venerdì 29/05/2026, 15:02

Già a gennaio 2024, a meno di tre mesi dall’inizio dell’offensiva israeliana su Gaza, l’emittente Al Jazeera denunciava che, delle 288 scuole presenti nella «più grande prigione a cielo aperto del mondo», ben 280 erano già state distrutte o danneggiate. I successivi report delle Nazioni Unite e di organismi indipendenti hanno confermato la sistematica demolizione delle infrastrutture educative palestinesi, tanto che una parte della comunità accademica ha iniziato a parlare di educidio: l’eliminazione deliberata dei luoghi della formazione come componente strutturale del genocidio.
Per sostenere questa strategia di annientamento, Israele non si è avvalso soltanto della copertura politica e diplomatica occidentale, ma anche di un articolato sistema di tecnologie militari e di sorveglianza sviluppate e alimentate da una filiera industriale globale, che coinvolge direttamente anche l’Italia. Tra i principali attori figura, infatti, Leonardo S.p.A., colosso italiano dell’aerospazio, difesa e sicurezza, partecipato per circa il 30% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e con ricavi superiori ai 15 miliardi di euro annui. Nel rapporto pubblicato il 2 luglio 2025 dalla relatrice speciale ONU Francesca Albanese, l’azienda italiana è indicata tra le imprese presenti nella catena produttiva dei caccia F-35, impiegati nei bombardamenti su Gaza, e nella fornitura di tecnologie integrate nei sistemi militari israeliani. 

In questi giorni, mentre il 95% degli istituti formativi di Gaza è ancora distrutto, a Roma il gruppo locale del movimento internazionale BDS (Boycott, Disinvest, Sanction) denuncia la presenza di Leonardo S.p.A. nei luoghi della formazione della Capitale, con il benestare e il supporto dell’amministrazione della Città metropolitana, competente sui temi attinenti all’istruzione.  Il movimento BDS promuove a livello internazionale campagne di boicottaggio economico, accademico e culturale, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele e delle aziende ritenute coinvolte nella violazione dei diritti dei palestinesi. Nato nel 2005 su iniziativa della società civile palestinese, il movimento chiede la fine dell’occupazione dei territori palestinesi, il rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali della popolazione palestinese, utilizzando strumenti di soft power rivolti a istituzioni, imprese e università.

Nel primo pomeriggio del 17 marzo, una ventina di attivisti del movimento solidale alla causa palestinese si è radunato davanti alla sede dell’Eur della Città metropolitana di Roma Capitale. Le bandiere palestinesi, piazzate all’ingresso dell’imponente edificio a vetri, hanno fatto da sfondo ad alcuni manifestanti dotati di razzi di cartone con su disegnato il logo di Leonardo. Un cartello A4 sintetizzava la protesta con un gioco di parole: «Leonardo d’istruzione di massa». 

«Oggi siamo qui perché vogliamo denunciare la presenza, nei sistemi di istruzione e formazione, di un’azienda che non dovrebbe avere nulla a che fare con spazi educativi come le scuole» denuncia Gianluca Coeli di BDS Roma. «Questa presenza avviene in forme diverse: attraverso corsi di formazione rivolti anche a minorenni, come quello sulla cybersecurity promosso dalla Città metropolitana, ma anche tramite seminari, progetti di alternanza scuola-lavoro e percorsi strutturati dentro la scuola pubblica».

È proprio l’ente guidato dal sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri ad aver formalizzato, già nel giugno 2023 e poi rilanciato con un decreto del 22 gennaio 2024, un accordo di collaborazione con Leonardo S.p.A. per l’attivazione di percorsi formativi all’interno dei Centri metropolitani di formazione professionale. L’intesa prevede una presenza strutturale dell’azienda nei programmi didattici: Leonardo non solo contribuisce alla progettazione dei corsi, ma fornisce docenza, materiali, attività laboratoriali e accoglie gli studenti in percorsi di inserimento nel mondo del lavoro. «In un centro di formazione di Acilia, l’azienda ha allestito a proprie spese un laboratorio di cybersecurity con il proprio marchio, inserendosi direttamente nello spazio educativo pubblico» dichiara Coeli.

Ma la presenza dell’azienda non si limita ai centri di formazione professionale. A Roma, Leonardo ha già fatto ingresso diretto nella scuola superiore, collaborando alla fondazione dell’indirizzo digitale oggi attivo presso l’Istituto di istruzione superiore Carlo Matteucci. Come si legge sul sito della scuola, il percorso didattico, avviato nell’anno scolastico 2022-2023, «è nato dalla collaborazione con Leonardo e Fondazione Leonardo» e integra il piano di studi del liceo scientifico con moduli su robotica, intelligenza artificiale e competenze digitali avanzate, con un coinvolgimento diretto dell’azienda lungo l’intero ciclo formativo. Già nel primo biennio sono previsti interventi in aula di esperti Leonardo, mentre nel secondo biennio e nel quinto anno gli studenti vengono affiancati da tutor aziendali e inseriti in progetti e stage presso le sedi del gruppo. L’azienda contribuisce inoltre alla progettazione didattica, alla produzione dei materiali formativi e alle attività laboratoriali, configurandosi non come semplice partner esterno ma come soggetto strutturalmente integrato nel percorso educativo.

«Crediamo che, per la complicità di Leonardo nel genocidio dei palestinesi a Gaza – attraverso il supporto tecnico e logistico all’esercito israeliano e la partecipazione a programmi come quello degli F-35 – questa azienda dovrebbe essere esclusa dalle scuole» afferma Coeli. «Il boicottaggio deve essere capillare, istituto per istituto, ma deve partire anche dai centri decisionali come la Città metropolitana e l’Ufficio scolastico regionale». 

A Roma, la linea di confine è ormai tracciata. Da una parte, istituzioni pubbliche che aprono le porte della formazione a uno dei principali colossi militari globali, in nome dell’innovazione e dell’occupabilità. Dall’altra, chi denuncia che questa presenza renda la scuola permeabile agli interessi di una filiera industriale legata alla guerra, inserendola in un processo più ampio di privatizzazione dei luoghi della didattica. Sullo sfondo restano le aule di Gaza: distrutte, inaccessibili, svuotate degli oltre mezzo milione di studenti gazawi. È in questo scarto, tra scuole palestinesi rase al suolo e scuole occidentali ristrutturate e potenziate dagli introiti dei colossi militari, che occorre interrogarsi su quale ruolo la scuola pubblica intenda avere nell’odierna società di guerra.

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