Pubblichiamo un estratto dal libro “Terre morte” (Voland, 2024) della filosofa e scrittrice catalana Núria Bendicho Giró. Joan Capdevila, dopo tre anni di assenza, torna alla masia di famiglia e viene ucciso con un colpo alla schiena. Isolati tra le montagne, i Capdevila sospettano che l’assassino sia uno di loro, tra desideri di fuga, ossessioni familiari e un passato segnato dalla violenza. Tredici monologhi danno voce a un noir corale che scava negli abissi della natura umana, cancellando il confine tra colpa e innocenza.
Per questo libro, la traduttrice dal catalano Tiziana Camerani ha vinto il premio Ramon Llull de Traducció Literària, uno dei più prestigiosi premi letterari catalani.
La Madre
E io, la figlia. Che non ha toccato mai e non ha neppure guardato perché non mi vedeva come una donna, ma come un animale, uno di quegli animaletti per cui sentiva più rispetto che per la donna. E nemmeno lei, moglie e madre, ha mai guardato, ma riempito di botte sì, perché non la considerava una proprietà di cui avere cura, ma una pedina indispensabile per generare una discendenza. Per anni, a suon di cazzotti, le ha riempito di lividi il corpo e la dignità, anche se di questa parola non le ha mai permesso neanche di scoprire il significato. Era una bestiaccia, una bestiaccia dalla quale dipendevamo non solo per i soldi ma anche nello spirito, perché lei l’aveva ammazzata nel momento in cui se l’era sposata e a me mi aveva generato prima di rendersi conto di essere morta. Una bestia furibonda capace solo di lamentarsi e di scolarsi grappa da due soldi, mentre le terre che mio nonno e prima di lui suo padre avevano coltivato, invidiate da chiunque respirava ed era provvisto di un paio di occhi e un minimo di ambizione, diventavano dure e secche e infangavano il cognome che per tanti anni le aveva nutrite con un lavoro tenace e testardo, da muli. Però aveva ereditato un po’ di denaro e ci si poteva pagare la grappa. Aveva anche un paio di mani che gli cucinavano la zuppa e altre mani più giovani che gli lavoravano la terra, mani che invecchiavano troppo velocemente, ma me ne sono accorta molto tardi. All’epoca non me ne rendevo conto perché non le avevo potute paragonare con nessuno e comunque non mi sarebbe mai venuto in mente di farlo. In quel periodo non avevo il tempo di riflettere, lavoravo e basta, e ho cominciato ad averne solo quando ho accettato di sposarmi. E qualcuno penserà che mi sono sposata alla prima occasione perché ormai ero grande – ventun anni appena compiuti – o perché l’unica donna con cui scambiavo qualche parola l’avevo trovata morta e non sepolta o perché l’unico uomo a darmi da mangiare e da dormire mi aveva abbandonata ma senza sparire davvero, perché lo incontravo in ogni angolo della casa, dove tutti i muri e tutti i mobili e perfino la polvere portavano il suo nome inciso nel profondo. Suo nonno aveva costruito la casa e poi sua madre l’aveva sistemata e suo padre l’aveva finita di pagare. Sempre frutto dello stesso sangue. Qualcuno penserà pure che mi sono sposata alla prima occasione perché ero una povera disgraziata che, pur avendo avuto dei genitori, nessuno avrebbe creduto mai che li avevo avuti. Facevo persino fatica a parlare, perché ero una selvaggia che comunicava solo con l’aratro, il cane e sua madre quando lei trovava la forza di nascondere la vergogna e guardarmi in faccia. E invece no. Mi sono sposata perché quella era la mia masia e mi aspettavo il suo ritorno un giorno, il ritorno della bestia rabbiosa. Dovevo fermarmi e prendermi il tempo necessario a comprendere perché diavolo volevo che un simile figlio di puttana mi rivolgesse ancora la parola. Ho capito presto che il matrimonio era un contratto, che Jaume voleva le terre legate al mio cognome e i figli che la mia pancia poteva dargli. E che io, come donna, finite le faccende di casa, avrei avuto tutto il tempo che Dio mi concedeva per scoprire perché ogni mattina, appena