sabato 09/05/2026, 15:33

L’attacco bellico su larga scala – non precisamente “mirato” come è stato descritto dai media occidentali, visto che ha fatto numerose vittime civili – di Israele sul territorio iraniano, e la risposta del regime di Teheran, hanno aperto l’ennesimo fronte della guerra generale che lo Stato di Israele ha dichiarato al mondo tutto attorno, sia in senso stretto (cinque Paesi colpiti finora), sia, in senso ampio, a chiunque non si sottometta e/o allinei al 100% al progetto espansionistico sionista. Israele sta, non da ora, ma in modo sempre più visibile da quando al potere c’è l’estrema destra messianica, assumendo le sembianze di una tribù etno-nazionalista ad altissima dotazione tecnologica. In guerra tribale contro il mondo, e soprattutto, in guerra contro l’umanità. Una tribù suprematista che ne capeggia molte altre e conta sul sostegno di molte altre: dai suprematisti bianchi europei, all’estrema destra fascista, fino ad arrivare ai neo-arianisti monarchici iraniani.

Con l’attacco a Teheran, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Gaza diventava un “obiettivo secondario”. Come spesso accade con i sionisti, ciò che dichiarano è la proiezione di ciò a cui puntano, e in questo caso ciò a cui Netanyahu e il governo puntano non è distrarre risorse militari né obiettivi da Gaza. Solo distrarre la nostra attenzione, l’attenzione di un’opinione pubblica che nell’ultimo mese cominciava a diventare un po’ troppo esplicita nella condanna delle torture, umiliazioni e devastazioni che il regime di Tel Aviv sta imponendo sugli abitanti di Gaza.

Israele ha capito che il mondo, non solo quello occidentale, si è reso conto di non poter assistere inerme a un genocidio, che il peso di una complicità ignava stava iniziando a diventare insopportabile. Lo ha capito anche grazie alle azioni radicali portate avanti dalla Freedom Flotilla, dalla carovana Sumud e dalla marcia su Gaza, iniziative che con tutte le loro ingenuità e disorganizzazioni, o velleitarietà, hanno avuto un impatto enorme, perché hanno visto azioni combinate fra popoli del nord del mondo e popoli del sud del mondo, insieme. Lo ha capito perché, da che erano soltanto gli Houthi in Yemen a interferire con le operazioni marittime, adesso anche in Europa si moltiplicano le manifestazioni di disturbo al massacro dei palestinesi. I portuali hanno preso l’iniziativa. L’attenzione sul genocidio stava diventando un problema. E allora cosa c’è di meglio che sostituire l’attenzione su un genocidio con l’attenzione su una guerra.

Fare la guerra da parte israeliana è anche un modo per poter portare avanti senza più contestazioni il genocidio, sperando nel riallineamento immediato dei centri mediatici che contano.

Fare la guerra all’Iran è anche un modo per rinfocolare divisioni fra i Paesi musulmani, la linea di faglia fra sciiti e sunniti, e dunque complicare la possibilità che i sommovimenti sociali nel mondo arabo si incontrino con quelli del mondo persiano. Oltre che un modo per attizzare ancora una volta i sentimenti suprematisti e razzisti dei bianchi europei. Anche tanti intellettuali e dissidenti iraniani avevano aderito alla Global March to Gaza, come ha scritto il collaboratore di Kritica Siyavash Shahabi: sostenendone l’indipendenza e la radicalità, fuori da ogni principio geopolitico, rimettendo il protagonismo nelle mani degli individui e delle società civili.

Da queste parti, come sa chi ci legge da più tempo, riteniamo estremamente riduttiva la lettura tutta gepolitica del mondo. Quando si tratta di guerre, gli elementi che riguardano la sola politica di potenza e competizione fra Stati o fra Imperi sono sì pertinenti, e non possono certamente essere scartati in toto dalle letture della realtà. Ma lo sono solo fino a un certo punto e se diventano gli unici presi in considerazione, portano a nostro avviso a letture distorte delle vicende umane. Sono infatti spesso anche gli elementi sui quali è più facile mentire, mistificare e creare nebbie tali da rendere più difficili da comprendere le ragioni più radicali degli atti di potenza. In questo caso specifico, è davvero difficile da credere che la ragione dell’attacco israeliano risieda nel programma nucleare iraniano. Tante ragioni sono state sottolineate da analisti anche italiani di grandi capacità, come Luigi Daniele, che ha fatto notare come appena poche settimane fa l’intelligence americana avesse comunicato le conclusioni cui erano giunti dopo l’ennesima indagine sul nucleare iraniano, e le conclusioni escludevano in modo netto che l’Iran si stesse dotando dell’arma atomica.

La geopolitica non spiega tutto; e a volte non spiega nulla.

