Venerdì 15 maggio ero a Modena, al Teatro delle Passioni. Stavo lavorando a delle registrazioni video per la Fondazione Villa Emma, un luogo che custodisce la memoria di bambini ebrei salvati durante la guerra, e che dice qualcosa di preciso sul carattere di questa terra: la capacità di accogliere, di proteggere, di riconoscere l’altro come proprio simile anche quando tutto spingeva in direzione contraria. Con me, assieme a Fausto Ciuffi, il direttore della Fondazione Villa Emma, c’era Stefano Levi della Torre, con cui conversavamo di violenza sistemica, di male e di bene, di come certe forme di sopraffazione non abbiano volto né nome ma producano danni reali e misurabili su corpi e comunità. Non stavamo parlando di quello che sarebbe successo l’indomani a meno di un chilometro da lì. Stavamo parlando d’altro. Eppure, ripensandoci adesso, quella conversazione era già dentro quello che è successo il giorno dopo in via Emilia Centro.
Non è facile scrivere di quello che ha fatto Salim El Koudri il 16 maggio senza cadere in una delle due trappole simmetriche che il dibattito pubblico italiano tende puntualmente: la trappola dell’orrore puro, che dissolve la persona nell’atto e non chiede altro, e la trappola della giustificazione, che dissolve l’atto nella persona e non risponde delle vittime. Quattordici persone sono state investite su un marciapiede di una città nel pomeriggio di un sabato di maggio. Alcune di loro porteranno i segni di quella violenza per il resto della vita. Quella violenza è reale, ha nomi e corpi, e non ha attenuanti. Ed è proprio perché è reale che merita di essere capita – non assolta: capita – fino in fondo.
Ci sono due modi per raccontare quello che è successo a Modena. Il primo è il modo che ha scelto quasi tutta la stampa italiana, e che Matteo Salvini ha trasformato in slogan nel giro di poche ore: un giovane di origini marocchine, figlio di immigrati, ha attaccato la folla nel centro della città. Categoria-simbolo-munizione politica. Il secondo è più difficile e meno redditizio: chiedersi chi è Salim El Koudri prima che diventasse “l’attentatore di Modena”, e cosa ci dice la sua storia – non degli immigrati, non delle seconde generazioni, non dell’Islam: la sua – di noi come società.
La vita di Salim El Koudri
Scelgo il secondo. Non per indulgenza verso chi ha commesso un atto grave. Ma perché l’alternativa – ridurre una persona a un’etichetta per non dover guardare quello che l’etichetta nasconde – è una forma di cecità che si paga, prima o poi, con altri fatti irrimediabili.
Salim El Koudri ha 31 anni. È nato a Seriate, in provincia di Bergamo, da una famiglia marocchina trasferitasi nel modenese quando aveva cinque anni. Si è laureato in economia aziendale all’Università di Modena, ha tentato la magistrale in International management e poi ha smesso. Ha lavorato come operaio. Da un anno era disoccupato. Non ha amici visibili, non ha una partner, non ha figli. Passava le giornate in camera, o al bar da solo per ore davanti al telefonino, o in tabaccheria a scegliere gratta e vinci fissando il muro per dieci minuti prima di decidere. Dal 2022 al 2024 era seguito dal Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia. Poi ha smesso di presentarsi agli appuntamenti. Nessuno è andato a cercarlo.
Questa biografia, ridotta ai fatti essenziali, somiglia a quella di molte persone che il sistema economico ha formato e poi abbandonato. Ma c’è qualcosa di specifico nella condizione di Salim che non si riduce né alla disoccupazione né alla malattia mentale, e che riguarda qualcosa di più strutturale: la sospensione.
Identità sospese
I figli degli immigrati in Italia crescono in uno spazio che non ha ancora un nome preciso nel dibattito pubblico. Non sono immigrati: sono nati qui, hanno studiato qui, parlano l’italiano come prima o unica lingua del pensiero. Non sono pienamente italiani: vengono trattati come stranieri nei colloqui di lavoro, nelle relazioni sociali, nello sguardo di chi li incontra. Appartengono a due mondi e non appartengono del tutto a nessuno dei due. Questa condizione ha un nome tecnico nella letteratura sociologica – marginalità duale, identità in sospensione – ma nella vita concreta non ha nome: è semplicemente il modo in cui ci si sveglia ogni mattina.
