sabato 30/05/2026, 5:51

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, Palestine 36 della regista palestinese Annemarie Jacir è il racconto del grande sopruso coloniale subito dalle popolazioni palestinesi all’inizio del ‘900; quella violenza storica le cui proporzioni furono tali – ricorda a tutti e tutte noi l’autrice e sceneggiatrice con questo film – che qualsiasi pace sarà sempre impossibile, finché la portata del sopruso stesso non sarà riconosciuta, e non vi sarà posto rimedio con giustizia.

Quello della Palestina sembra un eterno presente destinato a ripetersi in un continuo loop; è invece è una storia, una lunga storia che attraversa quasi un secolo; non è certo cominciata con la proclamazione del piano Trump per Gaza, non il 7 ottobre 2023, non con gli accordi di Oslo, non nel 1967, né nel 1948. È cominciata quando il primo palestinese fu umiliato dall’esercito britannico e dalle milizie sioniste in casa sua, o fra i suoi olivi. È cominciata ben prima della fondazione stessa dello Stato di Israele;  e questo film, di produzione britannica e palestinese – in Italia distribuito da Vision Distribution/Universal Pictures, ma non è stata ancora comunicata la data di uscita nelle nostre sale –, ha il grande merito di raccontare al pubblico alcune delle fasi che precedettero la fondazione di Israele come Stato, e che portarono al consumarsi dell’ingiustizia storica; tale che dopo ormai un secolo i suoi effetti, lungi dall’essersi mitigati, sono ancora radicalmente in atto. E non c’è fotogramma della pellicola che non ricordi agli spettatori tutto quanto avvenuto in quella terra negli ultimi due anni; tutto ciò che i giornalisti e gli attivisti palestinesi, sia a Gaza, sia in Cisgiordania, hanno documentato come una verità di denuncia in tempo reale e una memoria per l’umanità futura. Tutto ciò che viviamo oggi e che ha una Storia. Una Storia che i palestinesi e le palestinesi hanno tutta l’intenzione di raccontare.

In Palestine 36, la storia si sposta continuamente da Gerusalemme all’immaginario villaggio di pastori e contadini di al Basma – apparentemente modellato sui villaggi realmente esistiti alle porte di Gerusalemme di Lifta e al-Bassa, distrutti dal terrorismo sionista durante la Nakba – e ritorno, seguendo gli spostamenti di uno dei protagonisti, Yusuf, abitante del villaggio che a Gerusalemme lavora al servizio di una facoltosa famiglia di editori e giornalisti: Amir e sua moglie, l’indomita Khouloud, che dietro uno pseudonimo maschile scrive appassionati articoli per il giornale del marito. Seguiamo così le vicende di palestinesi delle più diverse estrazioni sociali: i ricchi editori e i loro amici, l’operaio Khalid, il prete cristiano ortodosso Boulous e suo figlio Kareem, la vedova Rabab, i suoi genitori e sua figlia Afra. Nessuno di loro è incline alla violenza né allo scontro, tutti loro si ritroveranno travolti dalle persecuzioni portate avanti dal protettorato britannico insieme con le milizie sioniste, colonna portante del saccheggio e della colonizzazione; e costretti a dare vita a quella che passerà alla Storia come la “rivolta araba” del 1936-1939, avvenuta in simultanea con la revolución social spagnola dei contadini; e, così come quella, nello stesso periodo sconfitta e umiliata con il sangue.

