Quella che segue è la prima parte di un ampio reportage in due parti. Puoi leggere la seconda parte qui.
Nel febbraio del 2017 l’Italia firmò con il Governo di Accordo Nazionale libico un documento di cooperazione che, nel linguaggio dei diplomatici, aveva lo scopo di fermare l’immigrazione irregolare e contrastare il traffico di esseri umani. In realtà quel patto, il Memorandum Italia-Libia, nasceva da un’urgenza molto più ampia. La pressione politica interna si sommava alla crisi del Mediterraneo, nata dal vuoto di potere seguito alla caduta di Gheddafi e alla guerra civile libica del 2011, che aveva trasformato la costa nordafricana in una terra di nessuno dove tutto, dai porti alle carceri, poteva essere gestito da milizie locali.
L’Unione Europea osservava e approvava. Da anni cercava di costruire una frontiera esterna che non coincidesse più con i propri confini geografici ma con quelli dei Paesi di transito. Il memorandum italiano offriva una soluzione conveniente, poiché delegava alla Libia la gestione del contenimento migratorio e trasformava la cooperazione in uno scudo politico. Roma forniva mezzi, fondi e addestramento, mentre Bruxelles copriva le spese e garantiva la legittimità diplomatica. Tutto avveniva sotto la formula rassicurante della “partnership”, che nascondeva una realtà ben più dura. Affidare alla Libia il controllo delle rotte significava trasferire la violenza lontano dagli occhi europei e spostare la responsabilità morale su uno Stato lacerato e instabile. La politica dell’esternalizzazione divenne così il linguaggio comune di un’Europa che preferiva pagare per non vedere.
Otto anni dopo, quel patto resta intatto. Nessuna revisione, nessuna verifica sugli effetti, nessuna assunzione di responsabilità. Il rinnovo automatico per altri tre anni procede in silenzio, ormai assuefatti alla violenza che ha generato, divenuta parte dell’ordine naturale delle cose. Nessuna istituzione europea ha chiesto di discuterlo, e il Parlamento italiano lo accetta passivamente come un atto amministrativo. È così che un accordo nato come misura d’emergenza si trasforma in fondamento permanente della politica migratoria.
Il testo, nelle sue linee principali, prevede che Roma fornisca assistenza economica e tecnica alla Guardia costiera libica, consegni mezzi navali, addestri il personale, invii materiali per il pattugliamento e supporti la costruzione o la gestione di centri di raccolta per migranti. In cambio, Tripoli si impegna a fermare le partenze. Secondo la terminologia burocratica la formula appare neutra, ma in pratica significa che l’Italia e, attraverso i suoi fondi, anche l’Unione Europea, finanziano la cattura e la detenzione di persone che fuggono da guerre, miseria o persecuzione. Gli accordi non prevedono un reale meccanismo indipendente di controllo sull’uso dei fondi destinati alla Libia, né una supervisione trasparente sulle attività svolte. Il monitoraggio delle operazioni è infatti affidato essenzialmente alle stesse autorità coinvolte, come la Guardia costiera libica e i vari ministeri locali, in una realtà dove istituzioni statali e milizie armate spesso si sovrappongono o cooperano. La spesa pubblica è la lente più cruda per misurare l’opacità dell’accordo. Ebbene, dal 2017 al 2025, l’Italia ha speso circa 290 milioni di euro in supporto tecnico, addestramento e manutenzione di mezzi navali nell’ambito del memorandum, senza che sia mai stato reso pubblico un rendiconto organico o verificato da enti indipendenti.
La Libia del dopo-Gheddafi è un groviglio di fazioni, città-stato, gruppi armati e traffici. In questo intreccio la Guardia costiera libica agisce come braccio operativo di un sistema di intercettazione che serve tanto all’Europa quanto alle milizie locali. Gli stessi uomini che ricevono addestramento o navi da Roma, in alcune occasioni risultano coinvolti nel traffico di esseri umani. Lo hanno documentato rapporti delle Nazioni Unite e indagini di organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e Medici Senza Frontiere. I migranti intercettati in mare vengono riportati a terra, reclusi in centri che di temporaneo hanno solo il nome. Lì si moltiplicano torture, pestaggi, stupri, lavori forzati, estorsioni. In molti casi la liberazione dipende dal pagamento di un riscatto o dall’intervento di trafficanti che li spostano da un campo all’altro come merce.