sveglia, pensavo all’uomo che, anche se lo era dalla mia nascita, non avevo mai chiamato papà. Tutto il tempo del mondo per pensare, costruire e sistemare il discorso che volevo scaraventargli addosso appena me lo ritrovavo davanti, perché lui non era morto e io lo sapevo, come sapevo che sarebbe tornato, perché ognuno torna nel posto a cui appartiene secondo il destino che Dio ha scritto per lui, senza prestare troppa attenzione a quello che scriveva. Perché se Dio si fosse concentrato, per la sua bontà la bestia non sarebbe mai esistita, e né io, né mia madre, né i miei figli avremmo pagato un prezzo così salato per la sua esistenza. Adesso io avevo un figlio morto e lui non si era ancora fat- to vivo e non aveva nemmeno pagato per i suoi peccati. Peccati che tutti conoscevano perfino meglio di lui, e che io potevo leggere – queste cose in un paesello non si dimenticano e volano più veloci degli anni –negli occhi della gente ogni volta che scendevo giù per comprare qualcosa. E pensare che era una bestia rinsecchita. Non era mai stato un uomo robusto che la gente poteva temere per la forza fisica. Eppure se ne tenevano tutti alla larga. Aveva le gambe lunghe e magre e ogni volta che le piegava sembrava che le articolazioni gli strappassero la pelle. Le dita erano gialle e sporche per il tabacco che fumava in continuazione e ovunque e non si fa- ceva nessun problema, non si chiedeva se dava disturbo, anzi forse cercava il posto migliore per infastidirmi di più. Portava un panciotto di colore indefinibile per quanto era sbrindellato ma mai sporco, con tutto che non se lo toglieva né per andare a dormire né per andare a puttane, perché glielo lavavo io quando era così sbronzo da non accorgersi nemmeno che lo spogliavo. E i capelli, senza un segno di calvizie, gli ricadevano sulla faccia, grossi e duri, non perché erano sani ma perché era- no lerci. E aveva le dita coperte di tagli. Oltre a bere grappa, andare a puttane e riempire di botte la moglie, gli piaceva scolpire statuette di legno. Ricordo che stava intagliando un paletto o qualcosa di lungo e aguzzo quando mi punta contro il coltellino tra le mani piene di schegge e dice: Dobbiamo parlare. E me lo ricordo chiaramente, perché per la prima volta la bestia si rivolgeva a me con uno sguardo in cui c’era qualcosa di diverso dall’indif- ferenza. Ero accovacciata a tirare via le erbacce e ne tenevo una bella manciata in mano e per la sorpresa mi sono cadute sulle ginocchia e ho strillato perché per un attimo ho creduto fosse un ragno e a me i ragni mi facevano ancora paura. È per questo che non ho mai voluto avere femmine, mi dice, perché siete smidollate, e poi è rimasto zitto. Anzi, non è rimasto zitto ma ha fatto qualcosa che non so spiegare, un gesto che forse aveva ereditato da suo padre o da suo nonno, una di quelle cose tramandate nel sangue che pareva una pausa perché di colpo ha aggiunto: Avrai un fratello. E poi è rimasto zitto per davvero e ha ripreso il pezzo di legno e si è rimesso a intagliare. Me l’ha detto così. Me l’ha detto perché era da sempre il suo unico desiderio e si sentiva così gonfio di chissà quale sentimento da provare il bisogno urgente di dirlo a qualcuno e io ero la cosa più a portata di mano, a parte il coltellino. Aveva sempre voluto un erede, e basta. E vai a sapere a cosa gli serviva visto che oltre al sangue marcio e al cognome troppo pomposo, l’unica eredità che gli poteva lasciare erano delle terre ancestrali che suo padre e suo nonno avevano mantenuto e fatto diventare verdi e forti con grande fatica quando l’inverno le fustigava con le sue potenti bufere, e che lui invece stava distruggendo con l’alcol e il suo carattere da bestia maledetta. Ma anche se ero io quella che lo andava a raccogliere insieme alle bottiglie abbandonate per terra, era mia madre quella che raccoglieva la sua miseria. Perché aveva la faccia rossa e viola e nera quando si è girata dopo il Mi