Questa sospensione produce una domanda di riconoscimento che fatica a trovare risposta in entrambe le direzioni: né la comunità di origine dei genitori, né la società italiana, offrono uno specchio in cui riconoscersi pienamente. Produce, in chi è già fragile per ragioni cliniche, un terreno su cui il disturbo può attecchire e svilupparsi in forme specifiche, la paranoia identitaria, il delirio discriminatorio, la narrazione chiusa in cui il mondo è colpevole e il sé è la vittima incompresa.
Nel caso di Salim questa sospensione era concreta e documentata. Il padre frequentava la piccola comunità islamica di Ravarino: conosciuto, stimato, descritto dal referente locale come “gran lavoratore, persona istruita, per bene, di quelli che fanno casa, lavoro, casa.” Salim non era mai stato visto in quella comunità. Non aveva la rete del padre, la moschea, i connazionali, il riconoscimento costruito nel tempo attraverso la presenza costante e l’affidabilità silenziosa. Non aveva nemmeno la rete che la società italiana gli aveva promesso: la laurea in economia non si era tradotta in lavoro, un percorso di integrazione “riuscita” aveva generato aspettative e poi le aveva disattese.
È importante capire la differenza tra queste due forme di mancanza. I migranti di prima generazione costruiscono reti di sopravvivenza e di dignità all’interno di spazi definiti, spesso comunitari e religiosi, che offrono un senso di appartenenza parziale ma reale. I figli non ereditano automaticamente quelle reti, le trovano spesso estranee, costruite su codici culturali che sentono come imposti, non come propri. La mancanza della rete italiana è invece il risultato di una promessa non mantenuta: la scuola, l’università, il discorso pubblico sull’integrazione costruiscono l’aspettativa che il percorso “giusto” – studiare, laurearsi, adeguarsi – apra le porte del riconoscimento. Quando quelle porte non si aprono, o si aprono solo in parte, la delusione ha una qualità specifica che non è la stessa della povertà o dell’emarginazione diretta. È la delusione di chi aveva fatto tutto quello che gli era stato chiesto.
Questa delusione, in una personalità già strutturata in modo fragile, diventa rabbia. Poi paranoia. Poi narrazione persecutoria chiusa su se stessa, senza crepe.
Nel 2021 Salim aveva scritto una mail alla sua università in cui attribuiva la sua difficoltà a trovare lavoro alla propria appartenenza religiosa (il suo “non essere cristiano”), usando frasi aggressive che poi aveva ritrattato con delle scuse. L’università aveva archiviato. Nessuno aveva segnalato nulla. Era il 2021: la struttura paranoide era già formata da anni. Il mondo come nemico razzista e discriminatorio che impedisce la realizzazione del proprio talento era già il frame attraverso cui leggeva la realtà. Un anno dopo, nel 2022, era entrato in contatto con il Centro di Salute Mentale. Nel 2024 aveva smesso di presentarsi. Nessuno era andato a cercarlo.
Il peso da portare in famiglia
C’è un livello che i numeri non raggiungono, e che riguarda quello che succedeva dentro quella casa a Ravarino. I genitori di Salim, sentiti dalla Squadra mobile il giorno dopo i fatti, hanno detto: “Avevamo pranzato insieme. È uscito poco dopo. Non avremmo mai immaginato.” Lo descrivono come pieno di rabbia, ossessionato dalla ricerca di un lavoro che corrispondesse al suo titolo di studio, isolato. Lo sapevano. Non avevano strumenti per gestirlo. E quasi certamente portavano anche un peso che in queste storie raramente viene nominato: la vergogna.
