domenica 10/05/2026, 7:17

Nelle scorse settimane l’iniziativa di una “Marcia globale su Gaza” lanciata sul web e prevista per il prossimo 15 giugno ha riscosso immediatamente un interesse diffuso, ma anche altrettanti dubbi e incertezze, dovuti in primo luogo alla mancanza di chiarezza sulle realtà promotrici. Kritica ha ricevuto tante richieste da lettori e lettrici, desiderosi di saperne di più; e perciò abbiamo deciso di intervistare l’attuale portavoce della delegazione italiana, la giornalista esperta di Palestina Antonietta Chiodo.

In che ambito è si è sviluppata l’idea di proporre una marcia su Gaza?
La Global March su Gaza è stata ideata da persone che da tutta la vita lavorano, come cooperanti e attiviste nel campo dei diritti umani, con il popolo palestinese e con le popolazioni sotto assedio. All’interno ci sono reporter, medici, infermieri, cooperanti, persone che hanno lavorato nella guerra. Ci sono anche rappresentanti della Freedom Flotilla Coalition, con la quale abbiamo lanciato insieme una dichiarazione congiunta per una “marcia via terra, via aria e via mare” che rompa l’assedio su Gaza.

Dunque non è una realtà composta da associazioni vere e proprie, sono per lo più singole persone attiviste?
Sì, la composizione maggioritaria è di singoli cittadini e cittadine, e il messaggio che vogliamo mandare è che sono i singoli cittadini i titolari della difesa dei diritti umani, che non possiamo più delegare la voce dei diritti umani alla via solo diplomatica o geopolitica. Sono i popoli a dover cambiare le cose, ma una persona, da sola, non può. Se ci uniamo, possiamo.

Purtroppo, il fatto che inizialmente vi siate presentati in forma anonima, come appunto un gruppo di persone qualsiasi, ha prodotto numerose illazioni su chi potesse davvero esserci dietro la campagna stessa.
Personalmente ho scelto di subentrare come portavoce in un secondo momento, dopo la rinuncia della prima portavoce, e di dare subito il mio nome e cognome, anche perché sono abbastanza conosciuta nel mondo della solidarietà con il popolo palestinese, sono una reporter di guerra e ho lavorato in Palestina, con il popolo palestinese. Anche altri portavoce si sono da subito resi riconoscibili pubblicamente con il loro nome e cognome (alcuni di questi sono oggi visibili anche direttamente dal sito, ndr). Da tanti anni conduco progetti con bambini incarcerati da Israele. Ad aver creato confusione è stata la scissione di un gruppo francese, guidato da un personaggio che, in quel caso sì, è stato espulso dall’organizzazione in quanto non ha mai voluto dichiarare agli altri la sua identità.

Puoi spiegare meglio?
Inizialmente il gruppo francese è stato costituito da una persona anonima, ha sempre e solo usato il nome “meshdy” ma non ha mai dichiarato la sua identità e non si è mai mostrato in volto durante le riunioni. Quando l’organizzazione della marcia si riunisce, da circa 25 Paesi diversi, siamo tutti visibili con i nostri nomi, dichiariamo chi siamo, cosa facciamo. Questa persona si è sempre rifiutata, ancora oggi non si conosce la sua identità. Per questo la decisione dell’organizzazione è stata di allontanarlo, ma poiché ancora oggi gestisce il gruppo francese, mi appello a chiunque lo segua: chiedetegli chi è. La marcia non è un’iniziativa che organizziamo clandestinamente.

Quanta risposta avete ricevuto a livello internazionale, finora? Nelle varie chat sono iscritte migliaia e migliaia di persone, quella italiana, penso una delle più numerose in assoluto, conta oltre 5000 persone.
Ci sono più livelli da considerare. C’è un livello di interesse, uno di adesione e uno di effettiva partecipazione fisica. Al momento in Italia, per esempio, hanno mandato la propria adesione circa 150 persone. Sapremo veramente quanti siamo quando avremo ottenuto la risposta delle autorità egiziane sull’autorizzazione a partire ed entrare nel territorio egiziano. La stiamo ancora aspettando, arriverà in forma congiunta a tutte le delegazioni e sarà la stessa per tutte. La manderanno le ambasciate dei vari Paesi, nello stesso momento.

