sabato 09/05/2026, 21:35

In questa recensione del Mein Kampf (in italiano: La mia battaglia), uscita per la rivista New English Weekly il 21 marzo 1940, George Orwell affina la penna, nel suo modo unico, per criticare la condiscendenza e l’ipocrisia delle borghesie dominanti nei confronti di Adolf Hitler. Ma riflette anche, con la sua solita onestà ruvida (e le sue tendenze all’unilateralismo), sulle caratteristiche del personaggio che gli hanno consentito di affermarsi come leader. La traduzione dell’articolo, così come dell’intera rubrica Orwell, è a cura dell’esperta traduttrice letteraria Anna Martini.


È un segno del rapido susseguirsi degli eventi il fatto che l’edizione integrale di Hurst e Blackett del Mein Kampf, pubblicata appena un anno fa, abbia un taglio filohitleriano. La prefazione e le note del traduttore hanno il chiaro intento di mitigare la ferocia del libro e presentare Hitler nella luce più benevola possibile. In quei giorni, infatti, Hitler era ancora rispettabile. Aveva schiacciato il movimento operaio tedesco, ragion per cui le classi proprietarie erano disposte a perdonargli quasi tutto. La sinistra e la destra condividevano l’opinione, alquanto superficiale, che il nazionalsocialismo non fosse che una variante del conservatorismo.

Poi d’un tratto si è scoperto che Hitler non era rispettabile, in fin dei conti. Di conseguenza, tra l’altro, l’edizione di Hurst e Blackett è stata ristampata con una nuova sopraccoperta, dove si spiega che tutti i ricavi del libro saranno devoluti alla Croce Rossa. Malgrado ciò, basandosi semplicemente sulle prove contenute all’interno del Mein Kampf, è difficile credere che gli obiettivi e le opinioni di Hitler siano davvero cambiati. Se si confrontano le sue dichiarazioni di circa un anno fa con quelle di quindici anni prima, a colpire è la rigidità della sua mente, la sua visione del mondo che non si evolve. È il punto di vista fisso di un monomaniaco, ed è molto difficile che possa essere influenzato dalle temporanee manovre della politica della forza. Probabilmente il patto russo-tedesco rappresenta per Hitler nulla più che una modifica sul calendario. Il progetto illustrato nel Mein Kampf era di schiacciare prima la Russia, con l’intento implicito di schiacciare poi l’Inghilterra. Ora, a quanto pare, l’Inghilterra deve essere affrontata per prima, poiché tra le due la Russia è stata la più facile da corrompere. Ma quando l’Inghilterra sarà fuori gioco, verrà il turno della Russia: senza dubbio Hitler la vede così. Che poi vada davvero in questo modo è tutt’altra questione, naturalmente.

Supponiamo che il programma di Hitler si possa mettere in atto. Quello che egli immagina, di qui a cent’anni, è uno stato di duecentocinquanta milioni di tedeschi senza soluzione di continuità, con “spazio vitale” in abbondanza (cioè esteso pressappoco fino all’Afghanistan), un orribile impero scervellato dove, in sostanza, niente mai succede se non l’addestramento dei giovani alla guerra e la produzione costante di nuova carne da cannone. Come è stato capace di far accettare questa decisione mostruosa? È facile dire che in una certa fase della sua carriera è stato finanziato dai grandi industriali che in lui hanno visto l’uomo capace di schiacciare i socialisti e i comunisti. Tuttavia non lo avrebbero sostenuto se lui, con le sue parole, non avesse già dato vita a un grande movimento. D’altra parte la situazione in Germania, con i suoi sette milioni di disoccupati, era evidentemente favorevole ai demagoghi. Ma Hitler non avrebbe potuto prevalere sui suoi numerosi avversari non fosse stato per il fascino della sua personalità, che si avverte persino nella prosa sgraziata di Mein Kampf e che senza dubbio è travolgente quando si ascoltano i suoi discorsi. Va messo agli atti che non sono mai riuscito a provare antipatia per Hitler. Da quando è salito al potere — fino ad allora, come quasi tutti, mi illudevo che non contasse nulla — ho riflettuto che di sicuro lo ucciderei, se potessi avvicinarlo, ma che non nutro rancori personali nei suoi confronti. Il fatto è che qualcosa in lui suscita un’attrazione profonda. Si torna a sentirlo guardando le sue fotografie — in particolare consiglierei quella all’inizio dell’edizione Hurst e Blackett, che mostra Hitler ai suoi esordi in camicia bruna. È un volto patetico, da cane, il volto di un uomo che patisce per torti intollerabili. Riproduce, in forma un po’ più virile, l’espressione di innumerevoli figure del Cristo crocifisso, e c’è poco da dubitare che Hitler veda se stesso proprio così. Sull’origine privata del suo risentimento contro l’universo si possono solo far congetture; in ogni caso, quel risentimento c’è. Lui è il martire, la vittima. Prometeo incatenato alla roccia, l’eroe votato al sacrificio che combatte da solo contro tremende avversità. Se uccidesse un topo, saprebbe farlo apparire un drago. Si ha la sensazione, come con Napoleone, che stia lottando contro il destino, che non possa vincere e che però, chissà come, lo meriterebbe. Il fascino di una simile posa è enorme, naturalmente: è il tema su cui s’incentra metà dei film che vediamo.

Inoltre, Hitler ha colto la falsità dell’atteggiamento edonistico nei confronti della vita. Quasi tutto il pensiero occidentale dopo l’ultima guerra, certamente tutto il pensiero “progressista”, ha tacitamente presunto che gli esseri umani non desiderino altro che agio, sicurezza e assenza di dolore: una visione della vita che non lascia spazio, per esempio, al patriottismo e alle virtù militari. Il socialista che veda i figli giocare con i soldatini di piombo, in genere se ne rammarica, ma non riesce mai a immaginare un valido rimpiazzo; i pacifisti di piombo non funzionano, chissà perché. Hitler, sentendo tutto questo con forza eccezionale nella sua mente senza gioia, sa che gli esseri umani non vogliono soltanto comodità, sicurezza, orari di lavoro ridotti, igiene, controllo delle nascite e, in generale, buonsenso; vogliono anche, almeno di tanto in tanto, lotta e abnegazione, per tacere di tamburi, bandiere ed esibizioni di fedeltà. Fascismo e nazismo, per quanto poco possano valere come teorie economiche, sono psicologicamente molto più efficaci di qualunque concezione edonistica della vita. Probabilmente lo stesso vale per il socialismo militarizzato nella versione di Stalin. Tutti e tre i grandi dittatori hanno accresciuto il proprio potere imponendo fardelli insopportabili ai loro popoli. Laddove il socialismo — e perfino il capitalismo, a denti un po’ stretti — hanno detto al popolo: «Vi offro una vita piacevole», Hitler gli ha detto: «Vi offro lotta, pericolo e morte» e di conseguenza un’intera nazione si è gettata ai suoi piedi. Forse più avanti ne saranno disgustati e cambieranno idea, come alla fine dell’ultima guerra. Dopo qualche anno di massacri e di fame, «La massima felicità per il maggior numero» è un bello slogan; ma in questo momento «Meglio una fine orrenda che un orrore senza fine» è vincente. Ora che stiamo combattendo l’uomo che lo ha coniato, non dovremmo sottovalutarne il richiamo emotivo.


CREDITI FOTO: Gettysburg Museum of History

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