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Sabato 7 dicembre 2025. Mentre l’Italia si prepara all’Immacolata, alla Camera dei Deputati la Lega annuncia di aver depositato una proposta di legge. Non è una proposta qualunque: è l’ennesimo giro di vite su chi è nato in questo paese ma non ha la “fortuna” di avere genitori italiani. Una legge sulla cittadinanza: con la finalità di negarla.

La proposta porta le firme del capogruppo Riccardo Molinari e dei deputati Jacopo Morrone, Giorgia Andreuzza, Ingrid Bisa ed Elena Maccanti. E dice: d’ora in poi, non basterà essere nati qui. Non basterà aver vissuto qui tutta la vita. Non basterà parlare italiano, pensare in italiano, sognare in italiano. Dovrai superare un esame. Un “test di integrazione”, lo chiamano. Per dimostrare che sei abbastanza italiano. Che conosci “le regole sociali e giuridiche minime”. Che meriti di essere riconosciuto come quello che già sei.

Ma c’è di più. I tempi si allungano. Da tre a dieci anni per chi è nato in Italia. Da due a quattro anni per chi ha un genitore italiano. E si introducono nuove cause di revoca della cittadinanza, un arsenale di motivi per toglierti anche quello che forse, un giorno, dopo anni di attesa, ti sarà concesso.

Leggete bene questa proposta. Leggetela come se foste Sara, nata a Roma diciotto anni fa. Leggetela come se foste Ahmed, nato a Milano, cresciuto a pane e Nutella e dialetto meneghino. Leggetela come se foste Fatima, che ha fatto le elementari, le medie, le superiori qui, che conosce l’Italia meglio di tanti italiani “di sangue” che non hanno mai messo piede fuori dal loro paesino.

Questa proposta dice loro: non siete abbastanza. Non lo sarete mai. Perché il problema non è cosa sapete, cosa sentite, chi siete. Il problema è da chi siete nati.

È il 2025. Sono passati trentatré anni dalla legge che regola la cittadinanza in Italia. Trentatré anni in cui il paese è cambiato radicalmente, in cui l’ è diventata strutturale, in cui nelle italiane siedono quasi un milione di studenti stranieri. E la risposta politica di una parte del paese non è aprire, includere, riconoscere. È chiudere. Inasprire. Escludere ancora di più.

C’è qualcosa di profondamente ingiusto in tutto questo. Qualcosa che va oltre la politica, oltre le strategie elettorali, oltre i sondaggi. È un’ingiustizia esistenziale, che colpisce al cuore l’identità di centinaia di migliaia di ragazzi. Che dice loro: questa non è casa tua. Non lo sarà mai davvero.

E allora forse è il momento di guardare indietro, di capire come siamo arrivati qui, di ripercorrere la storia di un’esclusione che dura da troppo tempo.

“Seconda generazione”: l’etichetta che divide

Prima ancora di raccontare questa storia, fermiamoci un attimo su un’espressione. “Seconda generazione”. Due parole che suonano tecniche, quasi burocratiche. Ma ascoltatele davvero: seconda. Non prima, mai prima. Come se esistesse una gerarchia dell’appartenenza, una gradazione dell’essere italiano. Come se chi nasce da genitori stranieri debba necessariamente portare il fardello di un’origine che lo precede, che lo definisce, che lo relega a un gradino inferiore nella scala immaginaria dell’italianità.

È un’espressione che contiene già in sé l’esclusione, che cristallizza nella lingua l’impossibilità di essere pienamente parte del tutto. Non sono “italiani”, sono “seconde generazioni”. Non sono “nostri figli”, sono “figli di immigrati”. Come se l’Italia fosse una casa di cui altri possiedono le chiavi, mentre loro possono solo guardare dalle finestre, premere il naso contro il vetro, desiderare di entrare.