Il vostro intento è quello di muovervi in totale collaborazione con le autorità.
Esattamente. Il principale obiettivo è proprio quello di riuscire a partire in sicurezza e per questo stiamo lavorando molto a livello diplomatico. La delegazione svizzera ha avuto un incontro con l’ambasciatore, anche altre due o tre nazioni sono riuscite ad avere un colloquio, noi invece dall’Italia non abbiamo ancora ricevuto risposta, siamo nel silenzio, ma continuiamo comunque a fare un lavoro di mediazione diplomatica. Se ne stanno occupando varie figure. Abbiamo anche un team legale.

Il testo della dichiarazione congiunta, firmato anche dalla Freedom Flotilla Coalition

Se dovesse arrivare una conferma alla possibilità di partire, a quel punto possiamo sentirci al sicuro sulle possibilità di svolgimento della marcia in serenità. Se non dovesse arrivare una risposta, la decisione della delegazione italiana è che partiranno solo alcune persone, sapendo che c’è un margine di rischio, ma non il gruppo. Il margine di rischio consiste in una possibilità di arresto all’arrivo o anche di poter essere bloccati all’aeroporto di partenza. Si potrebbe essere fermati già in Italia o rimpatriati direttamente dall’aeroporto del Cairo.

La delegazione italiana, sotto la mia responsabilità, ha deciso che se dovessimo essere classificati come ospiti indesiderati non partiremo. Chiaramente non si può fermare comunque il singolo individuo se decide di mettersi su un aereo, ma la delegazione italiana in quanto delegazione in caso di diniego delle autorità egiziane non forzerà il divieto. Non cerchiamo scontri con le autorità egiziane, l’interlocutore politico della marcia a livello statale non è l’Egitto, è Israele.

Tenendo comunque presente che il regime egiziano di fatto collabora con Israele. Ritieni possibile, in questo quadro, poter arrivare a Rafah? E ti aspetti che Israele stesso possa mettere in campo azioni di attacco contro la marcia?
Non credo che Israele colpirebbe mai in territorio egiziano per poter attaccare la marcia, proprio in virtù dei rapporti diplomatici fra i due Paesi. Abbiamo già un team legale importante in Egitto. E abbiamo un team legale in Italia, con avvocati che si stanno unendo. Le persone che partiranno come delegazione avranno sicuramente assistenza. Se dovesse accadere qualcosa in territorio egiziano, il team legale è pronto ad agire, e se le persone dovessero essere rimpatriate, se ci dovessero essere problemi, ci sarà comunque un team legale pronto a sostenerle.

Che probabilità ci sono per la Marcia, in caso di partenza programmata, di andare oltre il Cairo, considerando che anche il Sinai è attraversato da disordini e guerriglia?
Non sono sicura che riusciremo ad arrivare al Sinai, perché per entrare nel Sinai non puoi richiedere un visto prima di partire. Si tratta di arrivare e capire se da lì possiamo andare avanti. Potremmo doverci fermare lì.
Sicuramente bisogna che tutti abbiano chiaro che non si tratta di una gita. Si tratta di una marcia politica in una zona militarizzata, in un periodo che dire caldo è dire poco sul piano geopolitico. Perciò, chi decide di partire deve essere allarmato e avvisato. I rischi sussistono e sono importanti. Per questo abbiamo fissato un’età minima di partenza: nessuna persona con meno di 21 anni potrà unirsi alla delegazione. E per questo sono importanti dettagli come una persona di riferimento da contattare in Italia in caso di problemi. Alcuni storcono il naso quando viene chiesta questa informazione, ma è vitale. In caso di necessità, i legali devono poter avere qualcuno da contattare. Ogni richiesta contenuta nel modulo serve alla tutela della sicurezza di chi partecipa, è stata studiata con attenzione.

