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Giovedì 25 giugno scorso al Campidoglio, nonostante il caldo torrido, un numeroso presidio del comitato cittadino “Roma sa da che parte stare” ha sostenuto la delegazione che ha incontrato la Giunta comunale sulla Delibera di iniziativa popolare (sostenuta da 17.000 firme e da sette consigli municipali) per l’interruzione di ogni rapporto con Israele.

All’incontro hanno parlato solo la segreteria del Sindaco e la capogruppo del PD ; i restanti capigruppo della maggioranza sono rimasti in silenzio. La Giunta ha consegnato al comitato un documento di sette pagine in cui nega tutti i rapporti che il Comitato chiede di interrompere con aziende israeliane: quelli tra Farmacap e TEVA, tra e Mekorot; quanto al fondo Hines coinvolto nella cosiddetta “riqualificazione” dell’area degli Ex Mercati Generali, la giunta sostiene che si tratti di una società statunitense, priva di legami rilevanti con Israele.

Secondo l’amministrazione, che nel testo – non firmato da nessuno, né redatto in carta intestata, scritto non senza gravi errori grammaticali – utilizza toni scandalizzati respingendo l’accusa di complicità con Israele, la posizione del Comune è tale da rendere superflua la discussione in Aula della . Si tratta di una reazione di rara supponenza e vigliaccheria nei confronti di fronte a una iniziativa democratica dal basso che rappresenta una espressione di volontà popolare e di politica fatta dai cittadini. A maggior ragione se, come il Comune sostiene, non ci sono reali profili di complicità, il chiarimento con i cittadini dovrebbe essere semplice da ottenere, e il voto della delibera rappresenterebbe quasi una formalità.

Il problema è che la posizione della Giunta Gualtieri è in realtà tutt’altro che trasparente. Gli attivisti contestano proprio la mancanza di un chiaro “posizionamento politico” di Roma Capitale su Israele, limitato, in quelle sette pagine, al solo governo Netanyahu, senza mai usare la parola genocidio. La Giunta si copre politicamente dietro la risoluzione parlamentare del 15 aprile 2025 (firmata da Pd, M5S, AVS), che condannava il terrorismo di e le stragi del 7 ottobre, definendo “operazioni militari” quelle israeliane, denunciava violazioni del diritto internazionale (, blocco aiuti, sfollamenti), chiedeva il cessate il fuoco, l’ingresso degli aiuti, lo stop alla vendita di armi e la sospensione dell’accordo UE-Israele, oltre al riconoscimento dello Stato di Palestina e alla soluzione due popoli-due Stati.

Ma quella risoluzione non esime la politica locale dal dovere etico e politico di prendere posizione mettendoci la faccia. Richiamarla è anzi bizzarro da parte di una amministrazione locale. Fa quasi pensare che una Giunta di una città che, nel caso di Roma, è persino dotata di poteri e statuto speciale, sia un mero riflesso delle alleanze nazionali. Cosa peraltro falsa anche nel caso specifico, visto che il Movimento 5 stelle, firmatario della risoluzione unitaria in Parlamento, siede fra i banchi dell’opposizione nella Giunta Capitolina e l’estate scorsa ha provato più e più volte a far passare risoluzioni di condanna del genocidio in corso in Palestina, alle quali la maggioranza ha risposto sostanzialmente con la fuga, per non dover affrontare il voto.

Come ha stigmatizzato il Comitato, l’approccio ambiguo della Giunta continua. Tuttavia, le 16mila firme raccolte non possono non pesare, e infine è stato strappato l’impegno a portare la delibera in Aula Giulio Cesare.Il Comitato annuncia che la mobilitazione continuerà fino all’approvazione della delibera. L’obiettivo politico del Comitato è molto chiaro: ogni consigliere deve dichiarare pubblicamente la propria posizione su un genocidio in corso, senza paraventi.