Eppure questi ragazzi parlano in dialetto romanesco o milanese o napoletano. Conoscono a memoria le canzoni di Sanremo, tifano per la Nazionale, litigano su chi fa la pizza migliore. Sono cresciuti tra i banchi delle stesse scuole, hanno giocato negli stessi cortili, hanno pianto e riso davanti agli stessi film. Ma quando compiono diciotto anni, scoprono che tutto questo non basta. Scoprono che essere italiani non è una questione di cuore, di lingua, di cultura, di memoria condivisa. È una questione di sangue.

E adesso, con la proposta della Lega, scoprono che anche il sangue potrebbe non bastare più. Che potrebbero dover sostenere un esame per dimostrare di essere degni di un paese che è l’unico che conoscono.

La legge che guarda al passato

La storia della cittadinanza italiana è la storia di un paese che guarda indietro. La legge 91 del 1992, ancora oggi in vigore, porta inscritta nel proprio DNA un’epoca che non esiste più. Fu pensata in un’Italia che era ancora terra di emigranti, non di immigrati. Un’Italia che voleva mantenere il legame con i suoi figli sparsi per il mondo, con i discendenti di chi era partito cent’anni prima per l’Argentina o gli Stati Uniti. E così scelse lo ius sanguinis, il diritto del sangue: sei italiano se nasci da italiani, indipendentemente da dove vieni al mondo.

È una legge che permette a un argentino che non ha mai visto l’Italia, che non parla una parola di italiano, di ottenere il passaporto italiano grazie a un bisnonno emigrato da Napoli nel 1900. Ma nega la cittadinanza a una ragazza che è nata a Milano, che ha studiato tutte le elementari, le medie e le superiori in italiano, che sogna in italiano, che si sente italiana in ogni fibra del suo essere.

Il paradosso è stridente, quasi grottesco. Ma è il paradosso di un paese che fatica a riconoscere che è cambiato, che il mondo è cambiato, che l’immigrazione non è più un’emergenza ma una realtà strutturale della società italiana.

E il paradosso diventa ancora più evidente se guardiamo alla storia. Perché la legge del 1992 è persino più restrittiva di quella che sostituì: la legge 555 del 1912. Quella vecchia legge, pensata in un’Italia ancora monarchica, prevedeva sì lo ius sanguinis come principio fondamentale, ma riconosceva anche – seppur in forma residuale – lo ius soli. L’articolo 1, al punto 3, stabiliva che era cittadino per nascita “chi è nato nel Regno se entrambi i genitori o sono ignoti o non hanno la cittadinanza italiana, né quella di altro Stato, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori stranieri secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono”.

Era una forma limitata di ius soli, certo. Serviva principalmente a evitare l’apolidia, a garantire che nessuno restasse senza cittadinanza. Ma il principio c’era: nascere in Italia poteva, in certi casi, renderti italiano. Nel 1912. Centotredici anni fa. In un’Italia monarchica, coloniale, molto diversa da quella di oggi.

La legge del 1992, invece, ha cancellato anche questa possibilità residuale. Ha scelto uno ius sanguinis puro e duro. Come se il luogo di nascita non contasse nulla. Come se crescere in un paese, parlarne la lingua, condividerne la cultura, non avesse alcun peso di fronte al dato biologico della discendenza.

È un regresso, non un progresso. È un’Italia che nel 1992 ha deciso di essere più chiusa di quanto fosse nel 1912.

Già dalla fine degli anni Novanta si era capito che la legge del 1992 era inadeguata. Ma l’Italia, nel suo complesso, non ha voluto vedere. O forse ha visto e ha scelto di voltarsi dall’altra parte.

E ora, invece di correggere questa inadeguatezza, invece di riconoscere finalmente come italiani chi è nato e cresciuto qui, la Lega propone di rendere tutto ancora più difficile. Di alzare ulteriormente il muro.

