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“Il taglierino te lo lascio?” domanda l’operatore del triage dell’ospedale, dove sono arrivata con un’ambulanza chiamata da me. Avevo iniziato a tagliarmi i polsi davanti al PC con un piccolo taglierino retrattile a forma di nuvoletta blu. Da quattro anni sono seguita dal Centro per la Salute Mentale (CSM) della mia città. Quattro anni di farmaci, quattro anni di psichiatra, con un vuoto di sei mesi per il passaggio dalla vecchia alla nuova psichiatra. Sei mesi di nulla. Sei mesi di farmaci mandati giù in solitudine.
In quattro anni di CSM ho guadagnato un’esenzione dal ticket per “Depressione maggiore – episodi ricorrenti”. Ma non è abbastanza per avere accesso alla psicoanalisi o, più in generale, a una psicoterapia, che pure è caldamente raccomandata da qualunque psichiatra mi visiti.
Il taglierino poi lo ha preso un’infermiera, ritenendo inopportuna l’opinione del collega di lasciarlo a me dopo avermi detto che queste cose non si fanno, che c’è gente che mi vuole bene a cui il mio gesto causerebbe dolore, che le cose si risolvono tutte. Tutte cose che mi stava dicendo in buona fede, candido e benintenzionato nel suo paternalismo e nella sua totale inconsapevolezza della situazione.
Secondo il Rapporto del Ministero della Salute 2024, le persone assistite dai servizi di salute mentale durante il 2024 sono 845.516. Il 55,9% di sesso femminile. “In particolare per la depressione – dice il Rapporto – il tasso degli utenti di sesso femminile è quasi doppio rispetto a quello del sesso maschile”. Ora, dare un rapido sguardo ai numeri del personale operante nelle strutture di assistenza fa capire quanto ci manchi Basaglia e tutta la sua teoria.
“La dotazione complessiva del personale all’interno delle unità operative psichiatriche pubbliche, nel 2024, risulta pari a 33.142 unità. Di queste il 14,5% è rappresentato da medici (psichiatri o altra specializzazione), il 7,0% da psicologi”.
Il 7% da psicologi.
Siamo quasi 60 milioni di abitanti in Italia. 10.732 unità vuol dire che per ogni psicologa/o ci sono potenziali 5000 e più utenti.
Il Rapporto continua. Per esempio, in merito ai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC): “Nel 2024 il numero dei SPDC attivi è pari a 307 con complessivi 3.762 posti letto per ricoveri ordinari e 298 posti letto per ricoveri in day hospital; le strutture ospedaliere in convenzione che erogano attività di assistenza psichiatrica sono pari a 19 con un totale di posti letto per degenza ordinaria pari a 543 e a 13 per day hospital. Per il totale Italia, l’offerta per i posti letto in degenza ordinaria è di 9,2 ogni 100.000 abitanti maggiorenni”.
Non servono ulteriori commenti.
È appena terminato maggio, mese della consapevolezza sulla salute mentale. Mese in cui ricorre l’anniversario della cosiddetta legge Basaglia, la legge 180 del 13 maggio 1978. Con questa legge l’Italia, per prima a livello internazionale, chiuse i manicomi.
Fino a quel momento la legge in vigore, nota come legge Giolitti, prevedeva che i pazienti fossero privati dei diritti civili e iscritti al casellario giudiziario, perdendo di fatto la facoltà di autodeterminarsi e decidere per sé. I manicomi erano, nella realtà pratica, carceri, luoghi di vera e propria reclusione, fino alla costrizione fisica, con misure di contenzione e shock.
Non solo: il manicomio non era esclusivamente una struttura che riceveva persone affette da patologie psichiatriche; c’erano anche soggetti con problemi di dipendenza da alcol, con sindrome di Down, persone con disabilità oppure semplicemente indigenti. Insomma, persone rinchiuse lì perché nella società non c’era posto per loro. Perché fuori erano pericolosi, davano scandalo ed erano improduttivi (nel senso capitalistico del termine, ovviamente).
“I giardini di Abele”, di Sergio Zavoli, è un memorabile servizio che documenta, 10 anni prima della legge 180, la situazione dei degenti nel manicomio di Gorizia, le loro condizioni e il lavoro di Franco Basaglia per una cura che non fosse emarginazione e annientamento della persona.
La voce fuori campo ricorda: “Del resto, quando e perché il matto diviene socialmente discutibile e pericoloso? Alla fine del XVI secolo, allorché per razionalizzare la produzione, presupposto pratico della società borghese che inizia la sua ascesa al potere, si richiede l’emarginazione degli elementi socialmente improduttivi”.