Di seguito riportiamo, comparabili in colonne, i termini della contesa fra Giunta Gualtieri e comitato “Roma sa da che parte stare” sui singoli punti di intervento richiesti nella delibera.

L’intero dossier di risposta si può leggere qui.

La commercializzazione dei farmaci TEVA nelle farmacie comunali della rete Farmacap

LA POSIZIONE DEL COMUNE DI ROMA

Per quanto riguarda Farmacap, Azienda Speciale Farmasociosanitaria Capitolina, innanzitutto occorre ribadire con fermezza il punto centrale della questione: l’azienda non intrattiene rapporti commerciali diretti con Teva dalla fine del 2024.Non esiste dunque alcun tipo di relazione commerciale tra Roma Capitale, attraverso Farmacap, e aziende farmaceutiche israeliane. Chiarito questo punto, occorre poi sgomberare il campo da un grosso equivoco contenuto nel dossier, relativo alla reperibilità dei farmaci Teva presso le farmacie comunali, frutto di un’interpretazione fuorviante di un passaggio della comunicazione del Presidente di Farmacap Enrico Cellentani in risposta alle interrogazioni n. 36/2026 e n.39/2026. L’interruzione già avvenuta dei rapporti commerciali con Teva non determina infatti, e non potrebbe mai comportare, l’interruzione della dispensazione dei medicinali Teva presso le farmacie Farmacap. Le farmacie comunali, come del resto l’intera rete delle farmacie convenzionate con il servizio sanitario, sono infatti obbligate dalle norme di legge nazionali ad operare nel pieno rispetto delle prescrizioni del medico curante, della continuità terapeutica e della libera scelta del cittadino nell’ambito delle possibilità previste dal sistema farmaceutico nazionale. Si considerino in proposito gli articoli 38 del R.D. 30 settembre 1938, n. 1706, che impone al farmacista di vendere le specialità medicinali di cui sia provvisto e, se richiesto di specialità medicinali nazionali di cui non sia provvisto, di procurarle nel più breve tempo possibile; l’articolo 2 del D.P.R. 8 luglio 1998,n.371, secondo cui il prelievo dei medicinali da parte degli assistiti è liberamente effettuabile presso qualsiasi farmacia aperta al pubblico nell’ambito regionale; nonché L’articolo 105, comma 4, del D.Lgs. 24 aprile 2006, n. 219, che disciplina l’obbligo di fornitura del medicinale non reperibile nella rete di distribuzione regionale. Ne consegue che, qualora il medico prescriva uno specifico medicinale Teva, o il cittadino richieda espressamente un determinato farmaco Teva, Farmacap come ogni altra farmacia italiana è obbligata dalla legge ad assicurare la relativa dispensazione, nel rispetto della propria funzione sanitaria e di servizio pubblico attraverso il sistema della distribuzione intermedia (grossisti).L’eventuale presenza di prodotti Teva presso le farmacie Farmacap non rappresenta, pertanto, la conseguenza di rapporti commerciali diretti attualmente non più esistenti, ma esclusivamente il normale adempimento della funzione sanitaria e pubblica affidata all’Azienda, sulla quale un’amministrazione comunale non ha alcun potere discrezionale.

LA RISPOSTA DEL COMITATO “ROMA SA DA CHE PARTE STARE”