ha detto che avrò un fratello. Te l’ha detto? Sì, me l’ha detto. E per un attimo mi è sembrato che mi stava ascoltando, invece no, perché mia madre non ti ascoltava mai. Mi aveva risposto con una domanda allo stesso modo in cui uno abbassa la maniglia per entrare in una stanza, velocemente, con un gesto meccanico subito dimenticato, perché dopo la mia risposta i suoi occhi hanno cominciato a guardare un’altra cosa e io ho capito che con la testa non era mai stata lì con me. E stava cuocendo i fagioli. Erano parecchi giorni che mangiavamo solo fagioli, perché me ne erano venuti un sacco ed erano buonissimi. Stavolta non aveva aspettato che si rin- secchissero e diventassero duri. Io avevo ancora le mani sporche di terra, ma m’è venuta voglia di farle una carezza e gliel’ho fatta. E lei, come un animale ferito, come per istinto, ha fatto un passo indietro quando ho avvicinato la mano, perché la bestia l’aveva trasformata così tanto che per riflesso aveva paura perfino di me, sua figlia. L’aveva talmente massacrata che se adesso chiudo gli occhi ricordo a malapena il suo vi- so intatto e i bei lineamenti. Gli occhi erano piccoli e i capelli neri e lucenti come i miei, ma non come quelli di mia figlia Maria, chissà come le erano venuti fuori rossi, sembravano i ca- pelli del diavolo. E lunghi. Mia figlia non ha mai voluto portarli legati. Li ho visti legati solo il giorno in cui Joan, una maschera di sangue, delirava sul letto che gli avevo imposto quando era tornato dai tre anni passati lontano da casa. Maria è sempre stata una donna forte, e mi ha aiutato a cambiare l’acqua nella bacinella ogni volta che si scaldava perché Joan aveva la febbre alta, anche se tutte e due sapevamo – il coraggio di dircelo con le parole non c’era, ma con gli occhi sì – che non saremmo riu- scite a salvarlo. Stava morendo. Gli usciva molto sangue e diventava sempre più pallido e urlava senza soffrire. Non si rendeva più conto di soffrire. E a me facevano troppo male le gambe per aiutarlo a resistere, per quanto sapevo che non aiutavo lui ma me stessa. Il mio terzo figlio stava per morirmi davanti e non sentivo nessun dolore, e non capivo. Mi serviva che restasse in vita ancora un po’ per poterlo capire. Ed ero così nervosa che non mi sono nemmeno accorta che mi faceva male la pancia per la fame. Lì l’unica che aveva mangiato era la piccola, e dal seno di sua madre, finché non è arrivato il ragazzo e se l’è portata via. Ma Jaume aveva fame e ha ordinato a Maria di apparecchiare la tavola e io sono rimasta lì, nella penombra della stanza, ad aspettare che la morte si portasse via mio figlio. Io, ferma e impassibile come la prima volta che Dio mi ha dato l’opportunità di osservarla da vicino. E se questa volta la aspettavo, la prima volta no. Alla morte non ci avevo mai pensato così seriamente fino al fatto. Avevo appena compiuto ventun anni e mio padre il giorno prima mi aveva comunicato che mi stava per arrivare un fratello. E avevo dormito poco perché quella notte i colpi della bestia e i silenzi di mamma erano durati tanto, troppo. Malgrado la stanchezza e le occhiaie, andavo avanti decisa. Da giorni volevo mettere una trappola per conigli in una tana al di là della Roca Negra, perché mi ero stufata di mangiare fagioli. Il corpo mi chiedeva carne. Il sole ancora non era alto e per questo mi ero tolta la cuffia, mi piaceva sentire il vento fra i capelli, mi rinfrescava la testa. Ricordo di aver pensato che le donne incinte forse non mangiano un granché, perché mia madre non era scesa a fare colazione. Nemmeno la bestia, ma non sapevo se alla fine aveva dormito a casa o se era andato al bordello e ci era arrivato così tardi da bere ormai il caffè invece che la grappa. Si sentivano l’odore del rosmarino e il canto dei grilli e c’erano un sacco di lumache che continuavo a calpestare o raccoglievo e lanciavo a destra e a sinistra in mezzo all’erba alta. Camminavo con gli occhi chiusi e mi