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Riccardo Milani ha ormai abituato il suo pubblico a una poetica ben precisa, romantica e idealistica. A un anno di distanza da , ambientato in un ingenuo Abruzzo da cartolina, la ripropone in La vita va così, prodotto da Medusa Film, che ieri 15 ottobre ha aperto la Festa del Cinema di Roma; ambientato questa volta in una ingenua Sardegna da cartolina, dove ancora una volta la perseveranza, in Palestine direbbero la sumud, in Abruzzo e in Sardegna diremmo la cocciutaggine degli abitanti che non desiderano altro che “vivere in pace nella propria terra” aiutano una piccola a resistere contro le cospirazioni di un destino brutale, o di un quasi sempre cattivo per difetto di pensiero, per aridità di cuore o perché incapace di mettere in discussione il dogma del progresso.

È uno schema collaudato, che Milani intreccia con gli stilemi della commedia all’italiana, e che proprio per essere ormai collaudato forse non potrà mai più toccare le vette altissime di poesia viste la prima volta che il regista romano, di casa anche in Abruzzo, lo tradusse in opera, nel gioiello del 2003 Il posto dell’anima, ambientato sempre nel nostro Parco Nazionale (“nostro” per chi scrive, di origine amorosamente abruzzese). Lì, a fronteggiare i poteri forti con tutta la bellezza dei poteri piccoli erano Silvio Orlando, Michele Placido, Claudio Santamaria e Paola Cortellesi. Qui invece, per la seconda volta consecutiva, tocca a incarnare la perseveranza delle piccole comunità agro-pastorali italiane. L’abbiamo sentita in Un mondo a parte imitare l’accento dell’entroterra aquilano, qui la ascoltiamo provarsi con successo in quello sardo, cavandosela ancora una volta egregiamente nel ruolo della donna indipendente, dignitosa e fiera, resa saggia e resiliente dalla vita (il suo duetto con Geppi Cucciari, presente in un cameo, è uno dei picchi di intensità del film).

“La vita va così” inizia tiepidamente e non senza stereotipi – tanto che sulla loro presenza a un certo punto del film la sceneggiatura prova anche un po’ a mettere le mani avanti, furbescamente – e veri e propri anacronismi un po’ stonati; che forse potevano essere evitati con qualche cura in più. Sentire parlare di “transgender” nell’anno 2000, quando la storia che ci viene raccontata ha inizio, era infatti pressoché impossibile, e persino i trolley che vediamo trasportare da un personaggio sono fuori tempo rispetto all’epoca di ambientazione. Passeranno infatti almeno 10 anni prima che si affermino definitivamente sul mercato.

Ma, man mano che la storia va avanti, questi difetti e i macchiettismi pur presenti passano del tutto in secondo piano, e veniamo interamente catturati dall’integrità di (interpretato da Giuseppe Ignazio Loi), il protagonista che svetta su tutti, piccolo com’è; il pastore delle spiagge, l’unico ostacolo per gli imprenditori milanesi che vorrebbero acquisire il terreno che porta al mare, per costruirci un resort di 5 stelle. Per concludere l’affare serve acquisire il “furriadroxu”, la casa pastorale della Mulas, che su quello stesso terreno sorge. In un territorio piagato dalla disoccupazione e dall’emigrazione forzata, la proposta del resort appare come un miraggio di speranza agli abitanti del paese, sedotti dalla promessa dei posti di lavoro. Ma Efisio, redivivo Bartleby, dice “no”. Il suo terreno e la sua casa non si vendono. Sono appartenuti “al padre del padre del padre del padre del padre di mio padre”, e non hanno prezzo. Diversamente da Bartleby, tuttavia, Efisio ha i suoi perché. Chiari, limpidi, anche se non spreca parole a spiegarli a chi non li vuole conoscere. Neanche Mariano, il capocantiere palermitano (un anche lui a rischio macchietta, ma gradualmente più convincente man mano che va avanti il film) riesce, con le sue arti persuasive, a convincerlo. Finirà invece per convincersi lui che Efisio ha ragione, che la Sardegna merita più rispetto. Che consentire a un resort di lusso di impadronirsi di una spiaggia che è di tutti è un modo per cedere al ricatto e distruggere la comunità; anche se gli abitanti non capiscono, anche se vorrebbero vendere, anche se le promesse di benessere degli imprenditori hanno fatto breccia. Efisio affronta l’isolamento e l’astio e confida che, alla fine, le sue ragioni si affermeranno. Sebbene, come dirà il suo antagonista, nella parte dell’imprenditore milanese palazzinaro di lusso, il suo coraggio non farà emuli, perché “questo Paese ha bisogno di eroi per commuoversi ed esaltarsi”, non di umili esempi da seguire.

La storia di Efisio Mulas è tratta dalla vicenda vera di un pastore del Sulcis, Ovidio Marras, morto l’anno scorso a 93 anni. Una vicenda passata, così come nel film, anche per uno sbocco giudiziario, tuttora non concluso. La vera spiaggia da difendere affinché rimanesse di tutti, e non finisse nelle mani degli imprenditori, era quella di Tuerredda, ed è proprio Tuerredda che vediamo nella pellicola, protagonista silenziosa e viva, bella da togliere il fiato; nel film prende il nome “la grande bellezza”, Bellesa Manna, a fare da controcanto alla grande bellezza decadente dei palazzi del potere rappresentati nell’omonima opera sorrentiniana, lì a Roma così come a Milano.

Furriadroxu significa tornare a casa, in sardo. Il luogo del ritorno dopo il pascolo, dopo il lavoro. E poiché viviamo in tempi unici, tragici, in cui da ormai due anni ininterrotti a questa parte l’universale dell’esperienza umana si è fatto Palestina, è impossibile durante il film non pensare a , non pensare alla Palestina; non pensare ai coloni messianici che scacciano dalle case i pastori , con la violenza bruta; non pensare ai soldati israeliani che hanno privato più della metà degli abitanti di Gaza di una casa alla quale tornare. Impossibile non pensare che, come Efisio, anche i palestinesi stanno chiedendo semplicemente di vivere in pace nella propria terra. Una pace dell’amore per i luoghi e per le persone, non la pace del cemento, che tutto tumula e uccide, né la pace del possesso, che si impone sul rispetto della vita. Il capitalismo coloniale ha tanti volti; durante il genocidio di Gaza abbiamo conosciuto quello più incline all’orrore spietato, la barbarie più nera. Nel caso di Efisio Mulas/Ovidio Marras, Riccardo Milani ritrae il volto di quelli facilmente convinti che tutto e tutti hanno un prezzo, e che sarebbe bastato allettare il pastore con i soldi per convincerlo a sloggiare. In fondo non era stata venduta così anche tutta la Costa Smeralda? “La vita va così”. Non per Efisio Mulas, minuto, anziano, testardo uomo in rivolta con il coraggio del No.

Author

  • Federica D'Alessio

    Journalist, founder of Kritica.it. You can read her articles and essays in MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. She has won several awards including the Premio Luchetta - Stampa italiana in 2022.

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