Nella parte che riguarda i rapporti fra l’azienda comunale FARMACAP e la multinazionale israeliana TEVA, la risposta dei gruppi consiliari di maggioranza di Roma Capitale appare fallace e fuorviante. La premessa per comprendere la nostra posizione e la incontrovertibile legittimità della Proposta di per l’interruzione dei rapporti con aziende dello Stato genocida di Israele è che il core business di TEVA è costituito dalla produzione e commercializzazione di farmaci definiti “generici” o “equivalenti”. Detto questo, le linee guida dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), l’ente pubblico nazionale che regola e controlla tutti i farmaci ad uso umano in Italia, parlano chiaro.
Sul sito ufficiale dell’Agenzia (aifa.gov.it) si legge infatti:
“Quando i medicinali equivalenti vengono autorizzati e classificati in fascia A (quindi a carico del Servizio Sanitario Nazionale) possono essere inseriti nella Lista di Trasparenza AIFA. I medicinali inseriti in lista di trasparenza, nello stesso gruppo, sono considerati automaticamente sostituibili, salvo che l’AIFA decida diversamente, sulla base di motivazioni tecnico-scientifiche.
Il farmacista, qualora sulla ricetta non risulti l’indicazione del medico della non sostituibilità del farmaco prescritto, dopo aver informato il paziente e salvo diversa richiesta di quest’ultimo, gli fornisce il farmaco avente il prezzo più basso.
Qualora il medico apponga sulla ricetta l’indicazione di non sostituibilità o il paziente non accetti la sostituzione proposta dal farmacista, la differenza fra il prezzo più basso e il prezzo del farmaco prescritto è a carico del paziente”.
Dunque, non corrisponde al vero quanto scritto nel documento fornito dai gruppi di maggioranza capitolini alla delegazione del Comitato “Roma sa da che parte stare” in data 25.06.2026, laddove si sostiene che:
“L’interruzione già avvenuta dei rapporti commerciali con Teva non determina infatti, e non potrebbe mai comportare, l’interruzione della dispensazione dei medicinali Teva presso le farmacie Farmacap. Le farmacie comunali, come del resto l’intera rete delle farmacie convenzionate con il servizio sanitario, sono infatti obbligate dalle norme di legge nazionali ad operare nel pieno rispetto delle prescrizioni del medico curante, della continuità terapeutica e della libera scelta del cittadino nell’ambito delle possibilità previste dal sistema farmaceutico nazionale”.
Dando per scontato che il sito ufficiale dell’AIFA non divulghi contenuti contra legem (compreso il Regio Decreto citato nel documento fornito dai gruppi di maggioranza), aggiungiamo che l’art. 5 della Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare è molto chiaro al riguardo:
(L’ASSEMBLEA CAPITOLINA DELIBERA) «di autorizzare e impegnare i rappresentanti dell’Amministrazione Capitolina in seno agli organi sociali di Enti e Società Partecipate a far adottare misure analoghe a quelle disposte col presente atto, in particolare, riguardo il rapporto tra ACEA SpA e Mekorot e FARMACAP e TEVA (per tutti i farmaci generici sostituibili con quelli di altre aziende), con esplicito richiamo e rispetto del Codice Etico adottato dalle due aziende».
Non esiste per le farmacie comunali alcun obbligo di smerciare i farmaci generici prodotti da TEVA, salvo esplicita prescrizione del medico curante o altrettanto esplicita richiesta del paziente, casi in cui il farmacista provvederà ad ordinare il farmaco richiesto, che generalmente giunge nell’arco di 24/48 ore.
La scelta di esporre i farmaci TEVA, di tenerli in magazzino o di proporli al cliente è del tutto libera e, nel caso delle farmacie comunali, dipende dagli indirizzi politici, posto che Roma Capitale detiene il 100%

La partnership fra Acea e Mekorot

LA POSIZIONE DEL COMUNE DI ROMA

La dichiarazione d’intenti con l’omologa israeliana Mekorot fu sottoscritta nell’ambito dell’incontro bilaterale del 2 dicembre 2013 tra Italia e Israele. Tale intesa prevedeva la possibilità di avviare delle future collaborazioni tra Acea e Mekorot, tuttavia essa non ha avuto alcun seguito. Non è stata mai attivata alcuna collaborazione e il memorandum, che aveva una durata di 24 mesi, è scaduto e non è mai stato rinnovato. Per quanto attiene ad altre tipologie di collaborazione, si fa riferimento all’utilizzo di forniture, tecnologie o servizi reperiti sul mercato, nell’ambito di ordinarie procedure commerciali o di evidenza pubblica, che non integrano di per sé alcun rapporto diretto tra Acea e società israeliane.

