Per i palestinesi l’atto di coltivare la propria terra è prova di un’appartenenza che nessuna occupazione potrà mai cancellare del tutto. Proprio per questo, recidere questo legame è uno dei principali obiettivi di Israele.
Prima del 1967 il settore agricolo valeva oltre il 50% del PIL palestinese, il suo contributo è sceso al 12% nel 1995 e ad appena il 5,5% nel 2011. A Gaza, a luglio 2025, l’ONU stimava che solo l’1,5% dei terreni agricoli fosse ancora coltivabile.
Come Israele limita l’agricoltura nei territori che occupa
La maggior parte dei terreni coltivabili in Cisgiordania si trova nella cosiddetta “Area C”, sotto il completo controllo israeliano, che vieta sistematicamente l’esportazione di pesticidi e fertilizzanti chimici nei territori occupati. Secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), ciò ha prodotto un aumento dei costi di produzione e una diminuzione della resa compresa tra il 20% e il 33%. Una pressione che spinge gli agricoltori verso colture di pura sopravvivenza, abbandonando progressivamente le varietà tradizionali e, con esse, secoli di biodiversità agricola.
Anche le risorse idriche vengono sistematicamente gestite in modo da penalizzare o escludere i palestinesi: un report della Ong israeliana B’Tselem pubblicato nel maggio 2023, evidenziava che in Cisgiordania si consumano in media 82 litri d’acqua pro capite al giorno, meno della soglia minima di 100 litri raccomandata dall’OMS, mentre israeliani e coloni ne consumano il triplo. Nelle comunità non allacciate alla rete idrica, la media scende a 26 litri al giorno, quantità paragonabile al consumo medio nelle zone di disastro. «Sia all’Autorità Nazionale Palestinese che agli agricoltori viene negato il diritto di costruire pozzi per soddisfare la crescente domanda di acqua, anche quando le falde si trovano in Cisgiordania», racconta Hakema, volontaria presso il Popular Art Center di Ramallah.
L’effetto di queste politiche è tangibile anche nella produzione di olio d’oliva nei territori occupati, simbolo identitario oltre che economico, crollata da una media di 23.000 tonnellate annue nel periodo 2000-2004 a 14.000 tonnellate nel periodo 2007-2010, fino al paradosso del 2009, quando il 50% della domanda interna è stata soddisfatta da olive importate.
Una risposta, seppur parziale, a questa situazione viene dalle cooperative agricole. Nel 2019 in Cisgiordania se ne contavano 266, a Gaza 21, per un totale di oltre diecimila agricoltori impiegati. «Le cooperative sono la forma economica più appropriata per resistere, anche se il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare è ancora lontano», afferma la volontaria. Nel 2021, infatti, Israele rappresentava ancora il 72% del commercio totale palestinese, con un deficit commerciale equivalente al 37% del PIL, tra i più alti al mondo.
Provare a resistere è sempre più difficile se nel frattempo vengono colpite le fondamenta stesse dell’agricoltura palestinese. Dopo i campi confiscati, gli alberi sradicati, i raccolti bruciati, i fertilizzanti vietati e l’accesso all’acqua ostacolato in ogni modo, mancava ancora un tassello per completare l’opera: la distruzione delle sementi autoctone.
L’attacco alla banca dei semi di Hebron
La banca dei semi dell’Union of Agricultural Work Committees (UAWC), fondata nel 2003 nella città di Hebron, parzialmente finanziata anche da Oxfam Belgio nel 2010, è nata per proteggere sementi autoctone, baladi, e restituirle agli agricoltori come strumento di sovranità alimentare. Il 31 luglio 2025, i bulldozer dell’esercito israeliano hanno demolito i magazzini dell’edificio. Ma non era la prima volta che l’UAWC veniva presa di mira, nel 2021 Israele aveva etichettato l’organizzazione come terroristica – designazione che né l’ONU né l’Unione Europea hanno mai avallato – chiudendo i suoi uffici a Ramallah. Il raid di luglio era il secondo attacco diretto alle sue infrastrutture, ha compromesso la raccolta dei semi estivi e l’approvvigionamento per le stagioni successive, in un momento in cui le siccità eccezionali del 2023 e del 2024 avevano già messo a dura prova le scorte.