leccavo le labbra, che il sole asciugava immediatamente. Passavano da umide e calde a fredde e da umide e fredde a secche. Come i miei pensieri, che oscillavano anche loro fra due estremi, tra la vita e la morte, perché pensavo solo che nel giro di poco tempo avrei avuto un fratello e che nel giro di ancora meno tempo avrei ammazzato un coniglio e via, in pentola. E senza rendermene conto sono arrivata all’inizio del sentiero che portava alla Roca Negra. Era pieno di fango. Due giorni prima aveva fatto una gran pioggia ed era un sentiero così stretto e cullato da alberi talmente fitti che tra le foglie passavano solo pochi raggi di sole e l’acqua ci metteva tanto a evaporare. C’erano più lumache che mai e farfalle e silenzio. Non volevo bagnarmi gli zoccoli e per questo camminavo sui margini del sentiero quando trovavo qualche pozzanghera, e quando non ce n’erano camminavo al centro. L’unico rumore che sentivo era quello della trappola che da quando ero uscita da casa trascinavo per farla sporcare. Perché i conigli sentono l’odore delle corde e l’odore che devono sentire invece è quello della terra. Ed era più divertente evitare le pozzanghere camminando sul margine di sinistra perché c’era una scarpata piena di pini, aghi e serpi di ogni genere e potevo cadere. E così mi divertivo, camminando di traverso o saltellando su un piede solo e per poco non sono cascata di sotto ma alla fine no. Perché avevo ventun anni ed ero piena di energia e di riflessi e di gioia, perché presto non sarei più stata sola, presto avrei avuto un fratello. E mi chiedevo come faceva la bestia a sapere che era un maschio e non una femmina. Mi chiedevo come faceva a sapere che nella pancia di mamma c’era un maschio quando certe volte non riusciva nemmeno a pronunciare il mio nome. Che era uguale a quello di mamma, a quello della donna che aveva ucciso quando l’ha sposata e che ha malmenato e massacrato per tanti anni come aveva fatto con le terre sulle quali io camminavo adesso, terre deserte, senza più uomini a lavorarle così lui poteva risparmiare i soldi e spenderli in puttane. Ma ho smesso presto di pensare a tutto questo perché la giornata era bellissima e l’aria non tanto calda e l’odore della terra umida era il mio preferito. Io conoscevo quelle terre meglio di mio nonno e del nonno di mio padre e non ho avuto nessuna difficoltà a ritrovare la tana di conigli che avevo scovato l’ultima volta. Bisognava fare una cinquantina di passi giù per un sentiero segreto e nessuno aveva coperto il buco e tutto era rimasto uguale. Ci ho sistemato davanti la trappola e mi sono messa ad aspettare. Ben nascosta e immobile perché i conigli sono veloci e svegli o almeno così ho sempre pensato, perché non è facile catturarli. E non era passato tanto tempo quando mi sono resa conto che avevo sete e non avevo acqua. Volevo aspettare un po’ prima di andarla a cercare, ma poi mi sono ricordata che esistono cose come la sete, come la morte, come l’amore, dalle quali non si può fuggire, e che prima o poi sarei dovuta andare a prenderla. O forse non me lo sono ricordata ed era la prima volta che pensavo una cosa del genere. A pochi passi c’era quella che chiamavano la sorgente delle Ragazze. Da piccola mamma mi ci portava quando andava a raccogliere le foglie di felce tenere, che le piaceva succhiare. Allora io staccavo le spore e con l’acqua ci facevo un impasto giallo che poi sotterravo. La sorgente era molto piccola, e la otturavi facilmente se infilavi un sasso nel buco fra le rocce da cui sgorgava. A volte si sentiva puzza di sterco perché gli animali ci andavano a bere; è un posto pieno di pozze e di umidità, e la sete li portava lì anche da un’ora di distanza. Non ho fatto caso alle orme di uomo quando sono arrivata, ma quando me ne sono andata le ho riconosciute chiaramente. Tutto aveva l’odore di sempre. Un odore di ombra bagnata in quello spazio rotondo circondato da alberi lunghi e sottili con