Non spiega per esempio l’odio delle élite dominanti contro le società, e il loro costante bisogno di attaccare le società e le loro autodeterminazioni. Al di là di qualsiasi sciocchezza propagandistica possano dire i corifei liberali e/o sionisti occidentali, le protagoniste e i protagonisti del movimento di rivolta Donna, Vita, Libertà sono fra le prime vittime e fra i bersagli di Israele. Che certamente pensa a un regime change, ma un rovesciamento figlio di una guerra, non di una rivoluzione. Un rovesciamento in cui la popolazione iraniana, completamente passiva, assista e ringrazi i liberatori. Netanyahu, spalleggiato in questo da una parte della diaspora iraniana – quella monarchica attiva soprattutto negli Stati Uniti, che auspica il ritorno dei Pahlavi, il cui rampollo Reza insieme alla moglie Yasmine non perdono occasione di sfoggiare visioni razziste e suprematiste di stampo uguale e contrario a quello sionista –, ha in mente una società iraniana che non esiste nella realtà del territorio, e che non ha niente a che vedere con il popolo iraniano in carne e ossa, un popolo con il coraggio dell’autodeterminazione.

Tutte le guerre si fanno, nell’era contemporanea, anche sulle popolazioni, mai solo per ragioni di politica di potenza fra Stati. In ultima analisi d’altra parte, anche quando si tratta di guerre tese alla conquista di risorse naturali, l’ostacolo finale per impossessarsi di un asset strategico qual si voglia sono gli abitanti di un territorio, di più e prima ancora che le élite al governo di quel territorio stesso.

Niente di tutto ciò rappresenta una novità. Chi ha vissuto da adulto e da militante o persona attiva politicamente gli anni dello scoppio della guerra in Iraq sta vivendo in questi giorni una forte sensazione di deja-vu. Sul piano politico, forse l’unica novità, la grande differenza fra ora e allora è che allora Israele chiedeva e ordiva – Netanyahu è stato uno dei più feroci sponsor della guerra in Iraq di George W. Bush – ma non agiva direttamente; erano gli USA a muoversi. Oggi Israele agisce direttamente e porta la guerra anche sul suo stesso territorio. Questo può significare molte cose e non appare in verità un segnale di forza da parte dell’asse Israele-USA.

Ma queste sono considerazioni che riguardano, dicevamo, la dimensione geopolitica. Dal nostro punto di vista, quello della gente comune, delle società civili, tornare a quegli anni con la memoria è necessario per ricordarci la sconfitta assoluta, sonora e traumatica – impastata come fu delle ferite provocate da Genova 2001 prima e dall’11 settembre 2001 poi – patita da movimenti che furono sì moltitudinari, ma di sola protesta. La nostra voce oggi deve rimanere alta e decisa. È tenere più che mai alta l’attenzione sulla Palestina, da Gaza alla West Bank.

Sono i palestinesi il primo target di ogni movenza israeliana, compreso l’attacco all’Iran. Per Israele distruggere l’esistenza del popolo palestinese è un imperativo. Per i popoli del mondo è invece imperativo impedire questo genocidio. Perché non solo di genocidio si tratta, ma di umanicidio in senso ampio. Tollerare il livello di umiliazione e tortura che Israele sta infliggendo sulle popolazioni di Gaza può avvenire solo al prezzo di de-umanizzarci tutti, di trasformarci in perfect soldiers al servizio di imperi ultramilitarizzati. Non è questo il destino che auspichiamo. Né per noi stessi né per chi verrà dopo di noi.

Abbiamo bisogno di cercare, e trovare rapidamente, pratiche e azioni non violenti ma più pragmatiche, più efficaci per metterci di traverso alla macchina distruttiva israeliana e alla complicità, ancora una volta organica, del mondo occidentale con la suddetta macchina. Una complicità talmente appiattita sui soliti meccanismi ipocriti che ormai non fa neanche più notizia. Invece è la presa d’iniziativa dei popoli, sud e nord insieme con il Mediterraneo in una posizione speciale di incontro e combinazione, a fare notizia. È l’iniziativa di eurodeputate coraggiose come Rima Hassan, di personalità note al mondo intero come Greta Thunberg, di migliaia di giovani che non si sono limitati a manifestare a casa loro ma hanno deciso di approssimarsi fisicamente ai palestinesi per portargli la loro solidarietà, a fare notizia. Gli iraniani e le iraniane in rivolta contro il regime sono da questa parte del conflitto. E lo stesso si può dire per i milioni di cittadini americani e immigrati latinoamericani negli Stati Uniti che in questi giorni stanno entrando in conflitto diretto, a viso aperto, contro l’autoritarismo di Donald J. Trump. La trappola retorica tale per cui opporsi alla guerra contro l’umanità tutta condotta da Israele significa sostenere gli ayatollah è inservibile sul piano logico e politico, ha dalla sua solo il vantaggio di una sovraesposizione mediatica martellante. Ma anche questo ormai è un gioco che non funziona più. Fermiamo il genocidio dei palestinesi, fermiamo la macchina distruttiva delle élite dominanti, scagliata in corsa contro l’umanità tutta oltre che contro il nostro Pianeta.

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