La vergogna nelle famiglie di immigrati di fronte alla malattia mentale di un figlio ha caratteristiche specifiche. Non è diversa in natura dalla vergogna che molte famiglie italiane provano nelle stesse circostanze, la malattia psichiatrica è stigmatizzata trasversalmente, indipendentemente dall’origine. Ma si innesta su strati aggiuntivi: la paura che il fallimento del figlio confermi quello che la società già pensa di te, che metta a rischio il capitale di reputazione costruito con decenni di lavoro silenzioso e comportamento irreprensibile. Il padre conosciuto e stimato a Ravarino, descritto come persona per bene da chi lo frequenta; quella reputazione è un bene prezioso e fragile. Un figlio malato, violento, in cura psichiatrica, la mette in discussione. Non è né giusto, né razionale, ma è il modo concreto in cui funzionano le comunità piccole e le percezioni sociali.
Questa vergogna produce silenzio. E il silenzio produce isolamento del paziente all’interno della famiglia stessa, che non riesce a fare da rete informale di presidio, per mancanza di strumenti e per eccesso di peso da portare.
Un sistema che non funziona più
Il sistema italiano di salute mentale è stato costruito sull’ipotesi implicita che il paziente seguito clinicamente abbia intorno a sé una rete familiare capace di fungere da presidio informale. È un’ipotesi che già per molte famiglie italiane vale sempre meno. Per le famiglie di immigrati, che portano il doppio peso dell’isolamento strutturale e dello stigma amplificato, quell’ipotesi è spesso semplicemente falsa.
L’Italia ha 845.516 persone assistite dai servizi di salute mentale, dato ufficiale del Rapporto del Ministero della Salute 2024, il valore più alto mai registrato. Eppure solo il 5% degli psicologi italiani lavora nel settore pubblico. I Dipartimenti di Salute Mentale sono diminuiti da 183 a 139 in dieci anni. Per portare il sistema a standard europei servirebbero circa 2 miliardi di euro in più all’anno, non un’impossibilità strutturale, ma una scelta politica che non viene fatta.
Salim era in quel sistema. Poi non lo era più. E nessuno è andato a cercarlo.
La logica dei Centri di Salute Mentale italiani è reattiva per definizione: risponde a chi si presenta, non va a cercare chi è sparito. Per i disturbi che rientrano nello spettro schizofrenico questa logica è strutturalmente inadeguata, perché la natura stessa del disturbo produce il ritiro e la sfiducia che portano ad abbandonare le cure nel momento in cui il disagio si aggrava. È un paradosso che il sistema conosce e non risolve. In altri Paesi europei esistevano – prima dei tagli dell’austerità – équipe di outreach attivo: operatori che andavano a cercare i pazienti ad alto rischio invece di aspettarli. In Italia non sono mai esistiti in modo strutturale.
Quando l’eccellenza non basta
C’è però una precisazione geografica che in questi giorni non è stata fatta e che conta. Castelfranco Emilia, dove Salim era in cura, è in provincia di Modena, ma è periferia, distante sia fisicamente che istituzionalmente dal centro di gravità della città. E il centro di gravità della città, in materia di salute mentale, si chiama MàT.
Dal 2010 Modena ospita ogni ottobre la Settimana della Salute Mentale – MàT – il più grande festival italiano dedicato a questo tema. Cento eventi in otto giorni, gratuiti, aperti a tutti, distribuiti sull’intera provincia. È un’iniziativa promossa dall’AUSL modenese e ideata da Fabrizio Starace, direttore del Dipartimento di Salute Mentale, una delle figure più autorevoli della psichiatria italiana, l’uomo che ha portato Modena all’obiettivo contenzione zero nel 2017: nessun paziente legato nei reparti psichiatrici della provincia, un risultato che pochissimi territori italiani possono vantare. MàT affronta ogni anno esplicitamente le fragilità delle seconde e terze generazioni, la salute mentale dei giovani migranti, il rapporto tra comunità e cura. La sua esistenza dice che Modena non ignora il problema: lo conosce, lo studia e lo porta in piazza ogni anno.