L’ingiustizia di chiedere un esame a chi è nato qui

Proviamo a immaginare la scena. Sara ha diciotto anni. È nata all’ospedale San Giovanni di Roma. Ha frequentato l’ nido comunale, la scuola dell’infanzia Montessori, le elementari Manzoni, le medie Visconti, il liceo classico Tasso. Ha studiato Dante, Manzoni, Leopardi. Ha imparato la storia d’Italia, la geografia d’Italia, l’educazione civica. Ha fatto interrogazioni, verifiche, esami. Per diciotto anni ha dimostrato, banco dopo banco, di conoscere l’Italia probabilmente meglio di molti coetanei con passaporto italiano che hanno passato le scuole superiori a copiare e disinteressarsi.

E ora le si dice: non basta. Devi fare un altro esame. Un “test di integrazione”. Devi dimostrare di conoscere “le regole sociali e giuridiche minime”. Come se diciotto anni di vita qui, di scuola qui, di crescita qui, non fossero già la dimostrazione più evidente di integrazione che si possa chiedere.

È un’assurdità. È come dire a un pesce che deve dimostrare di saper nuotare, a un uccello di saper volare. Sara è italiana. Non ha bisogno di dimostrarlo. Lo è nei gesti, nelle parole, nei pensieri, nei sogni. Lo è in quel modo naturale, istintivo, che non si impara sui libri ma si assorbe vivendo.

E invece no. Dovrà presentarsi davanti a una commissione, dovrà rispondere a domande su un paese che è il suo, dovrà dimostrare ciò che è evidente. E nel frattempo, anche se ultimamente le leggi sullo ius sanguinis sono state anch’esse inasprite, per chi ha i nonni italiani continua a valere la legge della discendenza.

Questa è l’Italia della proposta della Lega. Un’Italia dove l’appartenenza si misura col sangue e con gli esami, non con la vita vissuta. Un’Italia dove chi è nato qui vale meno di chi è nato altrove ma ha gli antenati giusti.

L’inasprimento dei tempi: punire chi è nato italiano

Ma la proposta della Lega non si ferma all’esame. Allunga anche i tempi. E lo fa in modo particolarmente crudele proprio per chi è nato in Italia.

Attualmente, chi nasce in Italia da genitori stranieri deve attendere diciotto anni e può richiedere la cittadinanza entro i diciannove. Con la proposta della Lega, i tempi di residenza necessari passano da tre a dieci anni. Dieci anni. Per chi è nato qui.

Fermatevi un attimo a pensarci. Stai dicendo a una persona nata in Italia che deve dimostrare dieci anni di residenza nel paese in cui è nata. È un nonsense logico prima ancora che giuridico. Come fai a “risiedere” in un posto se ci sei nato? La residenza implica un movimento, un arrivo, una scelta. Ma questi ragazzi non sono arrivati. Sono sempre stati qui. Questo è il loro unico Paese.

Eppure la proposta dice: non è abbastanza essere nati qui. Devi anche aver risieduto qui per dieci anni. Come se la nascita fosse un dettaglio trascurabile, come se dovessi guadagnarti il diritto di appartenere al luogo da cui provieni.

È un’ingiustizia che colpisce al cuore. Perché dice a questi ragazzi: il luogo della tua nascita non è davvero casa tua. Devi meritartela. Devi dimostrare di esserne degno. Mentre i tuoi compagni di classe, quelli nati da genitori italiani, hanno avuto tutto questo in automatico, senza fare nulla, senza dimostrare nulla, solo per il caso fortuito di avere i genitori giusti.

E questo non vale solo per chi nasce in Italia. Anche per chi ha un genitore italiano, i tempi raddoppiano da due a quattro anni. Anche qui, il messaggio è chiaro: non basta avere legami di sangue se questi legami non sono abbastanza “puri”. Se tua madre è italiana ma tuo padre è straniero, devi aspettare il doppio del tempo. Come se la cittadinanza fosse questione di percentuali, di gradi di purezza.

