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L’Hapoel Gerusalemme ha chiuso l’ultima stagione del campionato israeliano, a fine maggio, salvandosi dalla retrocessione in seconda divisione. Negli ultimi anni si è conquistato una certa fama per essere il primo club del Paese interamente di proprietà dei tifosi, e per avere un atteggiamento antirazzista e favorevole alla convivenza tra ebrei e arabi. Nonostante questo, il club è direttamente coinvolto nelle operazioni coloniali di in Cisgiordania: fino almeno al 2025, l’associazione dei tifosi che controlla l’Hapoel ha avuto sede ad , una delle colonie israeliane a mezz’ora di strada da Gerusalemme, mentre la sua squadra femminile giocava le proprie partite nel villaggio di Har Homa.

L’Hapoel Gerusalemme è solo la punta dell’iceberg: sono dieci i club di calcio ufficialmente riconosciuti dall’IFA – la Federcalcio israeliana, affiliata alla confederazione europea – che operano all’interno delle colonie in Cisgiordania, dichiarate illegali dalla Corte Internazionale di Giustizia nel luglio del 2024. Lo denuncia un report realizzato dall’associazione Scottish Sport for Palestine, pubblicato lo scorso 21 maggio. Ma non si tratta di una novità, dato che questa situazione è conosciuta dalla FIFA, l’organizzazione che governa il calcio a livello globale, almeno dal 2013, quando per la prima volta la Federcalcio palestinese (PFA) aveva presentato un esposto contro queste società sportive.

La loro esistenza è un’aperta violazione dello Statuto della FIFA, che all’articolo 64 comma 2 (edizione 2024) stabilisce che le associazioni membri e i loro club non possono operare sul territorio di un’altra federazione riconosciuta senza il di quest’ultima. Questa regola aveva costretto la , nel 2014, a non riconoscere formalmente i club della Crimea, annessa al proprio territorio dopo un discusso . In seguito alla sospensione dal calcio internazionale in conseguenza dell’invasione dell’, però, la Russia ha deciso di includere nelle proprie competizioni ufficiali due club della Crimea (Rubin Yalta e FC Sevastopol) e due del Donbass (Shakhtar Donetsk e Zarya Luhansk, imitazioni due squadre omonime attualmente impegnate nel campionato ucraino). Proprio pochi giorni fa, la Federcalcio ucraina ha chiesto alla UEFA di intervenire contro queste squadre.

I club di calcio coloniali di Israele

Il caso israeliano era stato reso noto, invece, da un report della ong Human Rights Watch del 2016. Lo studio aveva evidenziato all’epoca la situazione di cinque club di calcio e uno di futsal (calcio a 5) che giocavano negli insediamenti di Ari’el, Giv’at Ze’ev, Ma’ale Adumim, Oranit e Tomer. In aggiunta a questi, HRW segnalava altre tre società che avevano uffici nelle colonie o vi giocavano occasionalmente alcune partite. Tra di esse c’era già l’Hapoel Gerusalemme, che aveva un ufficio nel villaggio di Geva Binyamin, così come l’Hapoel Katamon, che a volte giocava le proprie partite a Ma’ale Adumim, nei pressi di Gerusalemme Est. L’Hapoel Katamon era stato fondato nel 2007 da tifosi dell’Hapoel Gerusalemme scontenti per la gestione del club, e in seguito ha un avuto un tale successo sportivo che nel 2020 è stato in grado di assorbire la società originale, assumendone il nome. Un anno dopo, ha ottenuto la promozione nella massima serie israeliana.

Il caso dell’Hapoel Katamon/Gerusalemme è significativo perché, se ai tempi del report di HRW del 2016 tutte le società individuate era di tipo semi-professionistico e giocavano nelle serie minori israeliane, oggi questo club è pienamente professionistico e compete al massimo livello del calcio locale. L’indagine di Scottish Sport for Palestine precisa di non essere riuscita ad approfondire la situazione dell’Hapoel post-2025, ma che fino all’anno scorso era di sicuro coinvolto anch’esso nelle strategie coloniali di Israele. Altre sette società di calcio riconosciute dall’IFA hanno sede nelle colonie, mentre due vi hanno i propri uffici ma giocano in territorio israeliano.

Succede anche in Siria

La stessa situazione si ripete, più piccolo, nelle colonie siriane sulle Alture del Golan, la cui condizione non era stata affrontata da Human Rights Watch dieci anni fa. Qui sono presenti tre club di calcio insediati in un territorio che ufficialmente appartiene alla Siria, ma che è occupato da Israele dal 1967. Due si trovano a Buq’ata, il MMBA Golan FC e il Vatikey FC MMBA Hagolan Vehaglil, e la terza è a Katzrin, il Merkaz Kehilati Qazrin.