LA RISPOSTA DEL COMITATO “ROMA SA DA CHE PARTE STARE”

Nel tentativo di smontare le evidenze prodotte dal dossier popolare “Le Carte”, l’amministrazione si è incastrata in un vero e proprio vicolo cieco logico e normativo, in cui le giustificazioni tecniche degli uffici si scontrano frontalmente con gli stessi atti politici approvati dalla maggioranza consiliare.

La contraddizione insanabile: il “Memorandum fantasma” e la n. 102

Nella memoria di risposta, la Giunta afferma testualmente che la dichiarazione d’intenti (Memorandum of Understanding) siglata nel dicembre 2013 con l’omologa israeliana Mekorot aveva una durata vincolante di 24 mesi, è scaduta definitivamente nel 2015 e non è mai stata oggetto di rinnovo o proroga.

L’amministrazione dichiara in premessa di poter smontare il dossier popolare “su chiara base documentale”, ma non allega alcuna documentazione ufficiale, atto di recesso, parere legale o notifica che attesti la reale e definitiva cessazione degli effetti giuridici di quel protocollo. Ci si trova, di fatto, di fronte a una pura rassicurazione verbale degli uffici, priva di valore certificatorio, che non spiega perché Acea abbia sempre rifiutato non solo di rendere pubblico il Memorandum ma di rispondere in merito sia ai molti cittadini e gruppi che ne hanno fatto richiesta sia ai giornalisti, come l’inchiesta giornalistica “Acqua in bocca” di Marianna Donadio e Dora Farina del 2025 ben dimostra.

Se questa premessa amministrativa — indimostrata nei fatti — corrispondesse al vero, l’accordo in questione sarebbe un atto giuridicamente estinto, morto e privo di qualsiasi effetto dal lontano 2015. Tuttavia, gli archivi storici delle delibere di Roma Capitale smentiscono clamorosamente questa ricostruzione, creando un evidente cortocircuito istituzionale:

Il dato documentale: Il 18 settembre 2025, l’Assemblea Capitolina ha discusso e approvato a larga maggioranza la Mozione n. 102. Tale atto impegnava formalmente il Sindaco e la Giunta «ad adottare ogni utile iniziativa finalizzata a non dare seguito al memorandum stipulato nel 2013 tra Acea S.p.A. e Mekorot Water Company Ltd, fino al superamento della drammatica crisi».

Il cortocircuito logico: Dal punto di vista del diritto amministrativo e della logica istituzionale, un’aula consiliare non può votare la “sospensione” o l’interruzione degli effetti di un accordo già estinto da due lustri.

Delle due l’una: o l’amministrazione sta mentendo nel documento odierno per sgonfiare la portata dell’inchiesta popolare, oppure ha approvato, mostrando una certa sciatteria nel non informarsi presso la sua partecipata, un atto totalmente privo di oggetto nel settembre 2025 al solo scopo di esibire un “passaporto di moralità” temporaneo alla piazza, lasciando intatta la sostanza dei rapporti commerciali.

La logica dell’opportunismo temporaneo contro i diritti strutturali

Un’ulteriore e gravissima criticità emerge dall’analisi della dicitura contenuta nella stessa Mozione 102: l’impegno a non dare seguito all’accordo viene circoscritto «fino al superamento della drammatica crisi». Questa formula svela la natura puramente cosmetica e cerchiobottista del centrosinistra capitolino:

L’allontanamento a tempo: Per la Giunta, la cooperazione con un’azienda come Mekorot ampiamente documentata dalle agenzie internazionali e dalle come il braccio operativo dell’apartheid idrico e della sistematica sottrazione di risorse idriche alla popolazione palestinese nei territori occupati — non costituisce un problema etico assoluto o una violazione strutturale del Diritto Internazionale Umanitario.