La proposta introduce poi un arsenale di nuove cause di revoca. Una condanna superiore a cinque anni, o anche solo a tre anni per certi reati, e la cittadinanza ti viene tolta. Anche se sei nato qui. Anche se è l’unico paese che conosci. Anche se toglierti la cittadinanza italiana significa renderti apolide, senza patria.

È una visione della cittadinanza come privilegio temporaneo, revocabile, condizionato. Non come diritto fondamentale, ma come concessione che lo Stato può ritirare in qualsiasi momento. È la cittadinanza come guinzaglio: se ti comporti bene, te la lasciamo. Se sbagli, te la togliamo.

Ma la cittadinanza non è – non dovrebbe essere – un premio per buona condotta. È il riconoscimento di un’appartenenza, di un legame che va oltre il comportamento individuale. È dire a una persona: questo è il tuo posto nel mondo. Questo è dove appartieni. Per sempre, incondizionatamente.

Trent’anni di riforme mancate

La storia dei tentativi di riformare la cittadinanza in Italia è una storia di speranze tradite, di porte che si aprono solo per richiudersi, di promesse che si dissolvono nell’aria.

Nel 2004, la Comunità di Sant’Egidio lancia la campagna “Bambini d’Italia”. Un nome semplice, diretto. Perché di questo si tratta: di bambini che sono dell’Italia, che appartengono a questo paese quanto qualsiasi altro bambino italiano. Ma già allora il muro è alto.

Nel 2006 ci prova il ministro Giuliano Amato. I sondaggi dicono che gli italiani sono favorevoli. Ma l’opposizione fa muro. Il tema è troppo divisivo, dicono. Non è il momento, dicono sempre.

Nel 2011 parte “L’Italia sono anch’io”, una raccolta firme che coinvolge migliaia di persone, associazioni, cittadini comuni che sentono l’urgenza di cambiare una legge ingiusta. Il testo arriva in Parlamento. La speranza si accende.

Il 13 ottobre 2015 è un giorno importante. La Camera approva una riforma che prevede lo ius soli temperato e lo ius culturae. Non è lo ius soli puro – quello secondo cui basta nascere in Italia per essere italiani – ma è comunque un passo avanti significativo. I bambini nati in Italia da genitori con permesso di soggiorno di lungo periodo potrebbero finalmente diventare italiani. E anche chi è arrivato da piccolo e ha frequentato la scuola italiana per almeno cinque anni.

Per due anni il testo rimane bloccato al Senato. Due anni in cui la speranza si trasforma in attesa, l’attesa in frustrazione. Nel frattempo il dibattito pubblico si avvelena. Gli sbarchi dalla Libia aumentano, l’immigrazione diventa il tema dominante della politica italiana, e la riforma della cittadinanza viene trascinata in questo vortice.

Il 23 dicembre 2017 è il giorno della resa. Al Senato manca il numero legale per votare. Su 319 senatori ne sono presenti solo 116. Assenti tutti i 35 senatori del Movimento 5 Stelle, molti di Forza Italia, perfino 29 parlamentari del Pd su 89. La riforma muore così, nell’indifferenza, nel silenzio complice di chi non ha il coraggio di votare né sì né no, ma sceglie semplicemente di non esserci.

“È definitivamente naufragato. Colpito e affondato. Morto e sepolto”, sentenzia Roberto Calderoli della Lega. E insieme alla riforma naufragano le speranze di centinaia di migliaia di ragazzi.

Da allora ci sono stati altri tentativi. Altre proposte. Altri annunci. Nel 2018, nel 2019, nel 2022, nel 2024. Ogni volta l’iter si arena. Ogni volta le promesse si rivelano vuote. Ogni volta questi ragazzi capiscono che non sono abbastanza importanti, che i loro diritti possono aspettare, che la loro esistenza è ostaggio dei calcoli elettorali.