Shaima’ Bader, che coordinava le attività della banca dei semi di Hebron, ne descriveva così la missione poco più di un anno fa, rispondendo ad una e-mail: «I semi locali sono un tesoro nazionale e una fonte di sovranità per la sicurezza alimentare del popolo palestinese, poiché possiedono i tratti genetici essenziali per colture con qualità specifiche, come la tolleranza alla siccità e alla salinità». Quelle qualità sono il risultato di secoli di selezione adattiva da parte degli agricoltori palestinesi, che hanno coltivato e affinato queste varietà in risposta a un clima e a un suolo specifici. Distruggerle significa cancellare un patrimonio genetico irriproducibile, una risorsa biologica che nessun laboratorio può ricreare.
La banca dei semi distrutta da Israele custodiva oltre settanta varietà di sementi autoctone, pomodori, cetrioli, melanzane, zucchine, molte delle quali non esistono più altrove in Palestina. Il team era composto per il 60% da donne agronome. «In previsione di qualsiasi potenziale rischio per la banca», aggiungeva Shaima’, «ci siamo impegnati a mantenere i nostri dati e a conservare campioni in un luogo sicuro». Nell’ottobre 2024, con una lungimiranza che si sarebbe rivelata decisiva, l’UAWC ha depositato ventuno specie di verdure, legumi e piante aromatiche nel Global Seed Vault delle Svalbard, in Norvegia, la più grande riserva di sicurezza mondiale per i semi, definita per questo un’arca di Noé. Il primo dicembre 2025, inoltre, l’esercito israeliano ha demolito le sedi dell’UAWC a Hebron e Ramallah, arrestando sette membri dello staff con l’accusa di terrorismo.
“Fighting Seeds”, un collettivo che diffonde in Europa i semi palestinesi
Cosa succede a un ulivo sradicato da una ruspa? Come reagisce la vegetazione quando viene bruciata? Una pianta può tollerare i gas lacrimogeni? Nel 2023, durante un periodo di ricerca in Palestina, il visual artist, performer e filmmaker Nico Angiuli cercava una risposta a queste domande. Provava a capire, in sostanza, come le piante potessero resistere all’occupazione. La svolta arriva durante una visita al Museo del Patrimonio Palestinese di Betlemme, dove Angiuli si imbatte in un tradizionale distributore di semi in legno di fico e fibre vegetali, usato per secoli nella semina manuale. Da quell’oggetto nasce l’idea di ricreare il paesaggio palestinese coltivando le sue varietà più significative ovunque possibile, dalla Palestina al cuore dell’Europa, coinvolgendo anche territori colpiti da altre forme di esproprio. Nel 2023, Angiuli co-fonda insieme all’attivista Fulvia De Grazia Fighting seeds, con l’obiettivo di diffondere i semi autoctoni palestinesi fuori dalla Palestina.

«Dal 2024 a Berlino raccogliamo semi dai membri della diaspora palestinese e attraverso reti di solidarietà agricola. Li coltiviamo, li moltiplichiamo e li ridistribuiamo in giardini condivisi» racconta Angiuli. I primi semi sono stati piantati nel 2024 sui balconi degli attivisti aderenti al progetto, nel 2025 le piante cresciute sono state trasferite nel primo campo-orto a Tempelhof, l’ex aeroporto di Berlino, grazie alla mediazione di Fulvia De Grazia e in collaborazione con il collettivo Feld Food Forest, che oggi ospita il progetto.
«L’aspetto più commovente – racconta Angiuli – è che le persone conservano questi semi aspettando il momento giusto per piantarli e anche grazie a Fighting Seeds alcune di loro hanno deciso che era giunto il momento. I semi passano di mano in mano, portati da famiglie palestinesi che hanno saputo del progetto».
Nel 2026 Fighting seeds si è espanso in altri orti urbani berlinesi come ArtenGarten e, attraverso il programma europeo SoilTribes, ha ottenuto l’accesso per cinque anni a 4.000 metri quadrati di terreno pubblico a Sannicandro di Bari, dove il lavoro si sviluppa insieme ad Hani Elfar, Alessia Lastella, Davide Marrone, Alessandro Rella e Noemi Saltalamacchia, in collaborazione con l’Associazione L’Amoroso.
