venerdì 15/05/2026, 10:20

    Settantotto anni fa, la Nakba si abbatté sulle città e sui villaggi della Palestina, lasciando dietro di sé una distruzione capillare che ha segnato intere generazioni. Più di 500 villaggi e città furono completamente distrutti, eppure la memoria collettiva palestinese ne ha conservato i nomi, mantenendoli vivi nella coscienza comune. Circa 750.000 palestinesi furono costretti a fuggire sotto la minaccia delle armi e dei massacri, tra cui quelli di Deir Yassin e Tantura, che misero in luce la crudeltà sistematica inflitta ai civili e un piano deliberato per allontanare il popolo palestinese dalla propria terra.

    Fotografie e documenti storici illustrano la portata della distruzione e dello sfollamento di massa. I vicoli si trasformarono in mattatoi umani; centinaia di palestinesi furono uccisi in atti di violenza strategici, progettati per svuotare le aree dei loro abitanti originari. A Tantura, i residenti si arresero dopo esecuzioni di massa, solo per essere rinchiusi in gabbie e fucilati. La loro resistenza continua a risuonare nei campi profughi palestinesi, dove i palestinesi preservano la loro identità e la loro storia.

    La storia di tutti noi, la memoria di tutti noi

    In un’intervista esclusiva, il giornalista Azzam Al-Rais racconta a Kritica della sumud palestinese e del legame con la terra: “La Nakba non è solo un evento storico o un’immagine di sfollamento e distruzione. È la storia di ogni palestinese nella diaspora. Conserviamo i dettagli delle nostre case e dei nostri villaggi e li trasmettiamo alle nuove generazioni per affermare che il diritto al ritorno rimane vivo. Ogni generazione impara da quella precedente che la sumud non è una scelta; è un dovere verso la terra e la storia”. Al-Rais aggiunge: «La forza palestinese deriva dal riconoscere la verità e dal mantenere la memoria collettiva dei luoghi che i nostri antenati si sono lasciati alle spalle. Le nostre storie sono raccontate attraverso case abbandonate, documenti e gli alberi che hanno assistito agli eventi della Nakba. Viviamo con questo ricordo ogni giorno e lo instilliamo nelle nostre generazioni affinché rimanga vivo, fungendo da salvaguardia dell’identità del popolo palestinese».

    Gli effetti della Nakba continuano a farsi sentire nelle città, nei villaggi e nella diaspora, con l’obiettivo di preservare l’identità palestinese nonostante lo sfollamento. Migliaia di palestinesi hanno vissuto nella diaspora, conservando i dettagli delle loro vite e dei loro ricordi, mentre si aggrappavano al sogno di tornare a Gerusalemme, Jaffa e Haifa. La loro resilienza dimostra che la Nakba non è un evento fugace, ma una serie di realtà che fanno parte della storia vivente del popolo palestinese.

    La chiave palestinese è diventata un simbolo di identità e di legame con la terra, un segno che rappresenta la fiducia e l’attaccamento al diritto al ritorno. Le immagini storiche – dai vicoli distrutti alle case e ai terreni abbandonati – confermano che la Nakba continua a influenzare ogni palestinese, plasmando la memoria di generazioni. Oggi la sumud assume nuove forme, dalle proteste popolari alla conservazione della storia di ogni villaggio e città, mantenendo viva la causa palestinese nella coscienza e nella pratica quotidiana.

    È anche la mia storia

    Ricordo i miei anni d’infanzia alle elementari, quando commemoravamo il Giorno della Nakba a scuola. Indossavamo l’abito palestinese ricamato da mia nonna e portavamo striscioni con i nomi dei nostri villaggi d’origine, sentendo ad ogni passo un profondo legame con la terra dei nostri antenati e la nostra ricca storia. Il mio villaggio d’origine, Al-Masmiya, era la casa della mia famiglia e di molte altre che furono per lo più sfollate a Gaza. Mio nonno ha mantenuto vivo il sogno del ritorno, stabilendo la sua famiglia in Iraq prima di tornare a Gaza nel 1995, desiderando essere sepolto nella sua terra natale. Oggi vivo a Gaza e ho vissuto le guerre fin dall’infanzia: dal 2008 al 2012, poi nel 2014, nel 2021 e gli eventi del 2023. Con ogni esperienza difficile e ogni fase di bombardamenti e di escalation, il mio senso di appartenenza e la mia identità si sono rafforzati. Ho trascorso gran parte della mia vita in tempi difficili, eppure il mio amore per la Palestina non è mai diminuito. Il mio orgoglio di palestinese e di rifugiata cresce di giorno in giorno, circondata come sono dai ricordi dei miei antenati e dalle esperienze del mio popolo, fiduciosa che arriverà il giorno del ritorno e della liberazione, e che riprenderemo ad abitare i nostri villaggi e le nostre terre, riportando la vita e la dignità in ogni angolo della Palestina.


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    CREDITI FOTO: Middle East Monitor

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