Le vite sospese

Proviamo a entrare in una di queste vite. Immaginiamo Sara. È nata a Roma nel 2006 da genitori marocchini. Ha frequentato la scuola dell’infanzia, le elementari Manzoni, le medie Visconti. Ha fatto danza classica. Ha pianto quando l’Italia è stata eliminata dai mondiali. Ha la migliore amica che si chiama Giulia. Parlano al telefono per ore. Sognano di fare l’Erasmus insieme.

Sara ha 18 anni. Ha superato la maturità. Vorrebbe iscriversi a Scienze Politiche. Sogna di lavorare nell’ambito dei diritti umani. Ma non è italiana. Può richiedere la cittadinanza ora che è maggiorenne, ma dovrà aspettare anni per una risposta. Nel frattempo, è in un limbo.

Vuole andare all’estero con la scuola per un progetto? Deve richiedere il visto, come se fosse una turista marocchina qualsiasi, anche se non è mai stata in Marocco. Vuole partecipare a un concorso pubblico? Non può, molti sono riservati ai cittadini italiani. Vuole votare per decidere chi governerà il paese in cui è nata e cresciuta? Non può.

Sara ha due passaporti nel cassetto: quello marocchino, che le hanno dato alla nascita per uno ius sanguinis che lei stessa trova assurdo (come può essere marocchina se non parla arabo, se non conosce la cultura marocchina se non attraverso i racconti dei genitori?), e quello italiano che non arriverà mai, o arriverà troppo tardi, quando avrà già imparato a sentirsi straniera nel proprio Paese.

Ogni volta che deve mostrare il documento, Sara si prepara alla domanda: “Ma sei nata qui?”. “Sì”, risponde. “E allora perché…?”. Come spieghi, ogni volta, che il paese in cui sei nata non ti riconosce? Come vivi sapendo che tutti i tuoi amici hanno diritti che tu non hai?

Le conseguenze di questa esclusione non sono solo pratiche, burocratiche. Sono profondamente psicologiche. Quando a un ragazzo si dice, implicitamente o esplicitamente, che non appartiene pienamente al luogo in cui è nato e cresciuto, si crea una frattura identitaria che può essere devastante.

Gli psicologi parlano di sindrome dello straniero in casa propria. Questi ragazzi non appartengono completamente né al Paese d’origine dei genitori – che spesso non hanno mai visto, di cui non parlano la lingua, di cui non conoscono i codici culturali – né all’Italia, che li respinge giuridicamente anche quando li accoglie socialmente.

Vivono in una terra di mezzo. Sono troppo italiani per essere considerati marocchini o cinesi o albanesi dai cugini che vivono nei Paesi d’origine. Ma sono troppo stranieri per essere considerati pienamente italiani dallo Stato italiano.

Questa doppia esclusione genera un senso di sradicamento, di non appartenenza che può sfociare in problemi di autostima, di identità, in alcuni casi in . Come costruisci la tua identità quando ti viene costantemente ricordato che sei “altro”, che sei “diverso”, che non sei “abbastanza”?

E poi c’è la rabbia. La rabbia legittima di chi si vede negare diritti fondamentali per un dettaglio burocratico. La rabbia di chi vede compagni di banco meno bravi, meno integrati, ottenere automaticamente alla nascita ciò che tu non otterrai mai. La rabbia di chi scopre che essere italiano non dipende da quanto ami questo paese, ma da chi erano i tuoi nonni.

Questa rabbia può trasformarsi in disaffezione, in distacco. Perché dovrei sentirmi parte di un Paese che non mi vuole? Perché dovrei impegnarmi per una comunità che mi esclude? È così che si creano cittadini di serie B, che si costruiscono muri invisibili ma altissimi, che si alimenta il risentimento sociale.

Il paradosso della democrazia incompiuta

C’è poi una dimensione squisitamente politica in questa esclusione. Un milione di minori stranieri vivono in Italia. Tra qualche anno saranno giovani adulti. Lavoreranno, pagheranno le tasse, contribuiranno alla società italiana. Ma molti di loro non potranno votare. Non potranno scegliere chi li governa. Non potranno dire la loro su pensioni, sanità, scuola, lavoro.