Eppure Salim El Koudri, seguito a Castelfranco Emilia, è scivolato fuori dal sistema nel 2024 senza che nessuno andasse a cercarlo. Significa che anche la migliore politica culturale sulla salute mentale non raggiunge automaticamente la periferia, non colma il vuoto del follow-up attivo, non telefona a chi ha smesso di presentarsi. La cultura apre spazi, e il lavoro di Starace lo ha fatto e lo fa; ma quegli spazi devono essere raggiunti da risorse concrete, da équipe territoriali capaci di muoversi verso le persone invece di aspettarle.
La volgarità della xenofobia
Su tutto questo si è abbattuta, puntuale, la retorica di Matteo Salvini: “Criminale di seconda generazione.” Volgare, ma non solo. La sua è una tecnica precisa di sabotaggio della comprensione. Trasformare Salim El Koudri in una categoria – “la seconda generazione” – significa impedire le domande che quella categoria non può contenere: perché il sistema di cure lo ha perso di vista? Come funziona l’incomprensione intergenerazionale nelle famiglie migranti? In che modo il mercato del lavoro italiano, a parità di curriculum, discrimina sistematicamente chi ha un nome arabo? Domande che hanno un costo: politico, economico, culturale. L’etichetta non costa niente.
Vale la pena notare che persino il ministro dell’interno Matteo Piantedosi – non un esponente della sinistra – ha frenato immediatamente: “Qui parliamo di un cittadino italiano. La componente del disagio mentale è molto evidente.” Antonio Tajani ha ricordato a Salvini che El Koudri è italiano, particolare che rende grottesca la proposta di revocargli un permesso di soggiorno che non aveva. La frattura dentro la destra di governo è rivelatrice: c’è chi capisce che la narrazione identitaria non regge di fronte ai fatti, e chi non può rinunciarci perché è l’unico strumento che conosce.
Ma il meccanismo non riguarda solo la destra. È più generale e più radicato: quando l’autore di un atto violento ha un nome che suona arabo o africano, il dibattito pubblico cerca automaticamente la spiegazione nella cultura, nella religione, nell’appartenenza. Quando l’autore è italiano di famiglia italiana, si cerca la psicologia. Questa asimmetria nega alla persona la sua soggettività, la dissolve in una rappresentanza collettiva che il soggetto protagonista non ha chiesto di incarnare, e impedisce qualsiasi comprensione reale di quello che è successo.
“L’Italia non è morta”
Mentre Salim premeva l’acceleratore, sulla stessa via Emilia c’era Luca Signorelli. È stato il primo a inseguirlo dopo lo schianto, il primo a tentare di bloccarlo e a ricevere le coltellate con cui Salim cercava di fuggire. Ha detto ai giornalisti, fuori dall’ospedale: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta.”
Ha ragione. E vale la pena chiedersi quale Italia non è morta.
Non quella di Salvini, quella non era in pericolo; non ha mai avuto bisogno di essere difesa da un programmatore industriale di passaggio. L’Italia che non è morta è quella della strada, quella dell’istinto civile; quella che non chiede documenti prima di intervenire. Accanto a Signorelli c’era Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni, con suo figlio Mohammed. Osama vive in Italia da trent’anni. Non ha la cittadinanza italiana. Ha rischiato la vita per fermare un uomo armato di coltello, e poi ha detto: “Non abbiamo avuto paura. Siamo egiziani, abbiamo paura solo di Dio. Sono 30 anni che vivo in Italia, ma non sono cittadino italiano. Spero che il mio gesto serva a qualcosa.”
Quella frase pesa. Non come dichiarazione eroica, come bilancio. Trent’anni di vita in Italia, di lavoro, di tasse, di presenza quotidiana, e ancora la speranza che un atto straordinario possa “servire a qualcosa” per il riconoscimento che la normalità non ha prodotto. È la stanchezza di chi deve ancora dimostrare, dopo tutto questo tempo, di meritare di stare qui.