Complessivamente, i sette club attivi a pieno titolo in Cisgiordania contano 51 squadre, tra formazioni senior, giovanili e sezione femminile, a cui si aggiungono le 17 squadre dell’Hapoel Gerusalemme. Rispetto al 2016, l’aumento del loro numero è significativo: dieci anni fa, si contavano solamente 36 squadre.

Tutte questi club ricevono finanziamenti pubblici, in quanto associazioni sportive e culturali, e possono utilizzare gratuitamente i campi su cui giocano e si allenano all’interno delle colonie.

[AGGIORNAMENTO: Successivi approfondimenti hanno fatto emergere che i club nei territori siriani occupati non sono in realtà in , ma in villaggi , destinati alla popolazione locale. Si tratterebbe, secondo i curatori dello studio del report, di un tentativo di assimilazione della minoranza drusa attraverso lo sport. Operazioni di questo tipo non sono infrequenti, e stanno dando buoni risultati: sempre più drusi delle Alture del Golan stanno richiedendo la cittadinanza israeliana. Kritica aveva raccontato a dicembre scorso la situazione delle Alture del Golan a un anno dalla caduta del regime di Assad, ndr]

Le responsabilità della FIFA e della UEFA

Il riconoscimento da parte della IFA coinvolge indirettamente la FIFA e la UEFA nella legittimazione di questi club, ma l’associazione internazionale del calcio va ben oltre. Alcune delle partite giocate sul campo di Har Homa dalle formazioni giovanile dell’Hapoel Gerusalemme sono state trasmesse su FIFA+, la piattaforma di streaming della FIFA. In seguito alla denuncia di Scottish Sport for Palestine, i video di queste partite sono stati rimossi da FIFA+.

Nel 2023, la UEFA ha permesso alla Federcalcio israeliana di coinvolgere i giocatori delle giovanili del Beitar Ma’aleh Adumim come raccattapalle in una partita delle qualificazioni europee tra Israele e Andorra. Quello stesso anno, sempre il Beitar è stato selezionato dall’IFA, assieme ad altri 14 club israeliani, per una visita ufficiale a Madrid, ospiti della Liga spagnola e dell’Atlético Madrid. L’evento era stato organizzato con la collaborazione di Sylvan Adams, il proprietario della discussa squadra di ciclismo Israel-Premier Tech; era stato sicuramente coinvolto anche il miliardario israeliano Idan Ofer, che possiede circa un terzo delle quote dell’Atlético Madrid.

La Federcalcio palestinese denuncia da tempo questa situazione alle organizzazioni del calcio internazionale, ma senza successo. Negli ultimi anni, un nuovo esposto ha ottenuto grande notorietà, chiedendo alla FIFA di sospendere Israele dalle competizioni internazionali. La PFA denunciava sia la violazione dell’articolo 64 comma 2 dello Statuto, sia quella dell’articolo 4 comma 1, che vieta la discriminazione di gruppi di persone nell’organigramma o nell’accesso agli stadi.

La vicenda ha creato molti imbarazzi alla FIFA, che nel frattempo è arrivata a impegnarsi direttamente, tramite il suo presidente Gianni Infantino, nel Board of Peace di Trump per Gaza. Dopo quasi due anni di attesa, finalmente l’organizzazione ha risposto alle denunce palestinesi, ma prendendo delle decisioni che sono state molto criticate. In particolare quella relativa alla situazione dei club nelle colonie, su cui la FIFA ha scelto di non intervenire a causa dello “stato legale irrisolto della Cisgiordania nel diritto internazionale”.

Nonostante questo, però, una sanzione contro Israele c’è stata, per quanto irrisoria. L’IFA è stata multata per 150.000 franchi svizzeri per l’accusa di discriminazione e per le mancate azioni nei confronti delle tifoserie razziste. La più nota è La Familia del Beitar Gerusalemme, club della prima divisione israeliana particolarmente popolare nei ranghi del Likud: Benjamin Netanyahu è un suo noto tifoso. Questa condanna, per quanto poco incisiva, ha però causato molte polemiche in Israele, trattandosi di un primo riconoscimento di una forma di sistematico nei confronti della popolazione araba.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita per non più di metà articolo citando la fonte e inserendo il link all’inizio.

Articolo aggiornato in redazione il 12 giugno, ore 17.20.

Author

  • Valerio Moggia

    Nato a Novara nel 1989, cura dal 2017 Pallonate in Faccia, blog dedicato alle connessioni tra calcio e politica. Ha scritto di questi temi su Domani, InsideOver, Linkiesta, Il Manifesto, Il Post, Rivista Undici, l’Ultimo Uomo e Valigia Blu. È autore dei libri “Storia Popolare del Calcio. Uno spot di esuli, immigrati e lavoratori” (Ultra Sport, 2020), “La Coppa del Morto. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere” (Ultra Sport, 2022) e “Il calcio è politica: Lo sport come antidoto al nazionalismo” (People, 2025).

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