«A Sannicandro stiamo creando un campo di varietà palestinesi comuni sia alla Puglia che alla Palestina, guidati da quella che chiamiamo “politica delle piante”. L’obiettivo è rigenerare territori critici – terre abbandonate dopo decenni di monocoltura intensiva o compromesse dall’impatto industriale, come a Taranto – riflettendo su forme di spossessamento distinte nell’origine ma comparabili nelle conseguenze. Lavoriamo con strumenti agricoli e culturali insieme, privilegiando forme non invasive di dialogo con l’ambiente naturale per riattivare ciò che esiste già. In Palestina, a Berlino e in Puglia le fratture tra terra e comunità si manifestano in modi diversi, ma producono esiti simili: la questione riguarda il rapporto tra comunità e territorio ovunque. Attraverso i semi cerchiamo di costruire solidarietà concreta, condividendo il cibo, generando dialogo e coinvolgendo le comunità locali» spiega Angiuli.
Il valore culturale dei semi
Alcune varietà portano significati culturali e storici particolarmente densi. «L’akkoub, un cardo selvatico a metà strada tra un carciofo e un asparago, cresce liberamente sulle colline palestinesi, ma la sua raccolta – così come quella dello za’atar – è stata criminalizzata», ricorda Angiuli. «A Berlino arriva l’akkoub coltivato in Giordania e può costare fino a quindici euro al chilo, ma nonostante il prezzo la diaspora lo cerca».
Lo za’atar, una miscela di erbe composta da timo, sesamo e sommacco, per i rifugiati palestinesi nel mondo è uno degli alimenti che più incarnano la connessione con il luogo d’origine. Nel 1977 Ariel Sharon, allora ministro dell’Agricoltura israeliano, dichiarò lo za’atar selvatico “pianta protetta”, rendendo la sua raccolta un reato. Come scrive il giurista palestinese Rabea Eghbariah, «il divieto legale di raccogliere lo za’atar è uno strumento con cui il colonizzatore tenta di smantellare la relazione tra i palestinesi e la loro terra».

C’è poi la storia che ruota attorno alle melanzane di Battir. «La loro coltivazione è legata a un sistema di irrigazione terrazzata millenaria. Quando il muro di separazione ha minacciato di attraversare quei campi, la comunità si è mobilitata per proteggere il paesaggio e la varietà e nel 2014 Battir è stata inserita nella lista di Patrimonio Mondiale UNESCO (e contestualmente nella lista dei patrimoni in pericolo) come misura d’emergenza, perché il muro rischiava di isolare gli agricoltori da terre coltivate da secoli», ricorda Angiuli.
Ognuna di queste piante è il risultato di una lunga co-evoluzione tra il popolo palestinese e il suo territorio. Varietà che non esistono in forma analoga altrove, che si sono adattate a microclimi e suoli specifici, con tratti genetici unici. Quando scompaiono perché i campi vengono confiscati, i raccolti bruciati o i semi distrutti, si perde un pezzo del patrimonio genetico dell’intera umanità.
«L’attacco all’archivio dei semi dell’UAWC a Hebron è stato un evento terribile ma non inaspettato, che temevamo da tempo. Prendere di mira un archivio di sementi è una minaccia alla continuità agricola di un popolo – continua Angiuli – interrompe la trasmissione biologica e culturale e la possibilità di riprodurre un paesaggio. Per noi ha rafforzato un principio già centrale nel progetto, la memoria non deve essere concentrata in un unico luogo ma ha bisogno di essere distribuita in più campi, più reti, più territori».
Fighting Seeds, nel frattempo, ha attivato un’iniziativa di raccolta fondi per sostenere l’UAWC e per contribuire, seppur modestamente, alla ricostruzione della banca.
C’è qualcosa di paradossale e potente nel fatto che alcune delle varietà più a rischio di scomparire da Hebron o dalla Valle del Giordano stiano crescendo su un balcone di Berlino, in un orto comunitario a Tempelhof o in un campo di Sannicandro. È una forma di resistenza biologica e culturale che affianca le lotte più visibili, senza pretendere di sostituirle. I semi che crescono a migliaia di chilometri dal luogo di origine sono una risposta concreta all’idea che si possa cancellare un popolo distruggendone le radici.
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CREDITI FOTO: Alessandro Rella