La strategia del congelamento: Il distacco viene trattato come una misura d’emergenza legata esclusivamente all’eco mediatica dell’attuale escalation militare. La dicitura tradisce la precisa volontà politica di congelare la facciata pubblica dei rapporti durante il picco del , per poi poter tranquillamente riallacciare i contatti operativi a fari spenti una volta che l’attenzione dell’opinione pubblica si sarà ridotta. Al contrario, la Delibera di Iniziativa Popolare spaventa il Campidoglio perché esige una rottura strutturale, permanente e non negoziabile con l’apparato coloniale.

Lo schermo dell’evidenza pubblica: l’ipocrisia delle “tecnologie di mercato”

Per blindare la propria posizione ed escludere ogni responsabilità, il Comune si rifugia infine dietro un paravento tecnico: ammette esplicitamente che ACEA fa regolarmente «utilizzo di forniture, tecnologie o servizi reperiti sul mercato, nell’ambito di ordinarie procedure commerciali o di evidenza pubblica», ma sostiene che tali transazioni non integrino di per sé un “rapporto diretto” con lo Stato d’Israele.

Questo specifico passaggio costituisce il cuore dell’ipocrisia tecnica sollevata dai movimenti:

La conferma del dossier “LE CARTE”: L’amministrazione, convinta di difendersi, sta in realtà confermando integralmente i fatti denunciati da ROMA SA DA CHE PARTE STARE. Il Comune certifica che i canali di approvvigionamento economico e tecnologico tra ACEA e l’apparato industriale israeliano sono attivi e funzionanti.

Il sofisma del bando pubblico: Sostenere che l’acquisto di software, brevetti o infrastrutture idriche tramite un bando di gara ad evidenza pubblica “cancelli” la complicità è un sofisma burocratico inaccettabile. Il mercato non è una zona franca esente dal rispetto dei diritti umani.

Il crollo dell’alibi normativo: il potere delle clausole di esclusione etica

L’argomentazione finale della Giunta si basa sulla presunta “obbligatorietà” delle norme sui mercati e sulla concorrenza, che impedirebbe all’amministrazione di esercitare alcuna discrezionalità sui vincitori dei bandi d’appalto indetti da ACEA. Si tratta di un palese e infondato alibi normativo.

La facoltà giuridica dell’azionista: In qualità di socio di maggioranza e titolare del controllo su ACEA S.p.A., Roma Capitale ha il pieno potere e il preciso dovere di dettare le linee guida etiche e i criteri di indirizzo industriale della propria partecipata.

I precedenti internazionali e le linee guida ONU: Il diritto comunitario e nazionale consente pienamente alle stazioni appaltanti di inserire nei capitolati di gara e nelle procedure stringenti clausole di esclusione etica legate al rispetto dei diritti umani. Numerose grandi municipalità europee escludono sistematicamente dai propri bandi pubblici qualsiasi azienda o multinazionale inserita nella black-list ufficiale delle Nazioni Unite o coinvolta nello sfruttamento economico dei territori occupati illegalmente.

Se la Giunta Gualtieri decide di non applicare questi criteri restrittivi all’interno di ACEA, la motivazione non risiede in un limite tecnico dei codici degli appalti, ma in una precisa scelta politica volta a tutelare gli interessi commerciali e i dividendi dell’azienda, anteponendo il profitto aziendale al Diritto Internazionale. Il paravento burocratico è crollato: l’amministrazione ha l’obbligo di portare la Delibera in Aula e rispondere di questa complicità di fronte alla città.

Il caso Ex Mercati Generali e il Fondo Hines

LA POSIZIONE DEL COMUNE DI ROMA

Anche il terzo punto del dossier, secondo cui Roma Capitale sarebbe “complice del genocidio” a causa del fatto che la società Hines è titolare della concessione per l’intervento di riqualificazione degli ex Mercati Generali è irricevibile e del tutto priva di fondamento. Hines è una multinazionale statunitense, tra i principali operatori mondiali nel settore immobiliare, fondata e con sede centrale a Houston, Texas. Non è una società israeliana, non è controllata da soggetti israeliani e, come si può facilmente evincere dai documenti societari e dalle informazioni pubbliche del gruppo, Israele è anzi tra i pochi Paesi in cui Hines non opera stabilmente. In Italia Hines è presente da anni attraverso la propria struttura nazionale, con sede a , e opera come uno dei principali soggetti internazionali del settore immobiliare. Attribuirle rapporti particolari con Israele è dunque un’affermazione del tutto falsa sul piano dell’assetto societario.