Italia condannata
Già cinque anni prima della firma del memorandum, la Corte europea dei diritti umani aveva condannato l’Italia per le operazioni di respingimento diretto verso la Libia compiute nel 2009. La sentenza Hirsi Jamaa e altri contro l’Italia, emessa il 23 febbraio 2012, riconobbe che le navi militari italiane avevano intercettato in acque internazionali tre imbarcazioni con circa 200 persone provenienti dalla Libia e le avevano riportate a Tripoli, consegnandole alle autorità locali senza esame delle richieste di asilo. La Corte stabilì che quell’atto violava il divieto di tortura e trattamenti inumani (articolo 3 CEDU) e il divieto di espulsioni collettive (articolo 4 Protocollo n. 4), perché le autorità italiane sapevano che in Libia i migranti rischiavano detenzione arbitraria, violenze e persecuzioni. La sentenza era un richiamo diretto, ma l’Italia ha continuato sulla stessa rotta, limitandosi a cambiare le modalità operative. Invece di riportare direttamente le persone, ha finanziato chi lo fa al suo posto.
I numeri, al contrario, sono ordine, sintesi e svolgono la loro funzione più profonda che consiste nel tradurre l’incommensurabilità del dolore in una cifra che, per la sua stessa grandezza, ne testimonia l’inafferrabile portata. Dal 2017 circa 158.820 persone sono state intercettate dalla Guardia costiera libica e riportate nei centri di detenzione. Nel solo 2023 i morti e dispersi nel Mediterraneo centrale hanno superato quota 2.000. Chi viene salvato spesso non arriva in Europa, ma finisce nuovamente in Libia. È un paradosso che svuota l’atto stesso del salvare di ogni significato, trasformandolo in una semplice traslazione spaziale all’interno di un medesimo orizzonte di violenza.
La finanziarizzazione della disumanità
All’interno della Libia, lo Stato è troppo debole per esercitare un controllo effettivo. I ministeri cambiano direzione, i comandanti locali gestiscono la sicurezza come un feudo. Il potere si distribuisce in modo asimmetrico, assegnando fondi e influenza a chi detiene il controllo di armi, uomini o rotte. Il risultato è che gli aiuti italiani e europei si trasformano in una valuta negoziale, una moneta di scambio tra milizie e autorità. Qualsiasi tipo di supporto, che si tratti di un pattugliatore, di un corso di addestramento o di una fornitura logistica, finisce per rafforzare strutture che sfuggono a ogni supervisione. L’applicazione di un accordo statale da parte di entità instabili e mutevoli tiene in bilico la responsabilità politica, poiché ufficialmente l’Italia coopera con la Libia, mentre nei fatti coopera con chi controlla le coste di mese in mese.
L’Unione Europea partecipa a questo meccanismo con fondi provenienti dal Trust Fund for Africa, istituito nel 2015 per sostenere la stabilizzazione, lo sviluppo e il controllo dei flussi migratori nei paesi africani di origine e transito, inclusa la Libia. Si tratta di un fondo fiduciario che mette insieme risorse economiche di vari Stati membri per finanziare programmi di prevenzione delle migrazioni irregolari, lotta al traffico di esseri umani, formazione e rafforzamento delle capacità di gestione delle frontiere.
Inoltre, l’UE ha inviato missioni navali come Operazione Sophia (2015-2020), nata per contrastare il traffico di migranti nel Mediterraneo centrale attraverso operazioni di pattugliamento, interdizione delle imbarcazioni e addestramento della Guardia costiera libica. A questa è subentrata la missione Irini dal 2020, che ha un mandato maggiormente dedicato al monitoraggio dell’embargo ONU sulle armi in Libia, ma continua a rappresentare un presidio strategico per la gestione e il controllo delle partenze da quel paese.
L’obiettivo dichiarato di questi strumenti e missioni è contenere le partenze dalla Libia e prevenire tragedie in mare. L’effetto concreto, tuttavia, è la costruzione di una frontiera esterna che si estende ben oltre Lampedusa, fino a proiettarsi nel deserto africano. In questa logica, l’Europa non si limita più a difendere i propri confini, ma li affida a regimi fragili e spesso responsabili di violazioni dei diritti umani.