È una democrazia monca, incompleta. Una democrazia che esclude dalla partecipazione politica una parte significativa di chi la abita. E questa esclusione ha conseguenze concrete: senza il voto di questi cittadini di fatto ma non di diritto, i partiti politici non hanno incentivo ad ascoltarli, a considerare i loro bisogni, a rappresentare i loro interessi.

Si crea così un circolo vizioso: non hanno diritti perché non votano, e non votano perché non hanno diritti. Nel frattempo, questi ragazzi vedono che l’Italia concede la cittadinanza a distanza di generazioni a chi ha solo un nonno italiano, ma la nega a chi l’Italia l’ha costruita giorno dopo giorno, banco di scuola dopo banco di scuola.

Il messaggio è chiaro, e crudele: puoi essere italiano solo se nasci italiano. Tutto il resto non conta.

Più di 800 mila studenti con cittadinanza straniera frequentano le scuole italiane. Uno su dieci. Siedono negli stessi banchi, studiano gli stessi libri, sostengono gli stessi esami. Ma quando escono da scuola, scoprono che il loro diploma vale meno. Non perché sia meno valido, ma perché loro valgono meno, agli occhi della legge.

Se la riforma referendaria proposta nel 2025 fosse stata approvata – quella che riduceva da 10 a 5 anni il periodo di residenza necessario per richiedere la cittadinanza – circa 1,4 milioni di persone avrebbero potuto diventare italiane. 1,4 milioni. Non sono numeri astratti. Sono persone. Sono vite. Sono Ahmed che vuole fare il medico, Fatima che sogna di diventare ingegnere, Chen che ama la letteratura italiana, Aisha che tifa Roma, Driss che suona nella banda del quartiere.

Ma il referendum di giugno 2025 non ha raggiunto il quorum. Ha votato solo il 30% degli aventi diritto. Tra chi ha votato, il 65% ha detto sì. Ma non è bastato. E così queste vite restano sospese, questi diritti restano negati, queste speranze restano deluse.

E proprio qui, proprio su queste speranze deluse, arriva la proposta della Lega. Come un a chi è già a terra. Come dire: non solo non vi diamo quello che chiedevate, ma rendiamo tutto ancora più difficile. Non solo chiudiamo la porta che volevate aprire, ma ci mettiamo anche un lucchetto.

Il referendum tradito: quando il 65% non conta

La Lega giustifica la sua proposta proprio con il referendum. “I risultati del referendum di giugno sulla cittadinanza”, scrivono nella relazione al testo, “unitamente ai sondaggi e all’ascolto quotidiano dei cittadini nelle strade e nelle piazze, consentono di affermare che gli italiani considerano lo status di cittadino come un riconoscimento importante, da attribuire solo agli stranieri residenti nel territorio nazionale che dimostrino di meritarlo”.

È un’interpretazione che richiede un esercizio di acrobazia logica notevole. Il referendum non ha raggiunto il quorum, è vero. Ma non è stato bocciato nel merito. Non c’è stata una maggioranza di italiani che ha votato no. C’è stata l’astensione. E tra chi ha votato – chi si è preso la briga di andare alle urne, di esprimere un’opinione – il 65% ha detto sì. Due votanti su tre volevano ridurre i tempi per la cittadinanza.

Ma la Lega legge il fallimento del quorum come un mandato a fare l’esatto contrario. Non solo a mantenere le regole attuali, ma ad inasprirle. È come se qualcuno dicesse: “Visto che pochi sono andati a votare, interpretiamo il silenzio della maggioranza come un’approvazione entusiasta delle nostre posizioni più estreme”.