Altrettanto frutto di una distorsione è l’argomento, richiamato nel dossier, circa l’investimento della compagnia assicurativa israeliana, Menora Mivtachim, nel fondo europeo gestito da Hines. (HEVF”). Innanzitutto, c’è un dato fondamentale: si tratta di un investimento in un veicolo finanziario, non di una partecipazione in Hines, società titolare del progetto romano, nel quale non risultano investimenti israeliani, né tantomeno esiste alcun tipo di rapporto di controllo o di qualsivoglia legame operativo con Israele.

Inoltre, se si osserva tale investimento anche dal punto di vista quantitativo, la tesi del ruolo di investitori israeliani in Hines risulta ancora più infondata. Proprio questa circostanza dimostra, piuttosto, come i rapporti tra Hines e singole società o cittadini israeliani siano particolarmente labili e irrilevanti. L’investimento israeliano citato è infatti pari a circa 108 milioni di dollari complessivi. Rapportato agli asset under management di Hines, superiori a 90miliardi di dollari, esso rappresenta circa lo 0,2%: un quinto dell’uno per cento. Una quota infinitesimale, non solo priva di qualsiasi significato di controllo, indirizzo o governance ma irrilevante anche dal punto di vista economico.

Al contrario, nell’attività di Hines, ben più rilevante svolto da Qatar Investment

Authority in Italia, ad esempio nell’operazione Porta Nuova a Milano. Eppure

nessuno considera per questo Hines una società qatariota, né contesta

automaticamente le operazioni immobiliari in cui siano presenti capitali del Qatar.

La verità è semplice: Hines è una società statunitense. Non opera in Israele. Non è controllata da capitali israeliani. È una delle società internazionali di investimento al mondo che ha meno rapporti con l’economia israelana, infinitamente minori rispetto ad altri Paesi del Medioriente che certamente non possono essere accusati di complicità con le azioni di Gaza.

È certamente legittimo criticare i singoli progetti urbanistici, discuterne l’impatto, chiedere trasparenza e garanzie pubbliche. Ma accusare Roma Capitale di complicità con i gravissimi fatti di Gaza sulla base di una rappresentazione completamente falsa della natura di Hines non è critica politica: è una forzatura infondata che respingiamo con la massima nettezza.

LA RISPOSTA DEL COMITATO “ROMA SA DA CHE PARTE STARE”

La linea difensiva di Roma Capitale in merito alla concessione per la riqualificazione degli ex Mercati Generali alla multinazionale statunitense Hines si rivela particolarmente “nervosa”, approssimativa e infarcita di macroscopici errori di calcolo. Nel tentativo di liquidare il nostro dossier come “priva di fondamento”, la segreteria del Sindaco manipola i dati finanziari globali per minimizzare una realtà incontestabile: i profitti generati dalla trasformazione urbana di un quadrante storico di Roma andranno anche a remunerare l’apparato finanziario israeliano.

Il trucco contabile dei 90 miliardi e il peso reale di Menora Mivtachim

Il Comune definisce “infinitesimale” e pari allo 0,2% la quota della compagnia assicurativa israeliana Menora Mivtachim, dividendo i 108 milioni di dollari investiti da quest’ultima per l’intero patrimonio globale gestito da Hines nel mondo (AUM), stimato in oltre 90 miliardi di dollari. Si tratta di un gravissimo errore metodologico o di una deliberata alterazione dei fatti che dimostra come gli uffici comunali debbano studiare meglio i dati finanziari dell’opera che amministrano.