Una logica normalizzata
La narrazione pubblica che accompagna il memorandum ha contribuito a normalizzare questa logica. Si è parlato di necessità, di pragmatismo, di emergenza. Le violenze documentate in Libia vengono archiviate come incidenti inevitabili, il prezzo da pagare per fermare le partenze. È un linguaggio che disumanizza. Quando si parla di migrazione in termini di numeri, di flussi, di ondate, si smette di vedere le persone. La politica italiana ha interiorizzato questo linguaggio al punto da usarlo come giustificazione preventiva. Il memorandum non viene più discusso nei suoi effetti, ma solo nei suoi vantaggi statistici.
Le testimonianze raccolte negli ultimi anni raccontano la parte taciuta dell’accordo. Uomini e donne riportati in Libia vengono consegnati a centri che ufficialmente non dovrebbero esistere, dove la fame e la violenza sono quotidiane. Alcuni riescono a fuggire e riprovano la traversata, altri spariscono. I rapporti dell’ONU descrivono il sistema di detenzione libico come un circuito di estorsione, rivelando che ai detenuti con parenti all’estero vengono fatte telefonate per chiedere un riscatto in cambio della liberazione. I miliziani vendono i migranti a gruppi rivali o li cedono ai trafficanti che gestiscono nuove partenze. È un’economia della sopravvivenza fondata sull’abuso.
Sul piano giuridico, il memorandum non prevede sanzioni in caso di violazioni, né un organo di vigilanza indipendente. Le clausole di revisione sono deboli, la rescissione è subordinata a una denuncia formale che nessun governo ha mai voluto presentare. Ogni tre anni il testo si rinnova automaticamente, come se fosse un contratto amministrativo e non una questione di diritti fondamentali. È questa automatizzazione a renderlo ancora più pericoloso. Si è trasformato in un meccanismo che procede da solo, senza necessità di consenso politico esplicito, un patto che sopravvive ai governi e alle legislature.
La violenza come elemento ordinario
Il rinnovo del 2025 conferma questa continuità. Nonostante le denunce di associazioni umanitarie e delle agenzie ONU, il Parlamento italiano ha scelto di lasciare che la scadenza passasse in silenzio. Le stesse forze politiche che in passato avevano promesso di rivederlo hanno preferito evitare uno scontro interno. L’argomento proposto resta immutato, e sostiene che senza quel patto le partenze aumenterebbero. È una logica che trasforma la politica in gestione dell’urgenza, elevando la sofferenza altrui a strumento di deterrenza.
È attraverso queste dinamiche che il memorandum ha reso la violenza un elemento ordinario della strategia europea. Chi fugge dalla Libia spesso parla di uomini in divise europee che addestrano le milizie, delle nostre bandiere sui motoscafi che li riportano indietro. La linea che separa la cooperazione dal coinvolgimento diretto è ormai sottile. La deumanizzazione non è più solo un effetto collaterale, ma un principio organizzativo.
La Libia, intanto, continua a sgretolarsi. Le stesse autorità con cui l’Italia firma accordi non riescono a garantire sicurezza neppure nella capitale. A sud si combatte per il controllo delle miniere e delle rotte del Sahel, a ovest le bande armate si contendono i porti.
Poco importa. Per la politica europea, il rapporto di dipendenza bilaterale non può fermarsi, deve continuare attraverso uno scambio che garantisce alla Libia fondi e mezzi e all’Italia la promessa di una frontiera chiusa. Entrambe sanno che quella promessa si regge sulla sofferenza di migliaia di persone.
Ogni rinnovo del memorandum è una conferma politica di questa accettazione. Non serve più giustificare la violenza, basta spostarla lontano, oltre il mare. Le immagini dei centri di detenzione non arrivano, le voci restano imprigionate. La violenza si consuma nell’ombra, mentre a Roma si parla di stabilità e cooperazione. Così l’orrore diventa parte della normalità.
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CREDITI FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI – Alcuni attivisti si incatenano per protesta contro il rinnovo del Memorandum Italia – Libia davanti la Camera dei Deputati in piazza Montecitorio, Roma, 19 ottobre 2022.

A multimedia journalist, she documents stories from the front lines through international publications, podcasts, books, and photojournalism. For years, she has been dedicated to covering the Palestinian issue, human rights violations, and social injustices around the world.


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