Questo è un punto fondamentale del racconto, perché lega indissolubilmente il disagio psichico al disagio sociale e a un determinato sistema economico-politico che impone agli individui una vita letteralmente disumana, votata ai ritmi del profitto.
“Forse non sono malato – dice uno dei pazienti, con una lucidità estrema e disarmante – […] Beh dalla gente fuori è facile essere accolti, basta avere del denaro, no? […] Per farsi capire bisogna parlare delle cose di lavoro […] Anche un malato ha facili rapporti fra individui quando lavora, quando si fa vedere che lavora e che guadagna soldi, allora viene considerato dalla società. La società chiede a me di essere un uomo, di produrre […] Se parlo di film, di sole, di poesie, eccetera, nessuno mi sta ad ascoltare, mentre se parlo di cose serie, di soldi, tutti mi ascoltano”.
Con la legge Mariotti del 1968 i pazienti riacquistano i diritti civili. Inoltre, la legge stabilisce un numero massimo di posti letto nelle strutture, evitando i sovraffollamenti.
Basaglia capisce qualcos’altro: crea laboratori artistici e cooperative di pazienti lavoratori, così i pazienti possono avere uno stipendio e conquistare dignità e autonomia, uscendo da quella povertà che spesso ne causava l’internamento o comunque si aggiungeva alla malattia.
Sulla scia di queste azioni rivoluzionarie, nel 1973 nasce il movimento “Psichiatria democratica”. Marco Cavallo è il nome dell’opera creata nel 1973 da un gruppo di artisti: Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia, Federico Velludo, Ortensia Mele, Stefano Stradiotto. Realizzata insieme ai pazienti reclusi. Un cavallo azzurro (così hanno voluto loro) alto circa 4 metri che simbolicamente varcava la soglia del manicomio per liberare tutta quell’umanità imprigionata.

La chiusura dei manicomi presupponeva la creazione di un sistema di servizi territoriali.
Esttamente nello stesso anno nasce il Sistema Sanitario Nazionale.
L’Italia era un Paese all’avanguardia.
Lo era.
Tuttavia, da quel momento a oggi si è instaurata una nuova forma di chiusura. Le regioni erogano servizi attraverso i Dipartimenti di salute mentale, che però sono perennemente in carenza di personale, non ricevono abbastanza fondi e non riescono a far fronte al fabbisogno della popolazione.
Nella mia città, Pomezia in provincia di Roma, per fare un esempio, c’è un unico CSM. All’interno di questo CSM ci sono solo due psicologi “fissi”. Un unico CSM a fronte di una popolazione che supera i 60.000 abitanti. Senza contare quelli del comune limitrofo di Ardea (quasi 50.000).
A 48 anni dalla promulgazione della legge Basaglia, in tutta Italia mancano risorse, strutture, personale.
Mentre la collega dell’operatore che mi voleva lasciare il taglierino con la nuvoletta blu infine se lo mette in tasca, sono in stato di dormiveglia, in attesa sulla poltrona blu del triage.
Mi spostano su una barella. Sono nell’area interna del Pronto Soccorso. E lì rimango per ore, con il sangue che si coagula sui polsi e la maglietta macchiata di rosso. Rimango lì, in una postazione molto comoda per vedere tutti gli altri pazienti, prevalentemente anziani, che entrano lamentandosi per i dolori, chiamano le infermiere, gemono, urlano. Nella mia testa è il caos totale, vorrei spegnere tutto ma non so come fare.
A un certo punto vedo entrare un paziente con la pistola alla cintura. È una guardia, forse lavora lì. Si è sentito male, lo sdraiano su una barella, non è cosciente. Lo guardo con insistenza. Penso con insistenza all’arma a portata di mano. Non ho il taglierino, ma lì c’è qualcosa di più efficace. Fermo un’infermiera che corre, e che mi risponde scocciata. Chiedo se ci sono notizie dello psichiatra che dovrebbe visitarmi. Lei non è di quel reparto, non sa, devo chiedere all’infermiere del pronto soccorso, quelle che corrono di qua e di là come cavallette perché il personale è sempre troppo poco per far fronte a tutto quello che arriva da fuori. Fermo l’infermiera giusta. Un attimo e arriva. Chiedo notizie dello psichiatra, mi risponde che non sa, che è stato avvisato, ma ha un reparto da gestire, quindi è molto impegnato. Sta per andare via, ma la trattengo: le dico di quell’uomo, quello con la pistola; le dico che la mia testa mi sta dicendo di andare lì e prendere quella pistola.
