Annaflavia Merluzzi e Paolo Martino – Mohammed Al-Mallah oggi rischierebbe la pena di morte. Rilasciato nell’inverno 2025 (l’intervista è stata registrata a dicembre, ndr), nell’ambito della tregua tra Israele e Hamas, è stato rinchiuso in un carcere israeliano per ventitré anni. Le accuse, come spesso accade, erano di attività terroristica. I fatti consistevano nella sua partecipazione alla resistenza armata durante la Seconda Intifada. La legittimità della resistenza armata è riconosciuta dalle Nazioni Unite con la risoluzione 37/43 del 1982.
Con la legge approvata dalla Knesset il 30 marzo 2026, e festeggiata dal ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir con una torta raffigurante un cappio, champagne e risa, Mohammed Al-Mallah sarebbe stato elegibile per l’impiccagione.
Nelle dichiarazioni del fedayn palestinese si concentra l’essenza del sistema carcerario israeliano, «volto a uccidere l’idea stessa della resistenza nel nostro popolo».
Sono oltre diecimila i palestinesi rinchiusi negli istituti penitenziari israeliani, di questi quasi quattromila senza accuse o trattenuti indefinitamente senza processo – la detenzione amministrativa dura infatti sei mesi e può essere estesa senza limiti sulla base di «prove confidenziali» che né i detenuti né i loro avvocati possono visionare. Circa trecento, poi, stanno scontando un ergastolo, e circa quattrocento sono minori, Israele si conferma così l’unico paese al mondo a processare i bambini – strettamente quelli palestinesi, ça va sans dire – nelle corti marziali militari. Sono tra i seicento e i settecento i minori processati annualmente in queste modalità, secondo i dati di Defence for Children Palestine.
Dall’inizio della sua permanenza in prigione Al-Mallah ha sopportato trattamenti inumani, umiliazioni, torture, violazioni dei suoi diritti di visita, tanto della sua famiglia quanto del suo avvocato. Dopo il 7 ottobre, tuttavia, «ogni limite è crollato», il numero dei prigionieri è raddoppiato (da 5250 a oltre diecimila) e, anche con le varie tregue che prevedevano il rilascio dei carcerati, per ogni palestinese liberato negli ultimi due anni ne sono stati arrestati altri quindici: se in totale sono stati rilasciati 2mila prigionieri, infatti, nel corso di questo arco di tempo ne sono stati detenuti 30mila.
«Ci hanno completamente isolato dal mondo esterno, confiscandoci anche radio e orologi» hanno fatto del tempo uno strumento di tortura, «affinché non potessimo neanche conoscere l’ora, il giorno o il mese», racconta ancora Al-Mallah a Kritica. I prigionieri venivano e vengono picchiati senza una ragione, le guardie carcerarie «entravano armate fino ai denti, nonostante sia vietato, affermando che alla prima violazione ci avrebbero sparato immediatamente». Molti palestinesi sono stati uccisi, Al-Mallah ricorda in particolare un uomo anziano, che veniva da Tubas, ammazzato nella sezione ottava del carcere di Ramon. Le ragioni di questa violenza, secondo Al-Mallah, risiedono nella volontà di spezzare l’identità politica palestinese, distruggere le personalità che potrebbero un giorno diventare leader, o quelle che già erano identificate come tali – come nel caso di Marwan Barghouti. Prevenire, in ultima analisi, ogni possibile forma di riconoscimento condiviso e collettivo in una figura, un’idea, un movimento, uno Stato.
Leggi il testo integrale dell’intervista:
La Knesset (parlamento israeliano) ha definito una legge sulla pena di morte per i prigionieri. Qual è il loro vero obiettivo?
Vogliono uccidere l’idea stessa di resistenza nel popolo palestinese, ricorrendo a metodi repressivi senza precedenti, non solo contro chi vive in Palestina ma soprattutto contro chi è dentro
il carcere, per poi trasferire fuori dalle prigioni gli stessi metodi di deterrenza.
Sono Muhammad Al-Mallah, del villaggio di Ein Qiniya, a ovest di Ramallah.
Sono stato rilasciato 11 mesi fa, dopo aver scontato una pena, o meglio un periodo di detenzione, di 23 anni.
(Prima del 7 ottobre) I media israeliani classificavano l’attacco ai prigionieri, oltre che alla Moschea di Al-Aqsa (la Spianata delle Moschee di Gerusalemme), come una “mela incandescente”: nel senso che se la tocchi, ti brucerà in mano.
Ma ciò che è accaduto il 7 ottobre aveva uno scopo esplicito: la liberazione dei prigionieri dalle carceri.
Quindi Israele ha considerato i prigionieri palestinesi come la causa scatenante di quella operazione, ed è per questo che hanno compiuto un attacco brutale contro i prigionieri palestinesi.
Iinnanzitutto ci hanno isolato completamente dal mondo esterno attraverso la confisca delle radio, il divieto di visita degli avvocati per un periodo molto lungo, le famiglie, naturalmente, hanno smesso automaticamente le visite, e anche la comunicazione tra le sezioni e tra i prigionieri è cessata.
Hanno confiscato perfino gli orologi per non farci sapere né che ora fosse, né il giorno né la data.
Una delle politiche che usavano per terrorizzarci è una pratica vietata anche per loro: entrare nella sezione con armi da fuoco. Entravano per la “conta” armati fino ai denti, ed era pericolosissimo.
La nostra lettura della situazione era che tutte le linee rosse erano cadute e, di conseguenza, erano pronti ad aprire il fuoco in qualsiasi momento su qualsiasi prigioniero. E lo hanno detto!
Il direttore del carcere disse che chiunque avesse commesso un’infrazione che costituisse un pericolo per loro, lo avrebbero ucciso sul posto.
C’è chi ha perso un occhio. Alcuni sono stati uccisi: tra loro un uomo di Tubas, un uomo anziano.
Era nella sezione 8 del carcere di Ramon.
Quando entravano, dicevano: “Tutti a terra, nessuno si muova!” E in pratica iniziavano a picchiare tutti. Se poi chiedevi: “Perché l’hai picchiato?” “Perché sì”.
Picchiano senza il minimo motivo. La verità è che lo Stato israeliano, colpendo il movimento dei prigionieri, vuole colpire l’intero popolo palestinese, considerando che i prigionieri sono l’avanguardia del popolo.
Gran parte di essi infatti sono leader dell’azione nazionale, e una volta liberati, tornano a fare i leader.
Oggi posso dire che sto bene, sicuramente non rinuncerò alla mia identità palestinese nonostante questo lungo periodo di detenzione.
La situazione politica palestinese e la lotta palestinese hanno molte sfaccettature e forme diverse per contrastare l’occupazione israeliana.
È necessario che i palestinesi, in ogni periodo, inventino metodi di lotta diversi per continuare a esercitare una pressione costante sull’occupazione fino all’ottenimento dei diritti per il nostro popolo.
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Giornalista freelance. Specializzata nelle aree Africa e MENA, presta particolare attenzione alla copertura di conflitti e movimenti sociali, oltre che alle lotte per i diritti umani.