E Mohammed, il figlio di Osama, è anche lui una cosiddetta seconda generazione. Cresciuto in Italia, figlio di un immigrato egiziano che ha costruito la sua vita qui senza mai ottenere la cittadinanza. Sabato pomeriggio stava camminando con suo padre e ha scelto di non scappare. Mentre il dibattito pubblico discuteva di “criminali di seconda generazione”, un ragazzo di seconda generazione fermava un aggressore a mani nude.
La domenica sera cinquemila persone si sono radunate in Piazza Grande, all’ombra della Ghirlandina. Il sindaco Mezzetti ha detto: “Dobbiamo seguire l’esempio dei cittadini che hanno bloccato Salim: coraggio, senso civico, senso della comunità. Dobbiamo unirci, non dividerci.” È una risposta necessaria. È anche insufficiente se si ferma lì, se la comunità sa fare comunità nel momento della crisi ma non riesce a farla nei mesi e negli anni precedenti, quando qualcuno come Salim sedeva solo al bar a fissare il telefonino e nessuno si sedeva accanto a lui.
Sulla bio del suo profilo Instagram Salim aveva scritto una frase che cercava di dire qualcosa sulla distanza che viveva dal mondo intorno a lui. Non la parafraserò: è già diventata troppo citata, rischia di trasformarsi in emblema e di fare alla persona quello che si vuole evitare di fare, cioè ridurla a simbolo. Dico solo che era una frase che chiedeva connessione, non guerra. Era rimasta senza risposta.
Fallimenti e necessità strutturali
Non perché le persone intorno a lui fossero cattive. Ma perché il tipo di solitudine in cui viveva – strutturale, silenziosa, senza emergenze visibili – non attiva nessun sistema di allerta. Non si presenta al pronto soccorso. Non chiama il Centro di Salute Mentale. Non fa notizia. Esiste in una zona grigia in cui le segnalazioni ci sono, le preoccupazioni ci sono, ma la responsabilità di intervenire è di nessuno finché non succede qualcosa di irreparabile.
Cosa manca, allora? Mancano équipe di outreach attivo, operatori che vadano a cercare chi è sparito invece di aspettarlo. Mancano mediatori culturali formati in ambito clinico, capaci di leggere il disagio nei codici in cui si esprime davvero. Mancano protocolli che coinvolgano le famiglie, per dare strumenti invece di lasciarle sole con un peso che non sanno come portare. Mancano 2 miliardi di euro l’anno che il sistema sanitario italiano non ha ancora deciso di investire sulla salute mentale territoriale. Sono scelte politiche.
E c’è un livello ulteriore che le politiche sanitarie da sole non raggiungono. Una società che forma persone – le manda a scuola, le porta all’Università, costruisce in loro aspettative di riconoscimento – e poi non ha quel posto da offrire, produce una rabbia specifica. Diversa dalla rabbia di non ha mai avuto niente. È la rabbia di chi aveva tutti gli strumenti per avere qualcosa e si è trovato con le mani vuote. Più difficile da vedere e da nominare, e per questo più pericolosa.
Modena ha risposto con Signorelli, con Osama e Mohammed Shalaby, con cinquemila persone in piazza. È una risposta reale, è l’Italia che non è morta. Ma quella stessa Modena – con MàT, con Starace, con tutto quello che ha costruito in materia di salute mentale di comunità – non ha raggiunto Salim El Koudri a Castelfranco Emilia, non ha spezzato il suo isolamento, non ha letto i segnali che erano lì.
La domanda è cosa cambia adesso. Se la risposta deve essere un decreto contro le seconde generazioni invece di un investimento serio sulla salute mentale territoriale, allora stiamo già preparando il prossimo caso irrimediabile.
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CREDITI FOTO: © ANSA / ELISABETTA BARACCHI

Scrittore e giornalista. Nato ad Algeri, è arrivato in Italia nel 1986. Vive a Ravenna. Ha collaborato con il manifesto, Internazionale, scritto racconti e opere teatrali. Ha raccolto alcuni suoi scritti nel libro “I sessanta nomi dell’amore”, Fara Editore, 2006.

