopo l’arresto.

Più in generale, l’attenzione internazionale si concentra spesso sulle traversate del Mediterraneo, mentre i diffusi abusi che i migranti subiscono in Libia ben prima di raggiungere la costa ricevono molta meno attenzione.

Segui da anni le conseguenze della detenzione arbitraria in Libia e le violazioni dei diritti fondamentali che colpiscono migranti, rifugiati e cittadini stranieri. Vorrei chiederti un parere sul caso degli attivisti del Convoy Sumud, fermati nella Libia orientale mentre partecipavano a una missione internazionale di solidarietà diretta verso il valico di Rafah per chiedere la fine dell’. Sono stati appena liberati dopo essere stati rapiti e detenuti per un mese. In tutto quel periodo, le informazioni sulle loro condizioni sono state estremamente limitate. Qual è la tua valutazione di questa vicenda?

A nostro avviso, questo caso presenta diverse caratteristiche in comune con i modelli di detenzione arbitraria e mancanza di trasparenza documentati da LCW da anni, soprattutto nei casi che coinvolgono migranti e rifugiati.

Secondo le informazioni in nostro possesso, uno dei motivi addotti per la detenzione degli attivisti è stato il loro presunto ingresso irregolare nella Libia orientale (secondo il racconto di Domenico Centrone sarebbero stati tutti rapiti prima ancora di arrivare al checkpoint, ndr). Sebbene alcuni membri del convoglio siano entrati in Libia con rilasciati dal Governo di Unità Nazionale della Libia occidentale, le autorità della Libia orientale non riconoscono necessariamente tali visti e spesso richiedono autorizzazioni di sicurezza separate per l’ingresso nelle aree sotto il loro controllo.

Tuttavia, al di là delle giustificazioni legali addotte dalle autorità, il ricorso alla detenzione arbitraria costituisce da anni uno degli strumenti più utilizzati contro oppositori politici, attivisti, giornalisti, migranti, rifugiati e cittadini stranieri. L’assenza di informazioni chiare sullo status giuridico dei detenuti, sulle condizioni di detenzione, sull’accesso a un avvocato e sulle prospettive di rilascio è in linea con le preoccupazioni che LCW ribadisce abitualmente in casi simili.

Riteniamo inoltre che questo caso non possa essere considerato in modo disgiunto dal contesto generale della retorica anti-migranti e delle recenti campagne di sicurezza contro migranti e cittadini stranieri in tutta la Libia. Negli ultimi mesi, l’ostilità pubblica nei confronti dei migranti è aumentata significativamente, incoraggiata dal discorso politico, dalle narrazioni mediatiche e dalle campagne sui social media che ritraggono i migranti come una minaccia per la sicurezza e l’economia.

In questa situazione, il risentimento pubblico nei confronti di migranti e stranieri è stato talvolta sfruttato per giustificare misure restrittive, arresti e operazioni di sicurezza che altrimenti sarebbero oggetto di maggiore controllo. Sebbene gli attivisti del Convoglio Sumud non siano migranti – e sebbene essi stessi abbiano dichiarato di aver ricevuto un trattamento privilegiato, ndr – la loro vicenda riflette alcune delle stesse dinamiche che hanno colpito migranti e rifugiati in Libia, in particolare l’uso di basata sulla sicurezza per legittimare la detenzione e le restrizioni dei diritti fondamentali.


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CREDITI FOTO: Refugees in Lybia

Autore

  • Giornalista multimediale, documenta storie di prima linea attraverso pubblicazioni internazionali, podcast, libri e fotogiornalismo. Da anni si dedica alla copertura della questione palestinese, delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie sociali nel mondo.

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