Accade una magia. Improvvisamente appaiono due psichiatri del reparto. Sono lì con, me, mi fanno domande, sono gentili, mi consigliano il ricovero. Inizialmente non voglio, ma poi accetto. Mi sparano in vena benzodiazepine e mi addormento. Mi svegliano quando è ora di portarmi in reparto.
La mia compagna di stanza è una signora gentile e solare: “Sai come vivrei se non avessi questo peso? Come una farfalla”. Io arrivo già intontita, un’infermiera mi rimedia qualcosa da mangiare (non mi hanno passato la cena in Pronto Soccorso), mangio, ma non ricordo benissimo tutto quello che succede dopo. Sicuramente mi danno i miei farmaci e poi delle gocce per dormire. E io dormo, dormo un sonno senza sogni. E il giorno successivo continuo a dormire, non faccio altro che dormire. “Il sonno indotto è talmente profondo da non lasciare tracce oniriche, ma non ristora”, così scrive Andrea Pomella in uno dei suoi interventi lungo il diario della sua degenza che ha condiviso su Facebook. I farmaci sono la terapia principale in questi posti. Anzi, forse l’unica terapia.
Guardo la scheda settimanale delle attività. Noto che non è mai previsto un colloquio psicologico individuale. Mai. Ogni mattina c’è la visita medica, mirata ad aggiustare le dosi dei farmaci. Ma mai un colloquio psicologico individuale. Ci sono però attività di gruppo. Facoltative. Partecipo all’attività del giorno.
Credo sia tenuta da un TeRP, terapista della riabilitazione psichiatrica. Mi aspetto un momento di ascolto e scambio, di condivisione e aiuto reciproco. Assisto a una sorta di presentazione in stile aziendale, un documento Power Point sulla nozione di “recovery”; piccolo iniziale momento di imbarazzo perché, prima che sullo schermo apparisse la parola, tutti avevamo inteso che si sarebbe parlato di “ricoveri”. Insomma, una serie di slide che scorrono parlandoci di percorsi di recupero, di individuazione di risorse e strumenti, e soprattutto di obiettivi, grandi o piccoli che siano, perché gli obiettivi danno senso di finalità e determinazione, danno possibilità di migliorare la qualità della vita, danno quel senso di scopo e significato che fa stare bene e che fa reggere meglio lo stress.
Obiettivi, finalità, strumenti, stress.
Mi torna in mente il documentario di Zavoli.
E un’altra cosa che scrive Pomella nel suo diario: «La dottoressa mi racconta una storiella, un giorno in macchina si ritrova prigioniera di un ingorgo, dopo un po’ un ciclista la sorpassa, dietro ha appeso un cartello che dice: “Non sei bloccato nel traffico, il traffico sei tu”, lei mi fissa con occhi teneri e luccicanti: ‘Capisce cosa voglio dire?’
Una delle ragazze presenti al gruppo tenterà di farsi del male e sarà perciò sedata e legata al letto. Uno dei ragazzi prenderà a pugni il muro tanto da ferirsi, sarà quindi sedato e reso totalmente innocuo: uno zombie che biascica e sbava. Un altro ragazzo dorme sempre, incessantemente, non parla, fa i suoi pasti e torna a dormire. Ci riuniamo in un piccolo gruppetto per protestare contro questa gestione delle crisi e per chiedere come mai nel piano delle attività non è previsto un regolare colloquio individuale con lo psicologo. La dirigente del reparto arriva e fa una battuta sul fatto che siamo riunite come in un concilio sindacale e poi dice candidamente che, qualora fosse necessario, si può richiedere un consulto con lo psicologo. Qualora fosse necessario. Le rispondo che “Scusi, in un reparto psichiatrico chi è che non ha bisogno di un regolare colloquio individuale con uno psicologo?”. Aggiungo anche che Basaglia qui non si è neanche visto passare. Lei alza le braccia ed esclama un “eh Basaglia…”. Concludo che firmerò per uscire contro parere medico.
Di fronte al medico di turno dico tutto quello che penso, anche la mia opinione sull’inutilità di certe terapie di gruppo che ci vuole molto coraggio a chiamare terapie. Rievoco ancora il nome di Franco Basaglia di fronte a un paio di occhi aggrottati che non sembrano abituati ad avere a che fare con esseri adulti, senzienti e pensanti.