Il valore del film sta nel suo svelare senza possibilità di equivoco la responsabilità storica di primo piano del protettorato britannico, dandole corpo attraverso la meschinità degli uomini. Numerosi volti noti del cinema britannico e internazionale – tutti attori che, non a caso, si sono spesi generosamente per la causa del popolo palestinese e contro il genocidio in questi anni; diversamente, forse non avrebbero accettato di prendere parte a un’opera simile – si prestano a questa operazione di smascheramento vero e proprio della funzione imperialista e coloniale che i britannici svolsero  nei confronti dei palestinesi. Troviamo così Jeremy Irons nella parte del governatore britannico, il volto delle serie britanniche Billy Howle in quelli del suo segretario, Liam Cunningham in quelli del fuzionario dell’esercito inviato in Palestina per individuare la miglior strategia a fini di sedare la rivolta, e Robert Aramayo (visto recitare al fianco di Cunningham in Game of Thrones) in quelli del capitano che guiderà la repressione nei villaggi. Le figure che rappresentano, alcune più candidamente razziste, altre più simpatetiche verso gli autoctoni ma comunque legate alla ragion di Stato e della Corona, furono coloro che il Regno Unito inviò ad assecondare e favorire, proteggere e legittimare il progetto sionista per la Palestina, sebbene, come raccontano anche altri film incentrati sul periodo – fra questi l’utile, ma non bello, Shoshana di Michael Winterbottom –  i sionisti non si facessero il minimo scrupolo di usare il terrorismo anche nei confronti del protettorato inglese stesso; ma furono gli inglesi quelli che non avevano intenzione, come dice un personaggio a un certo punto del film, di “avere un’altra Irlanda fra le mani”. E furono gli inglesi quelli che, con la “Peel Commission” per la spartizione della Palestina, diedero il via libera alla futura costituzione di uno Stato-nazione ebraico legittimando l’esproprio dei villaggi palestinesi e la repressione violenta delle rivolte degli indigeni (ed è interessante notare che il piano di spartizione della Peel Commission, pur largamente favorevole al sionismo, fu rigettato dall’ala sionista cosiddetta “revisionista”, quella filo-fascista guidata da Ze’ev Jabotinski padre putativo dell’attuale governo israeliano; puntavano infatti, fin dall’inizio, all’occupazione dell’intera Palestina); furono sempre gli inglesi a consentire al sionismo di farsi spazio nella società palestinese anche ai livelli più alti, finanziando la propaganda sionista, dando vita a finte associazioni musulmane che praticavano l’appeasement, comprando settori di società palestinese benestante facendo loro false promesse, appellandosi alla “generosità araba” affinché gli indigeni facessero spazio alle colonie sioniste e acconsentissero a lasciarsi schiavizzare e trattare come animali. Le intenzioni sioniste erano chiare dall’inizio, messe nero su bianco negli statuti e nei nomi stessi di associazioni come la “Commissione sionista per la Palestina” o l’“Associazione per la colonizzazione ebraica in Palestina”. Più le popolazioni ebraiche venivano perseguitate in Europa, più le persecuzioni contribuivano al progetto della colonizzazione sionista. Lungi dal combattere l’antisemitismo in Europa, i sionisti lo utilizzavano a loro vantaggio: questo era il motivo per cui erano invisi a realtà come il Bund, il partito ebraico dei lavoratori in Polonia, che riteneva il sionismo del tutto estraneo alla pratica della solidarietà fra ebrei e della protezione degli ebrei.

I palestinesi, tuttavia, non acconsentirono a lasciarsi schiavizzare e scacciare. La cosiddetta rivolta araba, di cui si vedono durante il film gli esordi e numerosi frammenti, costituì la base di quella che conosciamo come la resistenza palestinese, costruita non solo sull’organizzazione partigiana, ma sullo spirito indomito, di dignità e unione, di attaccamento alla terra e alle radici di un popolo. “Saper resistere più a lungo di loro”, così insegna il padre al figlio;  stringere i denti, tenere il morso, continuare ad avere fede, a proteggersi l’un gli altri.

Al Festival internazionale del cinema di Toronto, dove è stato presentato in anteprima a inizio settembre, il film ha ricevuto 20 minuti di applausi. Annemarie Jacir, veterana del cinema palestinese al suo quarto lungometraggio dopo Wajib – Invito al MatrimonioThe Rendezvous – Profezia Mortale e Salt of this Sea, ha raccontato tutte le difficoltà di realizzare il film dopo il 7 ottobre, con continui stop alla produzione ma anche la determinazione a girare almeno alcune scene a Gerusalemme e in West Bank, mentre la maggior parte della produzione si era dovuta spostare in Giordania. Le stesse difficoltà vissute dalla troupe di Tutto quello che resta di te, la cui storia si può considerare il seguito virtuale di Palestine 36, a partire dal 1948, quando la proclamazione dello Stato di Israele ufficializzerà tutto ciò che i precedenti due decenni di incursioni terroristiche e insediamenti coloniali avevano preparato. Quando ancora una volta i tradimenti della comunità internazionale e la reazione debole di alcuni settori di società palestinese stessa contribuiranno a cacciare centinaia di migliaia di persone dalle loro case, mentre il sogno sionista della colonizzazione prendeva una forma compiuta. Tutto quello che resta di te di Cherien Dabis concorre agli Oscar 2026 per la Giordania, Palestine 36 concorre per la Palestina. Insieme con The Voice of Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya, a sua volta candidato agli Oscar 2026 per la Tunisia, compongono un trittico filmico palestinese a potente firma femminile, che ricostruisce memoria e presente di una battaglia per esistere come popolo, dolorosamente in corso ancora oggi. Tre film in cui umanità e politica, presente e storia sono profondamente intrecciati fra loro, perché intrecciati sono nella vita di ogni famiglia palestinese, di ogni discendenza, di ogni donna e uomo. Ogni vita, come nella corsa della giovane Afra che vediamo sul finale del film, diventa così testimonianza della ricerca di libertà di un intero popolo che va avanti, che resiste; “vieni da una famiglia di combattenti”, dice sua nonna (interpretata dall’attrice palestinese, veterana del cinema britannico, Hiam Abbas) ad Afra, “tu hai una cosa che loro – i coloni, gli oppressori – non hanno”, e scoprirai da sola che cos’è. Mentre attraversi Gerusalemme a piedi scalzi, di corsa, sentendo la polvere della tua terra addosso.

If you enjoyed this article or found it interesting, please support our work with a donation of any amount. Thank you!

2 comments

  1. Pingback: Fatma Hassona’s Legacy: An Interview with Sepideh Farsi

  2. Pingback: Intervista a Michael Lynk, predecessore di Francesca Albanese

Leave a Reply