la corteccia chiara macchiata di oscurità e foglie troppo verdi. Era quell’odore stagnante di morte che si sente dove c’è troppa acqua e troppa vita. Vedevi muoversi diverse sfumature di luce per il filo di vento che soffiando sulle foglie faceva passare i raggi del sole. Avevo sempre più sete, mi veniva quasi da sbavare e avrei bevuto dovunque se non l’avessi vista. Stava mezza nuda dentro la pozza putrida come lei, e i capelli le ondeggiavano, perché quando mi sono avvicinata una rana è saltata fuori dall’acqua e li ha mossi ma il resto del corpo era fermo. Una mano lattiginosa era rimasta sul fondo, con le dita intrecciate a delle radici selvagge, e la vedevo un po’ sì e un po’ no, perché l’acqua era torbida. Quell’avanzo di morte era mia madre. Mia madre morta, in una pozza, con quella macchia sulla pancia di un verde che non potevo paragonare a nessun altro verde. Con un capezzolo all’aria e la bocca spalancata, e anche gli occhi erano spalancati e guardavano in alto in cerca del cielo o della redenzione, serena, come se nell’ultimo alito di vita, con la faccia della bestia davanti e le mani secche e pelose sul suo collo sottile, quel momento lo avesse aspettato e desiderato. Ho raccolto il cappello di lana nera che galleggiava sull’acqua e me lo sono infilata sulla mano come un guanto e l’ho toccata senza toccarla con la pelle. Non si muoveva. Io non riuscivo né a tirarla né a piegarle le braccia, perché era rigida e gli uccelli cantavano e io non sentivo nessun dolore perché era tutto bellissimo. Con i capelli luccicanti che galleggiavano nell’acqua sembrava una ragazzina che finalmente poteva riposare. Dopo che per tanti anni si era dovuta nascondere nella dispensa spingendo la porta con le gambe così la bestia non poteva aprirla ed entrare a maciullarle la faccia, e dopo che per tanto tempo aveva sopportato la bestia quando la afferrava per i capelli e le schiacciava la testa contro il tavolo, adesso riposava, strangolata e fradicia. Adesso lei era tutta acqua e terra e più viva che mai e io ero una ragazza che contemplava uno spettacolo indicibile. Ma non ho pensato a niente. Mi sono sforzata di non pensare a niente. Ho agito senza ragionare, come quando scappi e non sai dove stai andando, perché se ti metti a riflettere hai paura di scappare per sempre. Così ho abbandonato la trappola vicino alla tana dei conigli che stava oltre la Roca Negra. L’ho dimen- ticata per sempre perché solo una volta ho rifatto quella strada che quel giorno ho faticato a percorrere anche se andavo veloce, non per recuperare la trappola ma per accompagnare il sinda- co e un uomo che solo dopo ho saputo che era il prete. Adesso il vento non mi piaceva più. L’aria era di nuovo calda e sentivo una cosa nel petto che la avvelenava ogni volta che la respira- vo. Stavolta calpestavo le lumache di proposito. Non mi importava più di mangiare carne, perché l’unica carne che avevo amato era morta. E ho deciso che, se potevo scegliere, non mi sarei più concessa di amare qualcuno, perché Dio mi aveva marchiato per sempre e, per quanto cercassi di cancellare la morte, ormai mi era entrata dentro. Per questo non provavo nessun dolore per Joan e nemmeno immaginavo chi poteva avergli sparato anche se lui continuava a gridare: È stato lui. Lui chi? È stato lui e È stato lui. E L’odore della morte e È stato lui e Tre uomini non sono bastati per ammazzare la strega. Dopo che è morto, ho sentito che era inutile restare in quella camera e mi sono alzata dalla sedia sopportando i dolori dei reumatismi che mio nonno e suo padre, ma il mio no, avevano patito per tanto tempo a forza di andare su e giù per le terre che mio nonno e suo padre, ma la bestia no, avevano curato e amato e terrazzato e seminato. Le stesse terre che ho attraversato quel giorno a ventun anni appena compiuti mentre scappavo da me e da quello che avevo appena visto senza riuscire a scappare davvero e correvo verso di lui senza