La dimensione reale del fondo: L’intervento di rigenerazione urbana degli ex Mercati Generali a Roma non fa capo genericamente alla galassia mondiale di Hines, ma è inserito all’interno di un veicolo finanziario specifico, il fondo Hines European Value Fund 2 (HEVF 2).

L’impatto del capitale israeliano: Come attestato dalle dichiarazioni del CEO di Hines e dalle rilevazioni della piattaforma internazionale PitchBook (la fonte d’analisi finanziaria più accreditata e affidabile a livello globale), il fondo HEVF 2 ha una dimensione complessiva di 1,34 miliardi di euro (non 90 miliardi).

La quota reale: Rapportando i 108 milioni di dollari investiti da Menora Mivtachim alla reale dimensione del fondo europeo in cui è inserita Roma (1,34 miliardi), la percentuale non è affatto dello “0,2% infinitesimale” sbandierato dal Comune. Non parliamo di un investimento “labile e irrilevante”, ma di una massa monetaria dal peso enorme, tanto che PitchBook identifica Menora Mivtachim Holdings come uno dei soci accomandanti (Limited Partner) del fondo Hines European Value Fund 2, con l’ultima collocazione registrata il 31 dicembre 2020.

Il fallimentare benaltrismo geopolitico sul Qatar: Nel documento di risposta, il Campidoglio azzarda un paragone geopolitico decisamente fuori luogo, citando gli investimenti della Qatar Investment Authority in Italia (come l’operazione Porta Nuova a Milano) per sostenere che nessuno accusa Hines di essere una società qatariota. Questo argomento difensivo presenta due falle logiche e morali devastanti:

La confusione sulla natura dei governi: Scomodare il Qatar per giustificare la presenza di capitali israeliani è un esercizio di retorica debole. Per quanto si possa essere in totale disaccordo con il modello di governo del Qatar, esso attiene alla sovranità interna e al principio internazionale dell’autodeterminazione dei popoli, senza che il Comune di Roma possa ergersi a giudice o pretendere di “esportare la democrazia” nei paesi del Golfo.

La distinzione tra diplomazia e complicità con un genocidio: L’argomento del Comune crolla di fronte a un fatto brutale e immediato: il Qatar, pur con tutte le sue criticità interne, non sta compiendo un genocidio né è sotto indagine per crimini contro l’umanità da parte dei tribunali internazionali. Israele sì. Equiparare i due flussi finanziari per normalizzare il profitto israeliano sulle aree pubbliche di Roma è un’operazione politica inaccettabile e profondamente cinica.

L’assenza di criteri di selezione etica e di monitoraggio sui capitali privati

Hines è una multinazionale con sede a Houston, in Texas, ed è formalmente un soggetto statunitense. Ma questo non solleva Roma Capitale dalle sue responsabilità di controllo etico. Gli ex Mercati Generali sono un bene comune della città di Roma, dato in concessione pubblica.

Il dovere dell’amministrazione: Sapere che circa l’8% del fondo che gestisce la riqualificazione di quel pezzo di Roma è di proprietà di Menora Mivtachim — colosso assicurativo israeliano che trae profitto anche dall’economia illegale delle colonie in Cisgiordania — imponeva al Comune una istruttoria preventiva sui requisiti di moralità e impatto etico e l’attivazione di clausole di salvaguardia.

Invece di rispondere con nervosismo arrampicandosi su percentuali globali errate e paragoni con altri Stati, la Giunta Gualtieri farebbe meglio a consultare i dati finanziari aggiornati e accessibili. La verità contabile è emersa: il progetto degli ex Mercati Generali è legato anche alla redditività del capitale israeliano. Su questo punto, l’alibi tecnico del Comune è crollato: la parola deve passare immediatamente all’Aula.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita (non più di metà articolo) citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

CREDITI FOTO: Emiliano Liberatori/Facebook

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