È una lettura politica, strumentale, che usa il fallimento democratico del referendum – la mancata partecipazione – come scusa per andare nella direzione opposta a quella voluta da chi ha partecipato. È dire: visto che la maggioranza non si è espressa, decidiamo noi. E decidiamo di chiudere ancora di più.

Quell'”ascolto quotidiano dei cittadini nelle strade e nelle piazze” suona come una giustificazione vaga, impossibile da verificare, che serve a legittimare scelte già fatte. Perché se davvero si fosse ascoltato il Paese, si sarebbe dovuto ascoltare anche quel 65% di chi ha votato sì. Si sarebbe dovuto ascoltare i ragazzi nati qui che aspettano da anni. Si sarebbe dovuto ascoltare chi nelle scuole vede ogni giorno l’integrazione funzionare, chi nei luoghi di lavoro vede stranieri e italiani costruire insieme questo paese.

Ma queste voci non vengono ascoltate. O meglio, vengono ascoltate e ignorate. Perché la narrazione è già scritta: gli italiani non vogliono aprire, vogliono chiudere. Non vogliono includere, vogliono escludere. E il referendum fallito diventa la prova, anche se i numeri dicono l’esatto contrario.

È una scelta politica precisa, che ha un significato simbolico fortissimo. Dice: il referendum è fallito, la voglia di apertura non c’è, e noi ne approfittiamo per chiudere ancora di più. È il momento di alzare i muri, non di abbatterli.

La battaglia continua: tra aperture timide e chiusure violente

Nell’ottobre 2024 Forza Italia aveva presentato una proposta chiamata “Ius Italiae“. Prevedeva la cittadinanza dopo dieci anni di scuola completati con successo. Non era la riforma che questi ragazzi speravano – dieci anni sono tanti, e il requisito del “successo scolastico” introduce una basata sul rendimento che appare discutibile – ma era comunque un segnale, una crepa nel muro del rifiuto. Per qualche settimana era sembrato che qualcosa potesse muoversi, che il dibattito potesse riaprirsi.

Ma la Lega ha risposto con fermezza. Prima a parole, poi con i fatti. E il 7 dicembre 2025 è arrivata la proposta che chiude ogni spiraglio: non solo nessuna apertura, ma un inasprimento su tutta la linea. Esami di integrazione, tempi di residenza allungati fino a dieci anni per chi è nato in Italia, ampliamento delle cause di revoca della cittadinanza. È una risposta dura, durissima, che trasforma la cittadinanza in un premio da meritare, in un privilegio da conquistare attraverso prove e ostacoli sempre più alti.

Il messaggio della Lega è chiaro: la cittadinanza non si regala. Si guadagna. E per chi nasce da genitori stranieri, non basta essere nati qui, essere cresciuti qui, aver vissuto qui tutta la vita. Bisogna dimostrarlo, provarlo, meritarselo in modo che chi nasce da genitori italiani non deve mai fare.

Il dibattito politico continua. Le proposte si accumulano. Le promesse si rinnovano da una parte, si inaspriscono le posizioni dall’altra. Ma per chi aspetta, ogni giorno è un giorno in più di esclusione. Ogni anno è un anno in più di vita sospesa. E ora, con questa proposta della Lega, il rischio è che quella porta che sembrava socchiusa si chiuda definitivamente, con tanto di lucchetto e catene.

C’è un’Italia che sta crescendo nei cortili delle scuole, nei campetti di calcio, nelle chat di WhatsApp. È un’Italia meticcia, multicolore, polifonica. È un’Italia dove Giulia e Sara sono migliori amiche, dove Marco e Ahmed giocano nella stessa squadra, dove Francesca e Aisha condividono i compiti.

Questa Italia esiste già. Vive, respira, sogna, ride, piange. Ma lo Stato italiano fa finta di non vederla. Continua a ragionare con categorie del secolo scorso, a disegnare confini che la realtà ha già cancellato.