rendermene conto. Quando sono arrivata alla masia non c’era nessuno. Sentivo chiaramente i mulinelli del vento che sussurravano solitudine mischiati alla terra e più in là le galline e il maiale e l’assenza di mio padre. Io ero convinta che l’aveva ammazzata lui, perché dove avevo trovato mamma la terra era smossa e si vedevano segni di lotta che io conoscevo molto bene; erano gli stessi che ripulivo quando di notte la bestia arrivava sporca e ubriaca e andava in cerca della moglie che non aveva mai considerato una persona per massacrarla e lasciarla buttata dove capitava. Ma solo quando mi ha detto che partiva – quattordici giorni dopo che l’avevo trovata morta, perché fino a quel momento avevo aspettato una spiegazione che non si è mai degnato di darmi – ne ho avuto la certezza. Stavo tagliando le cipolle e mi lacrimavano gli occhi quando ho sentito i suoi posarsi su di me. Non lo vedevo perché era alle mie spalle, ma sapevo che mi guardava dalla porta, dal buio, perché mi arrivavano la sua forza e il suo odio e quell’ansimare che non aveva suono perché dentro c’era la vergogna. Vivevamo insieme da undici giorni, da quando era ricomparso, il terzo giorno dopo averla ammazzata, e non aveva ancora avuto il coraggio di guardarmi. Per undici giorni aveva mangiato la minestra allo stesso tavolo dove mangiavo io, e la mandava giù piano piano, con quella lentezza assordante, con quella insolenza assordante, che mi pugnalava e apriva un silenzio sempre più offensivo. Ogni silenzio in cui aspettavo una parola da lui finiva con una cucchiaiata rumorosa e dopo ripartiva un altro silenzio in cui io ricominciavo ad aspettare. Sono passati così undici giorni e poi, il quattordicesimo dall’assassinio di mia madre, ha parlato. Siediti. Ho messo giù il coltello e la cipolla e mi sono asciugata le mani sul grembiule. Quando mi sono girata, sembrava più grigio e più vecchio che mai. Non mi metteva paura. L’aveva ammazzata e adesso se ne pentiva. Non credeva di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma dopo averla ammazzata si era reso conto di aver perso una cosa che apparteneva solo a lui e che non avrebbe riavuto più. Gli mancava qualcosa come a uno gli mancano i soldi dopo che li ha persi in bisca. Glielo leggevo in faccia che soffriva, perché per la prima volta in tanti anni nemmeno l’alcol riusciva a riempirgli quel vuoto. Non gli dispiaceva di essere stato lui, ma che mia madre non ci fosse quando lui ne aveva bisogno. In realtà in qualche modo l’aveva amata, proprio come fa uno abituato al cane che viene a salutarlo quando rientra a casa e a cui nemmeno risponde, perché neanche si accorge che il cane esiste, tranne il giorno in cui l’animale non arriva e allora lui si comincia a chiedere dove è andato a cacciarsi o se gli è successo qualcosa. Sì, in qualche modo l’aveva amata abbastanza da sceglierla fra tutte le donne della regione e farci insieme una creatura e provare poi a farne un’altra. Per lo meno aveva cercato un erede non solo con il corpo sopra il corpo di lei, ma anche con la speranza, come se avere un figlio maschio fosse il culmine del suo destino, l’unica cosa per cui valeva la pena che lei rimanesse al suo fianco, l’unica cosa che bastava desiderare per- ché si materializzasse, perché Dio non sarebbe stato così arrogante da abbandonarlo anche stavolta. Ma da anni Dio l’aveva abbandonato, e con lui aveva abbandonato anche tutti noi. A mia madre quel mese non è venuto il sangue, non perché avesse una cosa dentro, dentro non aveva niente di niente, ma perché il suo uomo si era dato da fare per fecondare lei ma non le sue terre, che producevano sempre meno cibo. Per denutrizione a mia madre quel mese non era sceso il sangue. Me lo ha spiegato il medico una settimana più tardi, dopo che l’ha aperta perché gli ho detto che la bestia non mi aveva ammazzato solo una madre ma anche un fratello. E lui così ha controllato e mi ha comunicato che dentro