Per mettere in piedi la marcia avete pensato di collaborare con realtà politiche, per esempio i partiti che oggi sono in missione a loro volta a Rafah?
Abbiamo informato da tempo l’onorevole Stefania Ascari della volontà di realizzare questa marcia. Saremmo contentissimi se ci sostenesse. Siamo ancora al lavoro per ottenere un supporto di tipo politico ma non è semplice affatto. Le sigle politiche sembra quasi vogliano silenziare questa iniziativa. Non lo trovo giusto: i cittadini hanno diritto di manifestare e hanno anche diritto a ricevere sostegno dalla politica del loro Paese mentre si trovano impegnati nella difesa dei diritti umani.

La Freedom Flotilla Coalition è la realtà più nota e riconoscibile a sostenervi (anche se nel loro sito non si fa riferimento alla Global March to Gaza, ndr). Ce ne sono altre?
Ci sono varie associazioni che stanno via via aderendo all’iniziativa e si stanno unendo alla delegazione. Fra queste la Fondazione Vittorio Arrigoni. Da parte nostra la ricerca di supporto è aperta, più saremo, più possibilità avremo di riuscire. Sebbene non troviamo giusto fare di questa iniziativa una questione di sigle o di nomi, o provare a cavalcare un palco, o dei riflettori. Non è questa l’intenzione con cui nasce la Global March. Per noi la maggior partecipazione possibile, anche da parte delle realtà politiche, è auspicabile innanzitutto in termini di tutela nei confronti dei cittadini che vogliano partecipare. Ma il protagonista, dal nostro punto di vista, è l’individuo, che si unisce ad altri individui e forma la società civile, si riprende il potere, non solo della protesta ma anche dell’indignazione e del conflitto, per sostenere i diritti umani e altre persone. Non bisogna per forza far parte di una delegazione diplomatica per parlare di diritti umani, ne abbiamo diritto tutti.

Andate incontro a un’esigenza molto sentita da parte di tante persone, fare qualcosa nel concreto contro la mattanza del popolo palestinese.
Sì, le persone sono molto interessate per questo e il movimento di curiosità e interesse attorno alla marcia è molto ampio. Per questo ci aspettiamo che le personalità politiche si mettano in contatto con noi, ma in Italia, sembra quasi che i politici facciano finta di non aver letto dell’esistenza dell’iniziativa. Invece è importante che si rendano conto che questo movimento che sta nascendo proprio dal bisogno diffuso di agire, di fare qualcosa e di contare qualcosa, non solo quando andiamo alle urne.

A livello europeo, avete avuto contatti con gruppi parlamentari come il gruppo Left, per esempio? Conoscere i nomi delle realtà che vi sostengono è utile, non perché assuma maggior rilevanza o meno in base a chi la sostiene, ma come espressione di trasparenza.
Ancora non abbiamo ricevuto nessuna conferma esplicita di collaborazione da parte di gruppi a livello europeo. Ci sono associazioni che operano in situazioni di guerra che hanno espresso il loro sostegno alla Global March to Gaza, la maggior parte di queste sono estere. In Italia c’è stato, per esempio, AAMOD, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, che ha espresso la sua adesione nella persona del presidente Vincenzo Vita, portavoce anche di Articolo 21. Le adesioni sono aperte e siamo più che felici di riceverle da parte di ogni associazione che si occupi di diritti umani.

Avete scritto che intendete “rompere l’assedio di Gaza via terra, via mare e via aria”. Partiranno anche delle navi?
Non possiamo dirlo. Certamente l’arrivo nel porto, specificamente a Port Saïd, potrebbe essere più rischioso che non al Cairo, e potenzialmente la traversata potrebbe essere anche più esposta ad attacchi israeliani, visto che, come abbiamo visto nelle scorse settimane, Israele di attaccare in mare non si fa alcuno scrupolo.

Se tutto venisse bloccato, ci sarà la possibilità di convogliare la marcia in territorio europeo?
Se davvero dovessimo rinunciare a una delegazione in partenza per via della risposta negativa delle autorità egiziane, la nostra indicazione è che, nella data prevista per la marcia, si facciano iniziative nei diversi Paesi in simultanea, una per ogni Paese.

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