Ci infantilizzano. Nel reparto psichiatrico i pazienti non sono veramente persone, o comunque non sono persone alla pari di medici e infermieri. Sono come bambini, che vanno gestiti, trattati. La stessa impressione l’ho avuta in pronto soccorso relativamente agli anziani: anche in quel caso, non-persone da gestire, anche con un certo fastidio. Perché la vecchiaia è terribile, la vecchiaia urla, sbava, si fa la pipì addosso.
Nel suo diario a un certo punto Pomella dice al medico che “se penso alle cose da fare una volta fuori di qui mi viene voglia di trasformarmi in un albero, in una ringhiera di ferro battuto, in un cartello che indica l’uscita d’emergenza”. Ho avuto esattamente lo stesso pensiero. Intendo l’albero. Ho pensato che avrei voluto trasformarmi in un albero, anche perché nell’unico spazio aperto a noi concesso non c’era nemmeno una piantina, nemmeno una macchia di verde. C’era una palla un po’ sgonfia con una faccia disegnata sopra e un nome: Wilson.
Anche nel diario di Pomella appare questo personaggio, che forse esiste spesso nei servizi dedicati alla salute mentale: “Ieri camminando in giardino mi sono fermato a fissare il moncone di un ramo segato di netto, qualcuno con della vernice rossa ci ha disegnato sopra due occhi e una bocca sorridente, un rametto di tuia cresciuto lì accanto ha coronato lo smile con un ciuffo di capelli, ho pensato che potrebbe chiamarsi Wilson, come il pallone di Tom Hanks”.
Wilson è l’unico confidente di Tom Hanks nei panni del protagonista di Cast Away, l’unico essere con cui può parlare, confidarsi, sfogarsi, sopra un’isola sperduta. Nel reparto siamo noi piccole isole inascoltate. A volte scambiamo qualche parola, si intesse qualche tipo di legame, ma non è un parlare profondo, un affondo nel nascosto dell’inconscio che possa farci almeno tentare un percorso di guarigione. La psicoterapia non è prevista in reparto, e non è prevista nemmeno nei CSM, saturi di pazienti e scarsi di personale. Le liste di attesa sono infinite, quindi per molti la psicoterapia resta un miraggio e si va avanti solo con i farmaci. Oppure si decide di fare ulteriori sacrifici e rivolgersi a un privato.
Io, nel frattempo, contro il parere medico, esco da un reparto psichiatrico in cui la grande maggioranza di ospiti è giovane, di quella gioventù che dovrebbe mangiarsi le piazze e le strade, invece di stare chiusa in una prigione a dormire, angosciarsi e odiarsi.
C’è una ragazza felicissima di uscire. Andrà in clinica. Conosco purtroppo certe procedure. So che spesso, dopo il SPDC c’è la clinica o la comunità, che non è più totalmente sovvenzionata dal SSN, ma convenzionata o totalmente privata. Ho un’amica che si trova in comunità da tre anni ormai e quando ascolto i suoi messaggi vocali non la riconosco quasi più, non capisco cosa mi dice, biascica, è rallentata, è annientata dai farmaci.
La questione della salute mentale è una questione complessa, che oltrepassa i confini della medicina e della psicologia. Lo sguardo deve andare più lontano, proprio lì dove arrivava Franco Basaglia, al tessuto sociale in cui il “malato” deve (re)inserirsi. Un individuo per stare bene ha bisogno di un posto nella società, nella comunità degli esseri umani, e per averlo ha bisogno di un’autonomia, che ad oggi è data dal lavoro. Far parte della comunità dei lavoratori permette una presa di coscienza: permette di capire che il disagio psichico è legato a doppio filo con quello sociale; permette di capire che si hanno dei diritti, che vanno rivendicati a gran voce.
“Tu devi essere partecipe”, scrivo a B., giovanissima ospite del mio stesso SPDC. Devono riunirsi per decidere del suo futuro e io spero che riesca a esprimere chiaramente i suoi bisogni e a rivendicare i suoi diritti. Questo sistema tende a mettere a tacere, a sedare con i farmaci le falle di una struttura sociale che ormai non regge più. I farmaci possono attenuare i sintomi di un malessere, ma la radice del male non è esclusivamente dentro l’individuo. È un intreccio complesso fra il dentro e il fuori. Se il fuori è un sistema capitalistico e guerrafondaio disumanizzante, spersonalizzante, in cui la persona è sacrificata al profitto, alla produttività gestita insensatamente in direzione di guadagni sempre maggiori per i pochi padroni della terra, allora il terreno di azione è molto più ampio dei confini di una singola mente.
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