non c’era niente e che forse la mancanza di cibo aveva creato confusione e portato a credere che fosse incinta. E allora mi è venuto in mente che forse la bestia lo aveva fiutato e per questo l’ha ammazzata, perché aveva capito dopotutto che, se Dio non gli offriva l’erede desiderato da sempre, non gli serviva più una donna al suo fianco. Ma io tutte quelle cose al momento non le sapevo ancora e aspettavo la spiegazione che lui non si è mai degnato di darmi, nemmeno dopo che mi ha ordinato di sedermi. E finché la bestia di mio padre non ha fatto il primo passo di prendere la sedia e metterci il culo sopra, io sono rimasta ferma. Si era appena rasato e aveva le guance scure, non so se per la pelle morta o la disperazione. I suoi occhi non mi guardavano, giocherellavano con il coltellino che le sue dita stringevano e lasciavano. Ho deciso di andarmene, disse. E non mi vedrai mai più. Ma quelle parole non erano dirette a me. Se lo diceva a sé stesso come quando hai bisogno di tirare fuori qualcosa che ti assilla da giorni, perché se non lo sputi ti mangerà vivo. Me lo ha detto per tranquillizzarsi. E quando ha finito, con un colpo secco ha piantato il coltello nella tavola a cui si è poi appoggiato per alzarsi, perché con la quantità di alcol che aveva in corpo gli serviva un terzo piede per non cadere. Io non l’ho voluto aiutare né accompagnare fino alla porta e se ne è andato così, senza che lo toccassi per l’ultima volta né che gli dicessi una parola di addio. Un altro giorno o due o tre non cambiava niente. Voglio dire che al cadavere di mia madre non gli importava di marcire un altro po’. Mi sono lavata le mani e versata un bicchiere di grappa. L’ho buttato giù d’un fiato. Mi bruciava ancora la gola quando me ne sono versato un altro e anche quello l’ho bevuto d’un fiato. Le mani mi puzzavano ancora di cipolla e me le sono lavate di nuovo. Le ho asciugate e poi mi sono infilata il vestito più bello di mia madre e mi sono legata i capelli con uno spago. In una borsa ho messo i pochi soldi che mamma teneva nascosti sotto uno scalino e un pezzo di pane che avrei mangiato per cena lungo la strada. Non avevo molto tempo. Volevo arrivare a casa dei Capdevila prima che il cielo si scurisse. Mi sono infilata gli zoccoli e ho chiuso la porta con il chiavistello, non ricordavo di averlo mai fatto prima ma lì per lì ho sentito che lo dovevo fare per evitare che la bestia ci ripensasse e tornasse per mettere dentro di me l’erede che mamma non era riuscita a dargli. Dovevo chiudere tutto per bene, perché potevo sopportare, ma non perdonare, che fino a quel momento aveva reso la mia vita un inferno e mi aveva privato di una madre e del conforto e anche della gioventù, condannata a crescere troppo in fretta, ma non gli avrei mai permesso di continuare a comandare. Con mia madre morta, per me adesso non c’era più ragione di rimanere al suo fianco. Mi era chiaro già allora perché, anche se non ci avevo mai riflettuto, portavo dentro fin da piccola un istinto uguale a quando impari a camminare. Non abbandonarla mai e sopportare lui finché mamma non sarà libera e non avrà più bisogno di me, la sua piccola, per continuare a respirare. Perché lei ha fatto lo stesso con me. Non si è tolta la vita e non ha abbandonato la bestia per un unico motivo, quello che esistevo, e una volta libera io, lei avrebbe cercato di uscire da quella trappola dove il destino l’aveva ficcata. Ha resistito anche se intuiva, con l’intuito che abbiamo solo noi donne per quanto ci rifiutiamo di ascoltarlo, che probabilmente il giorno della liberazione non sarebbe mai arrivato o, nel caso fosse arrivato, forse per lei sarebbe stato troppo tardi. Prima che lui si presentasse con la notizia, io avevo già dato da mangiare alle galline e al maiale e adesso non dovevo fare più niente. Non mi spaventava lasciare casa né cominciare a mettere ordine nella mia vita. Così, a passo non proprio spedito ma deciso sì, ho