E così si creano generazioni di ragazzi che si sentono traditi dal proprio Paese. Che imparano presto che “tutti i cittadini hanno pari sociale” è solo una frase scritta sulla , non una realtà. Che scoprono che l’ sostanziale di cui parla l’articolo 3 è, per loro, solo un’illusione.

Questi ragazzi non chiedono privilegi. Chiedono solo di essere riconosciuti per quello che sono: italiani. Non di seconda generazione. Non italiani con l’asterisco. Non italiani a metà. Solo italiani.

Ma fino a quando la legge non cambierà, rimarranno in questo limbo. Stranieri nella propria casa. Ospiti nel proprio paese. Italiani negati.

Trent’anni di battaglie per allargare i diritti, e la risposta è restringerli ancora di più. Trent’anni di speranze deluse, di riforme mancate, di promesse tradite. E ora anche questo: l’inasprimento delle regole proprio per chi è nato qui, per chi questo Paese non l’ha scelto ma ci è nato dentro, ci è cresciuto dentro, ci ha costruito la propria vita.

La domanda, alla fine, è sempre la stessa: che Paese vogliamo essere? Un Paese che include o un Paese che esclude? Un Paese che riconosce la realtà o un Paese che continua a vivere nel passato?

La proposta della Lega ci dice che tipo di Paese vuole costruire. Un Paese dove se nasci dai genitori sbagliati, devi passare esami, aspettare anni, dimostrare continuamente di meritare ciò che per altri è automatico. Un Paese dove l’integrazione non si misura dalla vita che hai vissuto, ma da test e tempi di residenza.

È un’Italia che guarda indietro, non avanti. Un’Italia che ha paura del cambiamento, che si aggrappa a un’idea di identità nazionale che non esiste più, se mai è esistita. Un’Italia che preferisce l’esclusione all’inclusione, la diffidenza all’accoglienza, il sangue alla vita condivisa.

Ma ogni giorno che passa senza una riforma è un giorno in cui diciamo a centinaia di migliaia di ragazzi: non sei abbastanza. E loro ci credono. Interiorizzano questa esclusione. Imparano a sentirsi stranieri. E così perdiamo non solo loro, ma anche quello che avrebbero potuto dare a questo Paese. Perdiamo il loro talento, la loro energia, la loro freschezza. Perdiamo la possibilità di costruire un’Italia più ricca, più plurale, più viva.

La proposta della Lega del 7 dicembre 2025 è solo l’ultimo capitolo di questa lunga storia di esclusione. Ma non deve essere l’ultimo. Non deve diventare legge. Non deve trasformarsi nell’ennesima porta chiusa in faccia a chi è già dentro, a chi è già parte di questo Paese, a chi è questo Paese.

Trent’anni sono troppi per aspettare. È tempo di dire basta. È tempo di cambiare direzione. Non di inasprire, ma di aprire. Non di escludere, ma di includere. Non di chiedere altri esami, ma di riconoscere finalmente che l’esame più importante – quello della vita vissuta – questi ragazzi l’hanno già superato da tempo.

È tempo di dire a Sara, ad Ahmed, a Fatima, a Chen, ad Aisha, a Driss: benvenuti a casa. Questa è casa vostra. Non perché qualcuno ve lo concede, ma perché lo è sempre stata. Non dovete dimostrare nulla. Non dovete superare nessun esame. Non dovete aspettare altri anni. Benvenuti a casa, italiani. Senza aggettivi. Senza distinzioni. Senza asterischi. Senza esami.

Benvenuti a casa.


PHOTO CREDITS: Italiani senza cittadinanza. Un momento della #CittadinanzaDay, 2022.

Author

  • Tahar Lamri

    Writer and journalist. Born in Algiers, he arrived in Italy in 1986. He lives in Ravenna. He has collaborated with Il Manifesto, Internazionale, and has written short stories and plays. He collected some of his writings in the book "I sessanta nomi dell'amore" (The Sixty Names of Love), Fara Editore, 2006.

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