preso il sentiero che attraversava i campi sempre più scuri e freddi man mano che calava la notte, il sentiero con cui avrei raggiunto il villaggio dopo essermi fermata dai Capdevila. Non mi ero ricordata di bere acqua prima di chiudere casa e adesso la grappa si faceva sentire. La lingua mi grattava per quanto era secca. E anche se affamata, non volevo mangiare il pane che avevo in borsa perché mi avrebbe impastato la bocca. Camminavo sempre più svelta, torturata dalla sete e inseguita dal freddo, e il mio unico pensiero era quello di bere e non di prepararmi il discorso per chiedere al signor Capdevila di farmi sposare suo figlio. Ma non ho trovato nemmeno una fonte lungo il tragitto e quando sono arrivata a casa loro sono andata dritta alla stalla, così ho calmato la sete all’abbeveratoio dei maiali mentre un cane rognoso cercava di cacciarmi via. Il maledetto non la smetteva di abbaiare e siccome da quelle parti non passava mai un’anima, il signor Capdevila è entrato a vedere cosa succedeva e mi ha trovato là, inginocchiata nel fango con la testa dentro all’abbeveratoio. Avevo sete, gli dico. Sì, lo vedo. E allora tira fuori da una tasca uno straccio e me lo lancia così mi potevo asciugare le guance bagnate. Era appiccicoso e puzzava di grasso. Mi è venuto da tossire e ho sentito che il viso mi diventava tutto rosso. Mi sono asciu- gata la bocca e poi sono rimasta imbambolata a guardarlo come se non potessi credere che era proprio il signor Capdevila l’uomo davanti a me. Non assomigliava per niente all’immagine che avevo di lui. Lo vedevo sempre in sella e adesso, nella penombra, con il cavallo chiuso nel recinto vicino a me, aveva perso quel non so che di potente che non riuscivo a trovare da nessuna parte per quanto lo cercassi. Ma non importava. Che ci fai qua? mi ha chiesto. Sono venuta a proporti una cosa.
Questo non è certo il posto per intavolare trattative. E nello stesso modo in cui era entrato nella stalla, a passi silenziosi, ha preso la porta e si è diretto verso casa, aspettandosi che io lo seguissi. Ho infilato lo straccio unto dentro la borsa e ho dato un’occhiata alla gonna. Era tutta sporca di fango come le zampe dei maiali, che per la paura si erano rintanati in un angolo, il più lontano possibile da me. Mi sono alzata. Anche se stavo in piedi, il cavallo nero, muscoloso e sveglio di Capdevila era due teste più alto di me. L’animale mi aveva seguito con lo sguardo per tutto il tempo da quando ero entrata nella stalla, e io lo sapevo, non perché lo avessi visto, la sete mi accecava, ma perché, mentre ero inginocchiata con la testa dentro all’abbeveratoio, le orecchie mi erano rimaste fuori e ogni due latrati del cane sentivo il cavallo che sbuffava per avvisare anche lui il padrone. Ma adesso non sbuffava più. Mi fissava, con la testa un po’ inclinata, e sembrava che leggesse cosa mi passava per la mente e che mi desse la sua approvazione con il suo silenzio. Sono saltata fuori dal recinto dei maiali senza smettere di guardare il cavallo, che non aveva ancora distolto gli occhi da me. Ho continuato a camminare, in silenzio, cercando di tenere i passi leggeri e tutti uguali. E non appena mi sono chiusa la porta alle spalle e l’ho sprangata, il cavallo ha lanciato un nitrito potente, che mi è parso un segno di buon augurio e mi ha dato la forza di proseguire, senza paura, non come la ragazza di ventun anni che in apparenza ero, ma come la donna che la bestia aveva punito e costretto a fare le sue scelte prima del tempo. Il verso dell’animale mi ha ricordato che io ero una selvaggia. Ho sentito tutta la forza che avevo dentro, la forza con cui ero riuscita ad arrivare dove ero arrivata, e fiera del mio coraggio, appena entrata in casa ho chiesto al signor Capdevila di darmi suo figlio per marito. Cosa? mi ha risposto. Quello che ho detto, se mi posso sposare con tuo figlio. Se ci possiamo sposare. E lui: Ora non c’è. E io: Fa lo stesso.


